Non solo Tibet: in Cina anche lo Xinjiang è in rivolta
04 Aprile 2008
La
recente crisi in Tibet ha mostrato delle vistose falle nel solitamente
efficiente sistema di sicurezza cinese, ingigantite dal suo rapido propagarsi
nelle province limitrofe, abitate da altre comunità tibetane. Le proteste si
sono estese dalla regione autonoma del Tibet ad alcune aree delle province del Quinghai,
Gansu, Sichuan e Yunnan, considerate parte del Tibet storico.
Nei
peggiori auspici di Pechino, anche la provincia dello Xinjiang è stata investita
da un’ondata di malcontento. Insieme al Tibet, lo Xinjiang (o Turkestan
Orientale) è un’altra delle province autonome occidentali della Repubblica
Popolare cinese. E’ storicamente abitato dagli uighuri, una popolazione
turcofona di religione musulmana con forti tendenze separatiste. Tra il 23 e il
24 marzo scorsi, per stessa ammissione delle autorità locali cinesi, le città
di Khotan e Qaraqash sono state l’epicentro di alcune dimostrazioni popolari.
Le
autorità di Pechino hanno parlato di uno sparuto gruppo di ‘separatisti’, che
sarebbero stati riportati all’ordine senza troppi problemi. La diaspora uighura
all’estero parla invece di scontri, cui sarebbero seguiti diversi arresti,
accusando il governo centrale di aver pianificato una strategia di repressione
del dissenso uighuro da completare prima dell’apertura delle Olimpiadi.
Nella
sola Khotan le proteste avrebbero coinvolto circa 500-600 persone e sarebbero
state scatenate dalla notizia del decesso in carcere di un noto commerciante e
filantropo uighuro (Mutallip Hajim). Osservatori sul posto hanno raccontato di
manifestanti che gridavano contro i divieti in materia religiosa imposti dal
governo cinese, tra cui quello che proibisce alle donne di indossare il velo in
pubblico. Hanno anche confermato che parte del corteo ha scandito slogan
indipendentisti.
La
stretta del governo cinese sullo Xinjiang si è fatta forte già dall’anno
scorso. A metà 2007, il presidente cinese Hu Jintao ha ordinato il
rafforzamento della presenza militare in questa provincia e nel Tibet,
richiamando in servizio parte delle 650 mila unità paramilitari della Polizia
armata del popolo. Le autorità cinesi hanno dichiarato di aver sventato ai
primi di marzo un presunto complotto terroristico ordito dai separatisti
uighuri, che aveva come scopo quello di dirottare un volo diretto a Pechino e
decollato dallo Xinjiang.
In
questi giorni si rincorrono notizie sull’arresto preventivo di una settantina
di uighuri a Kashgar, città dello Xinjiang occidentale, dove a giugno passerà
la torcia olimpica. La polizia locale ha ammesso solo che attualmente è in
corso un’operazione di sicurezza – coperta dalla massima segretezza – nelle
aree di Kashgar e Gulya.
Occupato
dall’Esercito cinese nel 1949, dopo aver sperimentato negli anni Trenta e
Quaranta due brevi esperienze di indipendenza, negli ultimi 60 anni lo Xinjiang
ha subito un destino simile a quello del vicino Tibet. La forte immigrazione
han, l’etnia maggioritaria in Cina, ne ha modificato infatti la composizione
etnica a sfavore delle genti turcofone.
A
differenza di quanto proclamato dal Dalai Lama, che chiede maggior autonomia
per il Tibet, gli uighuri hanno una inclinazione più spiccata per
l’indipendenza. Nel quadro di una generale politica di repressione condotta
dalle autorità di Pechino, i problemi sono però gli stessi sollevati dai
tibetani: assenza di libertà religiosa; mancato rispetto per le loro tradizioni
culturali; discriminazione a favore degli immigrati han, che dominano
l’economia della provincia e occupano tutte le posizioni di vertice nel Partito
comunista e nell’amministrazione locale.
