Messico e droga

Obama dichiara guerra agli eredi del narcotrafficante Pablo Escobar

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Come ogni anno, anche nel 2009 la rivista “Forbes” ha stilato la lista dei miliardari mondiali. La contingente crisi economica internazionale ha provocato una diminuzione di circa il 23 per cento del valore totale del patrimonio di questa elite, e ridotto il numero dei miliardari dai 1.125 del 2008 ai 793 del 2009, con una ricchezza media di 3 miliardi di dollari pro capite.

Quest’anno però a sorprendere non sono il primo posto in graduatoria del magnate dei software Bill Gates con i suoi 40 miliardi di dollari, o la presenza dei soliti finanzieri più o meno noti, industriali, petrolieri e sceicchi. A destare scalpore è l’inclusione, al 701esimo posto della classifica, del messicano Joaquin Guzman Loera. Loera è più noto alla polizia internazionale, soprattutto a quelle messicana e statunitense, con il soprannome “El Chapo” (Il Corto) ed è, stando anche al profilo di Forbes, un narcotrafficante ricercato. 54 anni, secondo fonti di intelligence è cresciuto criminalmente nel cartello guidato da “El Padrino”, al secolo Angel Felix Gallardo. Guzman Loera è divenuto con il passare del tempo il capo del cartello di Sinaloa, e uno dei più pericolosi e ricercati trafficanti di droga del Mondo.

Arrestato nel 1993 con l’accusa di omicidio e traffico di droga, dopo otto anni è riuscito ad evadere dal penitenziario fuggendo dalla lavanderia. Riconquistata la leadership del proprio cartello, “El Chapo” ne ha fatto in breve tempo il più rilevante importatore di stupefacenti negli Stati Uniti e, attraverso un fitto e articolato impianto di tunnel sotterranei al confine Messico-Usa, il maggior fruitore dei guadagni che le organizzazioni criminali messicane ottengono dal narcotraffico. Si stima che nel 2008 i soldi riciclati dalle attività illecite derivanti dalle spedizioni e dalla vendita di droga abbiano oscillato tra i 18 e i 39 miliardi di dollari. Per contrastare questo fenomeno Washington ha posto sulla testa del narcotrafficante una taglia di 5 milioni di dollari. Gli inquirenti di entrambe le sponde del confine Messico-Stati Uniti ritengono i traffici del cartello di Sinaloa la causa principale dell’ondata di violenza nella regione, e proprio per questo il Procuratore Generale messicano, Eduardo Medina Mora, ha giudicato il numero di Forbes una “speculazione calcolata ed offensiva”.

Durante un summit internazionale sul traffico di droga tenutosi la scorsa settimana a Vienna, Mora ha dichiarato che “Forbes sta mettendo sullo stesso piatto le attività di un criminale ricercato in Messico e all’estero con quella di onesti uomini d’affari”. Anche il Presidente messicano Felipe Calderon, intervenendo in un incontro a Città del Messico, facendo riferimento al reportage della rivista statunitense, non ha lesinato critiche per la “molto triste intensificazione della campagna varata contro il Messico”, un paese che negli ultimi sei anni ha già dovuto affrontare la diserzione di circa 150 mila soldati impegnati nella lotta contro i trafficati.

Stime ufficiali mostrano che nonostante le circa 40 mila unità attualmente impegnate nella lotta contro i cartelli delle zone di Sinaloa, Guerrero, Michoacan e Chihuahua, il numero dei disertori è in continua crescita, soprattutto a causa di motivazioni economiche. I soldati guadagnano 3.000/3.500 pesos (poco più di 200 dollari) con la consapevolezza di dover affrontare ogni mese continui ed enormi pericoli, confinati nelle caserme e lontani dai propri affetti familiari. In un’intervista anonima rilasciata alla CNN, un disertore che ha abbandonato il servizio dopo cinque anni ha dichiarato che “molti militari intravedono migliori opportunità di paga nel congedarsi dall’esercito e mettersi al soldo dei narcotrafficanti, nel caso migliore come guardie del corpo”. Così, mentre gruppi armati come Zetas (al soldo del cartello del Golfo), erano inizialmente integrati da membri delle forze speciali militari, la polizia federale e i corpi dell’esercito e della marina sono infiltrati da esponenti delle organizzazioni criminali, costringendo i governi delle due sponde del confine ad una lotta totalmente impossibile, che si protrae ormai da circa quattro decenni.

