“Obama e l’Europa uniti in Afghanistan ma divisi dalla crisi economica”

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“Obama e l’Europa uniti in Afghanistan ma divisi dalla crisi economica”

03 Agosto 2009

Gli americani chiedono un maggior impegno europeo in Afghanistan ma non insistono troppo perché sanno che non l’otterrebbero. Eppure potrebbe essere questo il terreno sui cui costruire una partnership più stretta tra gli Alleati. L’economia invece è il punto dolente dei rapporti transatlantici. Usa ed Europa si dividono sulle politiche di "stimolo" per uscire dalla recessione, mentre l’America guarda sempre di più alla Cina. Di questo, e dei nuovi scenari in Medio Oriente, parliamo con Federico Romero, che insegna Storia americana all’Università di Bologna. "Il discorso di Obama all’Università di Notre Dame può servirci a comprendere la politica estera del presidente".

Professore, è stato appena nominato il nostro nuovo ambasciatore negli Usa. Qual è lo stato dei rapporti tra Italia e Stati Uniti?

Sono relazioni ordinarie tra due alleati in un momento storico in cui gli Usa non ritengono l’Italia un Paese chiave né per uscire dalla crisi economica, né per la soluzione dei maggiori nodi internazionali.

In Afghanistan ci siamo e non ce ne andremo

Sì, l’Italia sta facendo la sua parte nella strategia obamiana di contenimento del problema afghano. Ma è ancora presto per parlare di vittoria.

Il problema se mai è “l’amico Putin”

Sembrerebbe che ci sia una differenza di fondo ma anche in questo caso non credo si tratti di una delle principali questioni sul tavolo.

Se guardiamo all’insieme delle relazioni transatlantiche?

Gli americani chiedono un maggior impegno europeo sull’Afghanistan ma non insistono troppo perché sanno che non l’otterrebbero. Eppure l’Afghanistan potrebbe essere proprio uno dei terreni sui cui costruire un rapporto di collaborazione più stretto.

L’Europa ha preso le distanze dal “piano di stimolo” di Obama

E’ il punto più stridente e dolente dei nostri rapporti con l’America. Quest’anno c’è stata davvero una differenziazione di scelte: gli Usa, e in parte la Gran Bretagna, spingono verso lo stimolo pubblico alla ripresa dell’economia, mentre Francia e in Germania lo fanno molto meno. In questo senso i legami tra le due sponde dell’Atlantico sono in una condizione relativamente precaria, ma sottolineo relativamente.

Che fine hanno fatto “Atene” e “Sparta”?

La metafora di Kagan non può essere applicata al presente. La geometria del multilateralismo si sta ridefinendo, dando un posto di primo piano alla Cina e alle altre potenze emergenti come l’India o il Brasile. L’Europa potrà giocare in questo “nuovo multilateralismo” se parlerà con una voce sola. Se invece avremo dei Paesi che non riescono a federarsi in un centro decisionale unitario è chiaro che l’Europa ne uscirà marginalizzata.

L’accoglienza riservata dagli americani alla delegazione cinese la scorsa settimana non è stata un po’ troppo accondiscendente?

Sul breve e medio periodo la questione economica è decisiva nel rapporto tra Cina e Usa. Si tratta di costruire un asse di collaborazione sul piano finanziario ed economico per evitare che i rapporti si smorzino o abortiscano ancora prima di aver preso piede. Poi servirà una relazione strategica ad ampio spettro, di più lungo periodo, su questioni politiche e di sicurezza. Nei prossimi decenni il rapporto Usa-Cina sarà cruciale per la sicurezza dell’Asia Sud Orientale e dell’area del Pacifico. Il discorso sui diritti umani e la democraticità della Cina verranno messi temporaneamente da parte ma non è detto che lo restino per sempre.

Visto che parliamo di economia, a cosa è servito il piano di stimolo?