Particolarmente
forte è il controllo in ambito religioso. Ai musulmani è proibito celebrare le
festività religiose, studiare testi sacri, esprimere il proprio credo nelle
scuole statali. Le autorità di Pechino imporrebbero anche una propria
interpretazione del Corano ed eserciterebbero un controllo sulla nomina dei
dottori della legge islamica. I dissidenti – accusati spesso di terrorismo –
verrebbero fatti sparire, o nelle migliore delle ipotesi finirebbero nei
famigerati laogai, i campi di rieducazione tramite il lavoro.
Lo
Xinjiang ha una storia di conflitto con il regime comunista cinese. Negli anni
Novanta si sono verificate massicce esplosioni di violenza, sedate con la mano
pesante da Pechino. La guerra al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti nel 2001
è stata usata dalle autorità cinesi per accusare i gruppi indipendentisti
uighuri di essere collegati ad al-Qaeda e ai talebani. L’accusa in particolare è
rivolta contro il Movimento islamico del Turkestan Orientale, che ha sempre
negato ogni legame con la rete terroristica di Osama Bin Laden.
L’importanza
strategica dello Xinjiang è paragonabile a quella che Pechino nutre per il
Tibet. Posto lungo l’antica Via della Seta, è considerata la porta
nord-occidentale della Cina, un punto nevralgico per l’approvvigionamento
energetico dalla Russia e dall’Asia Centrale. Il fatto di confinare con
Pakistan e Afghanistan lo pone al centro di una delle aree geopoliticamente più
calde del globo. Diversi mesi prima che gli Usa e i suoi alleati attaccassero
l’Afghanistan, fonti del Mossad parlavano di raid delle truppe cinesi contro i
talebani. Queste azioni sarebbero partite dallo Xinjiang, per proseguire poi attraverso
i valichi dell’Hindu-Kush. Tra i tanti rifugi di Osama Bin Laden, si è
accennato anche a una zona al confine tra questa provincia autonoma cinese e il
Tagikistan, abitata dalle tribù musulmane dei Weiga del nord.
La
politica cinese nello Xinjiang influenza anche il dialogo di Pechino con Delhi.
Dal 1962 l’India rivendica la propria sovranità sulla regione montuosa cinese
dell’Aksai Chin. L’Aksai Chin è abitato da una popolazione di origine uighura:
un ampliamento della rivolta a queste latitudini incendierebbe ancor di più un
quadrante geopolitico già assai bollente, mettendo in pericolo i decennali
sforzi sino-indiani di porre fine a questa contesa di confine, che riguarda
anche lo Stato indiano dell’Arunachal Pradesh.
Il
governo cinese sta rispondendo alla crisi con un misto di repressione e
propaganda. Nei giorni scorsi, il primo ministro Wen Jiabao ha esortato il
popolo cinese a stringersi intorno al vessillo dell’unità nazionale, e ha
promesso un maggior sforzo del governo a favore delle minoranze etniche, che
vivono nelle aree economicamente depresse. La macchina del Partito si è messa
in moto. Pechino ha ordinato ai capi locali in Tibet, nello Xinjiang e nelle
province limitrofe, di rafforzare tutte le organizzazioni di base, allo scopo
di trasformarle in ‘bastioni’ contro il separatismo etnico.
La
reazione della Cina nelle sue due regioni autonome occidentali non risponde
solo alla necessità di prevenire la diffusione di un sentimento di protesta,
che rischierebbe di innescare pericolosi processi disgregativi interni, ma
anche di far fronte alle pressioni della maggioranza han, il cui nazionalismo è
stato alimentato negli ultimi anni dalla propaganda del Partito, come surrogato
della decadente ideologia comunista.
La
stragrande maggioranza dei cinesi chiede che si usi la forza contro il
separatismo dei tibetani e degli uighuri, considerati come degli ingrati, dato
l’enorme sforzo compiuto dallo Stato per favorire lo sviluppo economico delle
loro povere aree. Anzi, sono gli stessi han a sentirsi discriminati rispetto
alle minoranze etniche della Repubblica Popolare e accusano il regime di essere
stato troppo esitante agli albori della crisi, cedendo alle pressioni internazionali.
Un paradosso per i parametri occidentali: le minacce all’integrità territoriale
dello Stato sono riuscite laddove hanno finora fallito le aspirazioni del
popolo cinese alla democrazia e alla libertà (in particolare politica) e alla
eliminazione delle disparità sociali.
