Obama apre ai Repubblicani perché ha capito che l’Unione fa la forza

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Obama apre ai Repubblicani perché ha capito che l’Unione fa la forza

25 Gennaio 2011

Lo davano per spacciato e invece dopo la legnata alle midterm Obama riacquista lo smalto perduto, con un discorso “polite”, ecumenico come soltanto lui sa essere nei momenti in cui bisogna parlare all’America come ad un solo Paese. Ed è un buon momento per il Presidente che ha deciso di confortare gli americani sul loro futuro e ricordargli che bisogna "eliminare il rancore dal dibattito politico": l’indice di approvazione risale nei sondaggi, i democratici fanno quadrato dopo la risorgenza repubblicana, l’elettorato giovanile non ha perso la fiducia verso l’uomo del cambiamento e anche gli indipendenti mostrano segni di un nuovo innamoramento.

Nel giusto cammino verso il centro, ci sono stati il discorso di Tucson e il compromesso sui tagli alle tasse ereditati da Bush ma la novità è il parziale congelamento di quella spesa pubblica che il Presidente del Big Government adesso intende affrontare con un progressismo pragmatico e “business friendly”. L’odiata riforma sanitaria? L’ex leader della maggioranza democratica, il senatore Tom Daschle, ha proposto una commissione bipartisan per rivedere gli aspetti più contestati della legge. Ma tutto questo non basterà a convincere gli elettori che fra due anni torneranno a votare, se nel frattempo l’economia non avrà ripreso a correre, il PIL a salire, il deficit e il tasso di disoccupazione a scendere sensibilmente. Dei segnali positivi in questa direzione ci sono, "l’economia sta crescendo di nuovo", ma non sembrano ancora sufficienti a garantirgli un secondo mandato.

Resta solo un modo per far ripartire la locomotiva: avere dalla propria parte quell’arcipelago di piccoli e grandi imprenditori che pur avendo ripreso a fare profitti credono che il rischio non valga ancora la candela. La promessa è che verranno incentivati con una fiscalità più equa, per esempio nelle piccole aziende che devono rispettare i costi della riforma sanitaria. Quello di ieri non sarà stato il discorso dell’Unione di Clinton del ’96, quando Bill annunciò la fine dell’era del Big Government, ma dopo un biennio “rosso” speso in favore dell’ala liberal del partito Obama torna alle vecchie triangolazioni, un colpo al cerchio e uno alla botte, “investimenti” nelle energie pulite, nell’educazione e nelle infrastrutture ma anche un ragionevole blocco agli emolumenti pubblici parassitari. Il marchio è sempre quello dei New Democrats e della sinistra terzista.

C’è anche una continuità con Bush, come ha detto provocatoriamente Dick Cheney, da Guantanamo che resta aperta alla decimazione di Al Qaeda in Afghanistan. E per quanto la politica estera americana sia piena di incognite – il ritiro dall’Iraq, il destino dell’Afghanistan, il dialogo tra sordi con l’Iran – Obama resta un Presidente che considera Hamas un gruppo terroristico e che dopo aver teso la mano ad Ahmadinejad ha vincolato il dialogo sul nucleare alle sanzioni contro il regime di Teheran. Dopo due anni di engagement verso regimi ostili e repressivi, Obama ha capito che l’America sta con il popolo tunisino e con la gente che ha votato al referendum per l’indipendenza del Sud Sudan. Con quei popoli che passano dalla dittatura alla democrazia.