La pubblicazione del nome di Guzman Loera nella lista dei miliardari del 2009 assume dunque un significato particolarmente inquietante, anche se esattamente vent’anni fa, nel 1989, sulle pagine dello stesso magazine si era già verificato un episodio identico, con l’inserimento al settimo posto della graduatoria dei più ricchi uomini al mondo del narcotrafficante colombiano Pablo Escobar, che assieme alla famiglia Ochoa, Carlos Lehder e Jose Gonzalo Rodriguez Gacha - l’allora incontrastato cartello colombiano di Medellin - erano capaci di importare cocaina negli Stati Uniti anche grazie al supporto logistico del leader panamense Generale Manuel Noriega. Come vent’anni fa l’inclusione di Escobar aveva svilito e ridimensionato, agli occhi della opinione pubblica, gli sforzi del governo statunitense contro l’illegalità e la spirale di violenza prodotta dai trafficanti di Medellin, oggi la pubblicazione del nome di Guzman Loera appare parimenti provocatoria, scellerata e inopportuna di fronte ai tentativi di Washington di porre fine all’attività delle organizzazioni dei narcotrafficanti messicani.

In quest’ottica, quanto avvenuto l’11 marzo scorso rappresenta un segnale importante, una risposta alla provocatoria lista dei Paperoni di Forbes, su come gli Usa intendano mantenere alta la guardia e intensificare il proprio impegno contro i cartelli messicani. In quella occasione, il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha ribadito come, ancora prima del suo insediamento, il presidente Obama abbia incontrato il suo omologo messicano Calderon per rafforzare il reciproco impegno contro il traffico di droga, e come “la situazione in Messico è tale da coinvolgere molti dipartimenti differenti”, ed ha aggiunto che “ovviamente il Department of Homeland  Security, l’Office of Drug, la National Drug Control Policy, e molti altri saranno coinvolti nell’assicurare che la situazione e la violenza non si propaghino”. A breve il segretario Janet A. Napolitano si recherà in Messico, per approfondire il coordinamento e trovare una linea d’azione comune.

Quasi in contemporanea alle dichiarazioni con le quali Gibbs ribadiva l’impegno di Washington su questo fronte, l’amministrazione statunitense ha compiuto un passo ancora più determinante. Il Vice Presidente Biden ha presentato Gil Kerlikowske, da nove anni a Capo della polizia di Seattle, e da quasi quattro decenni impegnato attivamente nella lotta contro il crimine organizzato e i trafficanti di droga, quale nuovo Direttore dell’Office of National Drug Control Police (ONDCP), ufficio istituito nel 1989 dall’allora Presidente Gorge H.W. Bush, e ancora oggi ritenuto di importanza cruciale per coordinare al più alto livello governativo le polizie antidroga nazionali. Durante la sua prima conferenza stampa,  Kerlikowske ha assunto la carica di “zar della droga” (questo è il soprannome unanimemente riconosciuto per il capo di tale ufficio), mentre il Vice Presidente Biden affermava che “l’abuso di droghe è uno dei problemi più diffusi nella nostra nazione […] senza distinzione di età, sesso, situazione economica, o status, razza, o credo. E come tutti voi sapete, esso provoca la rovina in tutte le nostre comunità: urbana, agricola e suburbana”.

Biden ha aggiunto che, dato lo stretto legame che intercorre tra droga e violenza, l’eliminazione dell’abuso di droga significherebbe ridurre notevolmente la violenza in America, ed alleviare la popolazione dalle sofferenze provocate “dalla perdita di vite, la perdita dei sogni che risulta dal dolore e dalla distruzione che l’abuso porta non solo al drogato, ma anche alle famiglie e a tutto l’ambiente, e ad ognuno che ama tali persone”. Le parole del Vice Presidente e quelle del neonominato Kerlikowske secondo le quali “il successo dei nostri sforzi per ridurre il flusso di droga dipende in grande misura dalla nostra abilità a ridurne la domanda a cominciare tra i nostri giovani” sembrano dunque, non solo una conferma della fermezza politica di Washington, ma anche un monito verso i mezzi di comunicazione. In un villaggio globale in cui gli opinion-maker influenzano come non mai i cittadini, e i network, la rete e i magazine di successo (come Forbes) rappresentano esempi quotidiani in grado di ispirare le prospettive e le aspettative delle giovani generazioni, Washington ha dato una risposta dura all’inserimento di Joaquin Guzman Loera nella lista dei nuovi miliardari. In fondo lo scorso aprile la stessa rivista aveva inserito Guzman tra i dieci criminali più ricercati al mondo, secondo solo a Osama Bin Laden.

 

 

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