Obama cambia idea su tutto meno che sull’Iran (purtroppo)
04 Ottobre 2009
di Redazione
La contraddizione in sé non è una cosa spiacevole, se si risolve in uno slancio dialettico utile a oltrepassare una situazione critica. Anche la coerenza non dovrebbe essere un totem assoluto, si dice che solo gli stupidi non cambiano mai idea. Ed è proprio questa la caratteristica di Obama (“Change”). Solo che a sentire le sue ultime dichiarazioni in politica estera viene da chiedersi se non sia controproducente cambiare idea così spesso e senza un motivo preciso. La strategia però sembra proprio questa. Sbalordire e disorientare tutti.
Qualsiasi altro presidente sarebbe già stato crocefisso alla definizione di "flip-flop", uno dei peggiori insulti che si possa fare all’inquilino di turno dela Casa Bianca. Obama è semplicemente "flessibile".
Obama ha vinto le elezioni sul ritiro dall’Iraq. E’ riuscito (quasi) a farci credere che la democrazia non si potesse esportare. Ma in un’intervista rilasciata a margine del suo discorso all’Onu, ha dovuto ammettere che l’Iraq di oggi è un Paese più libero e democratico. Insomma, la guerra era sbagliata ma è servita. E l’Afghanistan? “E’ una missione della Nato – ha detto – non è una guerra americana”. Be’, dal 2003 il controllo del Paese è passato effettivamente dalla missione Enduring Freedom a quella Isaf della Nato; i Marines però continuano ad operare parallelamente all’Alleanza e Obama aveva riconosciuto quella per l’Afghanista come la "sua" guerra… o ci siamo persi qualche passaggio?
L’esempio paradigmatico del nuovo corso americano è il piccolo Honduras. Qui gli Usa si sono schierati in un primo tempo dalla parte del presidente Zelaya, uno che simpatizza per Castro e Chavez. Zelaya deve essere rimesso al suo posto, ha intimato il Dipartimento di stato Usa. Ma quando il cowboy honduregno è tornato di soppiatto a Tegucigalpa, per vendicarsi dell’esilio e recuperare il potere, l’ambasciatore di Obama all’assemblea degli stati americani ha definito Zelaya uno stupido e la sua mossa “avventata”.
Questi esempi d’incoerenza, come dicevamo all’inizio, non sono per forza negativi. Con la sua bizzarra politica estera il presidente potrebbe davvero farcela a ritirarsi dall’Iraq senza abbandonarlo a sé stesso, o a chiudere Guantanamo senza dover aprire un ufficio detenuti scomparsi. Era dunque questo il senso dello slogan “Yes We Can”: possiamo cambiare idea quante volte vogliamo se è nell’interesse nazionale.
Eppure c’è una questione, una sola, che Obama affronta con inaspettata testardaggine e su cui appare irremovibile. Il nucleare iraniano. Gli Usa continuano a dialogare apertamente con Teheran, com’è accaduto nei giorni scorsi a Ginevra. Si fidano dei negoziatori avversari e li gratificano con esclusivi incontri bilaterali.
Allora, proprio perché vogliamo seguire fino in fondo la nuova strategia di Obama, ci sembra che l’America dovrebbe mostrarsi un pochino più elastica e meno statica con l’Iran, usando tutta la sua enorme forza “dialettica” per fermare Ahamadinejad. In fondo la promessa era che la mano tesa, a un certo punto, sarebbe stata ritirata. Presidente, anche per questa volta usi la sua fantastica"flessibilità" e faccia saltare la contraddizione iraniana. Prima che ad esplodere sia qualcos’altro.
(r.s.)