Il piano ha avuto ed ha due funzioni essenziali. La prima, che mi pare abbia assolto, è stata evitare un crollo psicologico totale e quindi lo spalancarsi di una depressione ben più larga e vasta di quella che già c’era. Il panico è stato fermato. Lo dimostra il fatto che la fiducia degli operatori e del pubblico verso la ripresa dell’economia americana resta abbastanza alta. La seconda funzione del piano è di favorire la ripresa. Ma in questo caso i grandi flussi di spesa innescati dallo stimolo federale partiranno dal prossimo autunno e quindi è dall’inverno prossimo che capiremo come e quanto investiranno i singoli stati.

Per adesso la disoccupazione resta alta, lo dice Obama

L’occupazione potrebbe continuare a ristagnare fino al prossimo inverno, nonostante gli aiuti, i fondi e i nuovi investimenti. La ripresa sarà lenta. Sarà un problema per i lavoratori e per le famiglie ma anche un problema politico e di immagine. Se il trend resta questo, l’amministrazione potrebbe subire un primo e serio contraccolpo alle elezioni per il rinnovo del Congresso nel 2010. L’economia americana è ancora un punto interrogativo.

Nel weekend il presidente ha riunito i suoi ministri alla Blair House. Chi sono i migliori?

Il giudizio sul ministro del Tesoro e il capo della Fed è positivo. Sono stati essenziali per fronteggiare la recessione economica. Un buon voto va anche al segretario di stato Clinton: non ci sono state le tensioni, i conflitti e gli attriti che tutti si aspettavano.

La Clinton proverà a smarcarsi da Obama?

La Clinton e Obama hanno sensibilità diverse ma la linea è la stessa. L’amministrazione ha fatto una scelta iniziale condivisa da tutti: presentarsi al mondo islamico non come una superpotenza che cerca di forzare dei cambiamenti dall’esterno, ma come un partner che cerca di stimolare cambiamenti che vengano dall’interno. Un profilo molto meno aggressivo e interventista e molto più cooperativo e collaborativo, insomma.

Come la prudenza mostrata con il regime iraniano

Gli Usa stanno aspettando. Vogliono capire se gli sconvolgimenti interni ed esterni a Teheran porteranno a una situazione di maggiore apertura diplomatica e possibilmente verso un dialogo negoziato sulla questione del nucleare. Ma gli americani rischiano di bruciarsi le dita con degli interventi maldestri.

Perché maldestri?

Cercare di promuovere o facilitare un cambiamento dall’interno vuol dire affidarsi agli attori locali, che siano gli iraniani, i palestinesi, i regimi arabi. Tutto questo toglie un elemento di risolutezza dalle mani dell’amministrazione americana. Obama sa che gli Usa non sono in grado di tirare tutte le fila del gioco mediorientale è quindi è bene che non fingano di farlo.

Che accadrà in Medio Oriente?

La costruzione di rapporti meno conflittuali sarà lenta, graduale e avverrà pezzo per pezzo, sperando che possa tracimare in un negoziato di pacificazione effettiva. Aspettarsi risultati a breve è poco sensato. L’idea di fondo di Obama è stata quella di evitare la costruzione di un grande disegno su cui puntare tutte le carte in modo spettacolare, costruendo invece una diplomazia paziente che stenda la ragnatela di una soluzione pacifica.

La filosofia del discorso del Cairo

Non solo. Credo che il discorso più indicativo del presidente sia stato quello sull’aborto all’università di Notre Dame. E’ l’illustrazione più lampante del modo con sui Obama intende affrontare anche i problemi di politica estera. Il presidente è andato in un’università cattolica, in un luogo in cui era fortemente contestato dagli anti-abortisti e ha detto: su una questione che ci divide così radicalmente dobbiamo imparare a rispettare i reciproci punti di vista, riaprire un dialogo per minimizzare i problemi piuttosto che massimizzarli ed esasperarli. Questa è la cifra filosofica di Obama e c’è grande consonanza tra il discorso a Notre Dame e quello del Cairo. Il presidente cerca di trascendere i risentimenti costruiti negli ultimi anni e nell’ultimo decennio per voltare pagina. Anche questa scommessa è un salto nel buio e dobbiamo attendere per vedere se funzionerà.