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Non solo fischi per Bush in Sud America

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Il viaggio di George W. Bush in Sud America è stato sinora raccontato dalla maggior parte della stampa italiana come un lungo calvario di ostilità e di proteste. Si è guardato più alle piazze e alle inevitabili proteste che alla sostanza del più esteso e complesso viaggio di Bush in quella parte di America.

In sei giorni il presidente degli Stati Uniti visiterà cinque paesi:  Brasile, Uruguay, Colombia, Guatemala e Messico, lanciando un segnale di attenzione verso l’America Latina che mira a compensare un lungo periodo di assenza delle amministrazioni americane.

Alla Casa Bianca giudicano l’iniziativa diplomatica di centrale importanza perché si inserisce in una fase molto fluida del continente.

Da un lato infatti la mancanza di leadership forti e riconosciute ha dato fiato al populismo di personaggi alla Hugo Chavez, nutrito dalla forza del petrolio e dalla retorica anti-capitalista e anti-americana; dall’altro la presa progressiva delle consuetudini democratiche e del libero mercato ha portato risultati interessanti in molti paesi, come il Messico e il Perù.

Il viaggio di Bush tenta di cogliere questo bilico e di spingerlo verso esiti di maggiore stabilità, crescita economica e democrazia.

Il portavoce della Casa Bianca ha infatti chiarito che la missione di Bush “intende comunicare un’agenda tesa a all’avanzamento della libertà, della prosperità e della giustizia sociale, perché i benefici della democrazia portino risultati sul piano della salute, dell’educazione e della crescita economica”.

Certo il momento non è dei migliori: Bush sconta la fase declinante del suo secondo mandato e soprattutto l’assoluta impopolarità della guerra irachena. Questo da forza alle proteste di piazza e incoraggia quei paesi che – assieme al Venezuela di Chavez – hanno un progetto diverso per l’America Latina: controllo dello Stato sull’economia e protezionismo.

Ma tutto questo agita solo la superficie dei rapporti profondi tra il nord e il sud dell’America. L’influenza degli Stati Uniti nel continente è più forte che mai e praticamente ogni Stato sudamericano ha negli Usa il principale partner commerciale.

I risultati infatti non sono mancati. Basta guardare all’accordo siglato da Bush con il presidente brasiliano Luiz Ignacio Lula da Silva sulla produzione di biocarburanti. La portata di questo “patto” è stata sottovalutata in Europa ma ha enormi valenze commerciali e politiche. Segna l’alleanza dei due più grandi produttori mondiali di etanolo, il cui utilizzo al posto degli idrocarburi fossili è già diffusissimo sia nel Nord che nel Sud America, e tale da costituire un’alternativa a quel petrolio su cui Chavez sta cercando di costruire la sua leadeship regionale. E inoltre mette in evidenza l’alleanza tra un leader della sinistra tradizionale, dal grandissimo seguito personale in America Latina, come Lula  e George W. Bush, proprio nel momento in cui quest’ultimo ha un forte bisogno di legittimazione nel continente.

Non è un caso se al grande appuntamento anti-bushiano organizzato da Chavez a Buenos Aires proprio il giorno in cui il presidente degli Stati Uniti si trovava in Uruguay, sull’altra sponda del Rio della Plata, i presidenti di Bolivia e Argentina, Evo Morales e Nestor Kirchner, pure attesi, non si sono fatti vedere. Così Chavez ha dovuto tenere  il palco da solo per due ore al grido di “Gringo go home”.

E il viaggio non è ancora finito. La tappa più importante è forse quella conclusiva in Messico, dove Bush incontrerà il presidente Felipe Calderon, uno degli uomini nuovi del Sud America e forse il più affine all’inquilino della Casa Bianca.

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