Obama avrà un problema con la sinistra italiana (l’Afghanistan)

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Obama avrà un problema con la sinistra italiana (l’Afghanistan)

23 Novembre 2012

Nonostante sia comunemente percepito come il Presidente più “europeo” della storia americana, durante il secondo mandato Obama non cambierà la sua politica dell’indifferenza verso l’Europa. Ma il Dipartimento di Stato deve vigilare almeno su un Paese del Vecchio Continente – l’Italia – dove è già iniziata la campagna elettorale per il voto che si terrà nella primavera del 2013.

Una volta insediato, infatti, il nuovo Parlamento italiano dovrà approvare il rifinanziamento delle missioni militari all’estero, come quella in Afghanistan, dove il contingente italiano opera dai tempi di Enduring Freedom. La Casa Bianca ha bisogno che la NATO sia al suo fianco per gestire le lunghe e complesse operazioni di rientro delle forze dall’Afghanistan, previsto per il 2014, e i soldati italiani in questi anni hanno dato prova di essere affidabili nelle zone calde di Herat e Khost. Se il nuovo Parlamento di Roma dovesse avere una maggioranza di sinistra, però, il rifinanziamento della missione non è scontato come sembra.

A parole, i leader della sinistra italiana sono tutti entusiasti della rielezione di Obama. Il giovane Matteo Renzi, che vuole «rottamare» la Seconda Repubblica, ha partecipato alla Convention democratica di Charlottesville e ospitato Bill Clinton a Firenze, la città di cui è sindaco. Renzi ha copiato gli slogan di Obama per cercare di vincere le Primarie del Partito Democratico, ma non c’è riuscito. A vincere è stato il segretario del partito, il più attempato Luigi Bersani, espressione della elite postcomunista pronta a tornare al potere dopo essersi convertita all’atlantismo (dalla Bosnia al Kosovo). Se dopo le elezioni di marzo il partito di Bersani dovesse avere una solida maggioranza in parlamento, tutto sommato il Dipartimento di Stato riuscirà a persuadere l’alleato italiano di restare in Afghanistan fino alla fine naturale della missione.

Purtroppo per Bersani, però, gli alleati americani dovranno fare i conti con il poeta comunista Nichi Vendola, indicato da alcuni osservatori come l’eventuale vicepremier italiano. Il 4 novembre scorso Vendola ha annunciato che il suo primo impegno di governo sarà «il rientro immediato delle truppe italiane dall’Afghanistan, prima della scadenza della missione». (Vendola è anche convinto che Chavez sia riuscito laddove Fidel Castro aveva fallito…). È difficile capire come farà l’Amministrazione Obama a dialogare con un governo che in politica estera alterna il volontarismo democratico di Renzi, le posizioni socialdemocratiche di Bersani, il terzomondismo, l’anticapitalismo e il filo-arabismo di Vendola.

Per non parlare del popolo di Beppe Grillo, il movimento grassroots guidato dall’attore comico che sta scalando i sondaggi. Grillo, una sorta di Michael Moore italiano, sostiene che «l’Afghanistan è occupato dalle forze della NATO, Italia inclusa, senza nessuna ragione. Non vi sono prove del coinvolgimento del governo afgano nell’attacco alle Torri Gemelle. L’Afghanistan era uno Stato sovrano a cui è stata dichiarata una guerra». Si riferisce all’Emirato Talebano del 2001, quello delle donne fucilate con un colpo in testa negli stadi. L’Amministrazione Obama ha quindi davanti a sé l’arroganza classica del sedicente umanesimo dietro cui si nasconde il nazionalismo mediterraneo: qualcuno ha detto che l’amore per Obama, in Italia, forse è solo un’altra versione dell’antiamericanismo. 

Come garantirsi l’appoggio dell’Italia in Afghanistan? L’ambasciatore americano a Roma, David Thorne, ha giudicato il successore di Berlusconi, l’ex ministro della giustizia Angelino Alfano, «un uomo in gamba, intelligente, con idee nuove». In più di una occasione, Alfano ha ricordato «il tributo di dolore» pagato dalle famiglie dei soldati italiani morti in Afghanistan «per affermare la democrazia». Il giovane segretario del PdL non ha molte chance di diventare premier del nuovo governo, ma se vincesse le Primarie del suo partito, unendo il centrodestra italiano, potrebbe spianare la strada a un esecutivo, moderato, liberale, pronto a mantenere gli impegni presi dall’Italia in sede NATO sull’Afghanistan. Il paradosso per Obama, dunque, è che in questo momento il miglior alleato di Washington a Roma resta la destra post-berlusconiana.