Obama chiama Abu Mazen ma i palestinesi vogliono un nuovo capo
22 Gennaio 2009
In un minimarket della West Bank, un gruppetto di palestinesi sta guardando Abu Mazen alla tv. Il presidente è al Cairo per discutere la tregua con il governo israeliano. Le reazioni non sono positive, racconta il giornale Asharq al-Awsat. Qualcuno dice scoraggiato: “Fatah ha represso le proteste, come se quello che stava accadendo a Gaza appartenesse a un’altra nazione”. Un altro aggiunge: “Per quelli di Hamas il mandato di Abu Mazen è già scaduto”.
Secondo Riyad Nasser, un ingegnere di Ramallah: “Non mi interessa se il presidente prolungherà o no il suo mandato, quello che importa è che i palestinesi si muovano verso l’unità nazionale, trovando una nuova leadership. Non voterò ancora per quelli che ci hanno governato”. A quanto pare Abu Mazen non gode di grande stima tra la sua gente. Soprattutto dopo la sconfitta di Gaza. Forse riuscirà a mantenere il potere nelle sue mani fino alle prossime elezioni ma come farà ad essere rieletto?
Questo ci riporta alla solita domanda sul fronte interno palestinese: chi sono i moderati arabi? Abu Mazen è stato definito un pragmatico ma di pragmatico nell’era post-Olp c’è solo la corruzione di un sistema socialista degradato. I privilegi della casta dell’ANP e l’uso scellerato degli aiuti internazionali gridano vendetta: lo stato palestinese ha ricevuto fondi pro-capite in aiuti paragonabili solo al Piano Marshall per l’intera Europa dopo
Abu Mazen è stato uno degli uomini degli accordi di Oslo che accompagnò un refrattario Arafat alla Casa Bianca nel 1993. E’ quello che, a proposito del diritto al ritorno dei palestinesi in Israele, ha detto: “dovrebbe essere garantito a chiunque, ma ovviamente dobbiamo sederci attorno a un tavolo e discutere i dettagli che devono essere accettati da entrambe le parti”. Da quando ha iniziato le trattative la sua influenza e quella di Fatah sono precipitate. Oggi il presidente non sembra in grado di riprendere il controllo di Gaza. Quando si è scontrato militarmente con gli islamisti ha perso.
Una cosa Abu Mazen l’ha fatta. E’ riuscito a modificare la “Basic Law”, la legge che regolarizza il processo istituzionale della Palestina. Ha accorpato le prossime elezioni presidenziali a quelle legislative, posticipandole alla fine del 2009.
Tutti i leader palestinesi parlano di “unità”. Durante una riunione a Damasco, il capo politico di Hamas – Khaled Meshaal – ha dichiarato che “dal 9 gennaio il mandato del presidente Abbas non sarà più legittimato se non attraverso elezioni e con la riconciliazione nazionale”. Il problema è capire cosa intenda Meshaal – criticato dai suoi stessi compagni di sventura per la sua durezza – quando parla di unità e riconciliazione.
Ci sono Paesi arabi che in questa partita giocano sporco e interferiscono negli affari interni palestinesi per favorire Hamas.
Abu Mazen al vertice è andato lo stesso per dire che “dobbiamo formare il prima possibile un governo di unità nazionale che porti alle elezioni. Occorre che tutti i palestinesi si incontrino in Egitto, è l’unica cosa davvero adeguata al momento”. La riunione dovrà avvenire “immediatamente” e si arriverà a un accordo, anche se fossero necessari “colloqui di migliaia di ore”. Il presidente americano Obama aveva appena chiamato Abu Mazen nel suo giro di ricognizione telefonica con i leader del mondo arabo.
Anche la sinistra comunista sogna l’unità. Durante la guerra di Gaza, Marwan Barghouti ha scritto un appello dal carcere dove si trova rinchiuso a vita per aver partecipato all’omicidio di 5 israeliani. “Il sangue versato dai martiri di Gaza ci chiede di mettere fine alle divisioni e di realizzare l’unità nazionale. Bisogna impegnarsi in un tavolo di dialogo sulla base di un documento di riconciliazione e attraverso una scelta democratica”. Barghouti viene considerato da molti palestinesi una specie di Mandela, il successore naturale di Arafat, l’uomo che siederà al tavolo della pace. Hamas chiede che il suo rilascio in cambio della liberazione del soldato Shalit.
Mandela però non ha mai ammazzato nessuno durante la lotta contro l’apartheid, subì soltanto delle condanne per cospirazione e sabotaggio. Marwan ha anche un lontano cugino, Mustafa Barghouti, che di mestiere fa il medico-intellettuale. Mustafa non ha condanne per omicidio sulla testa, predica la non-violenza e conduce una Iniziativa democratica (Al Mubadara) che lo unisce spiritualmente, e ideologicamente, alle battaglie del professor Edward Said. Ma sono sempre le stesse battaglie: “Gaza è un campo di concentramento”, “Hamas un prodotto occidentale, ricordate quella poesia di Kavafis? L’Occidente avrà i suoi fondamentalismi, i suoi terroristi. Come farebbe senza i barbari alle sue porte?”. Ci mancava Kavafis.
Mustafa vuole “modernizzare”
