Obama e il Congresso. “Intervento limitato”, insuccesso assicurato

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Obama e il Congresso. “Intervento limitato”, insuccesso assicurato

04 Settembre 2013

Obama incassa il primo sì della Commissione Esteri del Senato per l’intervento in Siria, margine risicato, 10 sì contro 7 no. Passa una risoluzione che dà 90 giorni al presidente per l’azione militare senza truppe sul terreno e contro obiettivi militari del regime. "In un modo limitato e ben congegnato". Ma la partita vera Obama se la giocherà nei prossimi giorni con il voto al Senato e soprattutto alla Camera, dove i dem sono sotto e l’asse trasversale contrario all’intervento alla fine potrebbe se non prevalere limitare ulteriormente le regole d’ingaggio.

La risoluzione da una parte restringe il campo di azione militare degli Usa ma nel stesso tempo, se il Congresso non si mettesse di traverso, potrebbe dare margini di manovra più ampi del previsto al "comandante in capo". Un voto senza maldipancia delle Camere rafforzerebbe inoltre la posizione del segretario di Stato Kerry, che almeno a parole è sembrato più determinato di Obama. Ieri Kerry ha fatto sapere che c’è un buon numero di Paesi arabi pronti a sostenere con gli Usa i costi dell’intervento.

Ma resta da capire cosa pensa di ottenere l’Amministrazione con il lancio di qualche missile su qualche obiettivo del regime, posto che colpire i depositi di armi chimiche (se sono stati individuati) non è proprio un gioco da ragazzi visto che c’è il rischio di disperdere nell’aria sostanza tossiche. Come resta oscura la strategia generale di Obama, considerando che la Siria è solo un pezzo dell’asse Russia-Iran-Hezbollah che per adesso sta vincendo la battaglia a livello internazionale.

Negli Usa c’è chi auspica una balcanizzazione del conflitto ma questo significherebbe, finché Assad avrà dalla sua quegli alleati, una "estensione" della Siria attuale verso il Libano, piuttosto che verso la Giordania o la Turchia, con effetti destabilizzanti altrettanto pericolosi rispetto alla situazione attuale. Come pure potrebbe formarsi una regione islamizzata e sotto il controllo di Al Nusra, a un tiro di schioppo dalle basi americane in Iraq.

Per tutte queste ragioni il presidente Obama dovrebbe andare oltre il lancio di missili preventivato, rafforzando il training e l’armamento dell’Esercito libero, con armi anticarro e antiaeree in grado di rovesciare, forse, le sorti del conflitto sul terreno. Il problema è che Obama e non solo lui temono che poi queste armi finiscano nelle mani sbagliate, com’è già successo in passato in altri teatri. Un’alternativa ci sarebbe. Non limitarsi a un raid "cosmetico", come si aspettano Assad e i suoi generali, ma incidere davvero con il potenziale bellico schierato dagli Usa nel Mediterraneo.

Martellando dal cielo e dal mare le basi militari siriane, azzerando l’aviazione che da due anni è stressata, tentata dalla diserzione, gli Usa farebbero comunque un favore all’Esercito libero. Ma di tutto questo, almeno formalmente, non c’è traccia nella risoluzione che sarà votata in Senato la prossima settimana. Una cosa è certa; se mai il Congresso dovesse votare no, allora i Paesi democratici dovrebbero iniziare seriamente a preoccuparsi. Constatato l’isolazionismo americano, i vari turbanti e veterocomunisti atomici ancora in giro per il mondo, e ce ne sono, andrebbero avanti nei loro programmi di armamento, sapendo che nessuno li può più fermare.