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Ultima tappa del viaggio la Corea del Sud

Obama dà appuntamento ai leader asiatici al vertice delle Hawaii

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Grande successo mediatico per la prima visita di Obama a Pechino. In soli due giorni, il presidente americano è riuscito a guadagnarsi la stima dei cinesi. Giudicando il suo discorso all'Università di Shangai, il quotidiano anglofono China Daily - una vetrina della Repubblica Popolare all'estero - ha parlato di un "momento impressionante", elogiando lo stile rilassato di Obama e le sue "qualità di oratore".

Dopo l'incontro con Hu Jintao di martedì, Obama ha affermato in conferenza stampa di aver affrontato la questione dei diritti umani: "Ho parlato con il presidente Hu della convinzione fondamentale dell'America che tutti gli uomini e le donne possiedono alcuni diritti dell'uomo universali fondamentali". Il presidente americano ha riferito di aver chiesto al suo omologo cinese di riprendere al più presto i colloqui con il Dalai Lama. Il leader tibetano, in visita a Bolzano per un progetto della provincia in favore di Tibet e Nepal, ha dichiarato di apprezzare le parole di Obama, riconoscendo la difficoltà degli Stati Uniti che "non possono esprimersi come vorrebbero".

In questo modo Obama ha cercato di rimediare alle critiche che gli erano piovute addosso nei mesi scorsi dalle associazioni per i diritti umani, che l'avevano accusato di avere un approccio troppo pragmatico nei confronti di Pechino, evitando di affrontare apertamente il regime su questa questione. Nonostante gli sforzi, non c'è stata, in realtà, alcuna evoluzione in materia. Un comunicato comune rilasciato subito dopo l'incontro si limita ad affermare che "le due parti hanno riconosciuto che gli Stati Uniti e la Cina hanno delle opinioni divergenti sulla questione dei diritti umani", e che "il dialogo sarà ripreso a Washington entro la fine di febbraio".

Ma esclusa la parentesi dei diritti umani, il colloquio tra i due leader è stato pieno di buone intenzioni. Prendiamo il prossimo vertice di Copenaghen. Secondo Hu Jintao, i due leader si sarebbero accordati per agire "sulla base del principio delle responsabilità comuni ma differenziate, in relazione alle nostre capacità rispettive di lavorare con le altre parti al fine di far emergere dei risultati positivi alla conferenza di Copenaghen". Obama e Jintao hanno dichiarato di puntare al raggiungimento di un "accordo ad effetto immediato, che non sia solo una dichiarazione politica". Obama ha riconosciuto che "senza lo sforzo degli Stati Uniti e della Cina, i più grandi consumatori e produttori di energia, non si possono trovare soluzioni". Cina e Stati Uniti si sono impegnati nella creazione di un centro di ricerca sull'energia pulita e hanno firmato degli accordi concernenti l'efficienza energetica e le energie rinnovabili.

Ma le dichiarazioni di Obama non bastano a placare le critiche degli ambientalisti, seguite al vertice dell'APEC di Singapore del 16 novembre. In margine al vertice, infatti, su proposta del premier danese Lars Lokke Rasmussen, Obama e alcuni leader dei paesi Asean, hanno deciso di giungere ad un accordo sul clima in due fasi: un accordo politico (da sottoscrivere a Copenaghen) e un'intesa vincolante da raggiungere tramite colloqui successivi. Uno stratagemma per nascondere il fallimento preannunciato del vertice di Copenaghen e per ritardare ulteriormente l'adozione di un programma di lotta all'emissione di gas serra. Nonostante  i buoni propositi, e i diversi provvedimenti presi singolarmente da Cina e Stati Uniti per la riduzione delle emissioni, i leader dei due più grandi inquinatori del mondo sembrano restii ad accettare impegni vincolanti sul piano internazionale. Si muovono da soli e autonomamente in quello che ieri, sull'Occidentale, abbiamo definito un "G2 del clima".

