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Lo studio

Non solo sanità: i mille volti del conflitto endemico tra Stato e Regioni. Il caso energia.

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Ci sono alcuni nodi su cui l’Italia non ha pace: il primo di questi è senza dubbio il rapporto tra Stato e Regioni. Di cambiare il Titolo V si parla da circa vent’anni, cioè da poco dopo l’entrata in vigore di una riforma partorita dopo lunghissima gestazione quando l’inquilino di Palazzo Chigi era Giuliano Amato. Questa riforma ha sensibilmente esteso il potere in capo alle Regioni, ribaltando completamente il criterio di ripartizione. Se fino al 2001, infatti, l’articolo 117 attribuiva alle Regioni solo competenze in materie molto specifiche e limitate, lasciando tutto il residuo di competenza esclusiva del governo centrale, dopo quella data è stata introdotta una nuova categoria – quella delle competenze concorrenti – sulle quali tanto lo Stato quanto le Regioni possono intervenire, il primo soltanto per i princìpi fondamentali, mentre le seconde si sono aggiudicate la protesta legislativa residuale.

Siamo certi di non poter essere smentiti, se sosteniamo che l’introduzione delle competenze concorrenti ha creato qualcosa di molto simile alla “tempesta perfetta” nel rapporto tra i due livelli di governo. Nella pratica quotidiana, infatti, si è creata una zona grigia nella quale si è rivelato sempre più difficile distinguere dove finissero le competenze statali e dove cominciassero quelle regionali e in molti settori si sono create fratture incolmabili e conflitti insanabili quando nel concreto delle attività quotidiane si scopriva che la normativa che disciplinava una determinata attività – per esempio un impianto – doveva essere elaborata per alcuni aspetti dello stesso dallo Stato e per altri – del medesimo impatto – dalle Regioni. Questo limbo perenne ha portato i ricorsi alla Corte Costituzionale per conflitto di attribuzione a sfiorare le due migliaia e ha avuto come risultato, dimostrato dalle statistiche, che la Consulta si pronunci almeno una volta su due proprio su liti fra Roma e le Regioni.

Un caso emblematico è proprio quello dell’energia, materia che la Fondazione Magna Carta tratta nel suo ultimo paper di ricerca dedicato, in particolare, al settore idroelettrico. Lo studio ricostruisce organicamente, probabilmente per la prima volta nel nostro Paese, la normativa che è andata stratificandosi in materia di grandi derivazioni d’acqua e delle relative concessioni, a partire dal Testo Unico sulle acque risalente al 1933 fino ai giorni nostri, passando per il pericoloso incrocio tra leggi regionali, norme nazionali e legislazione europea.

La ricerca dedica, inevitabilmente, ampio spazio alla giurisprudenza costituzionale. Anch’essa nel tempo ha imboccato strade e deviazioni assai differenti. Infine, un’analisi comparativa delle principali normative vigenti nei Paesi Europei permette di comprendere come gli altri Paesi abbiano legiferato e disciplinato i propri impianti idroelettrici. Questa analisi comparativa mostra come l’Italia non sia sola nei ricorrenti conflitti con l’Ue, la quale ha attivato multiple procedure di infrazione verso il nostro e verso la maggior parte degli altri Stati dell’Unione. Curiosamente, però, il nostro Paese sembra essere stato il solo a dare realmente seguito ai rilievi imposti da Bruxelles, apportando modifiche alla normativa nazionale che spesso hanno reso ancor più difficile l’operato degli operatori economici del settore.

La ricerca propone, infine, talune riforme normative “possibili” – cioè attuabili nel breve e medio termine, ma solo parzialmente risolutive – e altri interventi “auspicabili” – ovvero maggiormente efficaci e semplificatori, ma attuabili soltanto in un raggio di tempo più lungo – in che possano rendere la regolazione del rapporto concessorio nel settore più chiara, semplice, omogenea e meno conflittuale tra i vari livelli di governo competenti.

Per leggere il paper in versione integrale: http://magna-carta.it/pubblicazioni/14740/

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