L'Unione europea si trova così, di fatto, costretta ad accettare un ridimensionamento del vertice di Copenaghen. La notizia delle decisioni prese in Asia non ha tardato ad attirare le critiche dei leader europei. La cancelliera tedesca Angela Merkel, una dei leader più attivi in Europa contro il cambiamento climatico, ha dichiarato che intende comunque recarsi a Copenaghen, per cercare di esprimere una "volontà politica forte" all'interno dei colloqui. Più critico il presidente francese Sarkozy, che, riferendosi agli Usa, ha affermato che "la prima economia del mondo deve essere all'altezza delle sue responsabilità" aggiungendo : "Non accetteremo di prendere degli impegni e guardare gli altri che dicono 'vedremo domani' ".

Per ciò che concerne la questione del nucleare nordcoreano, Obama e Jintao hanno convenuto sulla necessità di riprendere i negoziati a sei, abbandonati ad aprile da Pyongyang, e perseguire nel dialogo e le consultazioni. Stessa ricetta comune anche per la risoluzione della questione nucleare iraniana, mentre in campo economico i due premier hanno ribadito il proprio impegno nell'opporsi a qualsiasi forma di protezionismo. Obama ha dichiarato che entrambi i Paesi sono d'accordo sul fatto che "mantenere un mercato aperto e degli scambi commerciali contribuirà alla prosperità comune".

Le relazioni sino-americane, infine. Entrambi i leader si sono detti consapevoli dell'importanza della costruzione di relazioni bilaterali costruttive, dicendosi disposti ad aumentare gli scambi e il dialogo in questo senso: "le relazioni tra Cina e Stati Uniti non sono mai state così importanti per il nostro avvenire collettivo. Le principale sfide del XXI secolo, dal cambiamento climatico alla proliferazione nucleare, passando per la ripresa economica, sono delle sfide comuni che riguardano i nostri Paesi e che nessuno può risolvere agendo da solo" ha affermato il presidente Obama. "E per questo che Hu ed io abbiamo parlato di costruire una relazione bilaterale positiva, di collaborazione, e globale".

Come la visita di Obama a Pechino, anche la visita in Giappone di sabato scorso aveva creato qualche polemica. L'inchino di Obama davanti all'Imperatore giapponese era stata salutata dalla stampa nipponica come un grande segno di rispetto dell'etichetta locale, mentre ha scatenato il risentimento dei conservatori sull'altra sponda del Pacifico, secondo i quali in presidente si sarebbe "umiliato". In visita a Tokyo, il presidente Obama ha incontrato anche il premier giapponese Hatoyama, con il quale ha stabilito di rivedere entro l'anno prossimo il trattato, vecchio di 50 anni, sul quale poggiano le relazioni bilaterali. Hatoyama, che si era presentato alle elezioni con un programma teso ad una maggiore indipendenza dagli Stati Uniti, ha chiesto di regolare al più presto la questione della presenza di basi americane ad Okinawa, nell'estremo sud dell'arcipelago, una presenza sempre meno tollerata dalla popolazione locale. Obama non si è recato in visita nelle due città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, ma ha affermato che sarebbe certamente un "gesto onorabile" effettuare questo viaggio e non ha quindi escluso di farlo in futuro.

La prossima tappa del viaggio asiatico di Obama sarà la Corea del Sud, dove il disarmo nordcoreano sarà al centro dei colloqui. Intanto da Pyongyang arrivano segnali di apertura. Nel quotidiano ufficiale del partito comunista nordcoreano Rodong Sinmun si legge che "il miglioramento delle relazioni intercoreane è una necessità urgente per la pace e l'unificazione della penisola", e si dichiara la volontà del regime di "continuare a fare sforzi attivi per migliorare le relazioni tra Nord e Sud", in netta controtendenza con l'atteggiamento tenuto negli ultimi mesi dal regime. Le dichiarazioni hanno destato stupore tra i media sudcoreani, che le considerano strettamente legate all'imminente visita del presidente americano a Seoul.

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