Obama e McCain alla lotteria dei vicepresidenti

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Obama e McCain alla lotteria dei vicepresidenti

01 Agosto 2008

Fuori i secondi. Siamo ormai alle battute finali per la scelta dei due candidati vicepresidenti. Negli ultimi giorni, si sono moltiplicate le voci che danno per imminente l’atteso annuncio tanto da parte di Obama quanto di McCain. Per qualcuno, la scelta sarebbe già stata fatta e si aspetta solo il momento giusto per ottenere il massimo risultato mediatico. Alcuni dei nomi che circolano sono noti al grande pubblico. Altri, invece, rispondono alla logica dell’effetto sorpresa. Al momento, i più gettonati sono Mitt Romney per il campo repubblicano e Tim Kaine per quello democratico. 

La scelta del numero 2 del ticket presidenziale avviene al termine di un processo lungo e laborioso che mette sotto pressione gli staff elettorali e che non lascia nulla al caso. Innanzitutto, viene considerata l’alchimia tra i due candidati. Meglio che vadano d’accordo, altrimenti possono insorgere seri problemi. Fondamentale è trovare un candidato che “protegga” l’aspirante presidente laddove è più debole. Come è noto, McCain ha nell’economia il suo tallone d’achille. Obama è invece considerato debole in materia di sicurezza. Importante è anche l’equilibrio geografico: un candidato presidente del nordest, per esempio, tende tradizionalmente a scegliersi un compagno di viaggio che sia espressione del sud (vedi Kennedy-Johnson). Sono poi vagliate dichiarazioni e votazioni su tutti i temi sensibili per scovare eventuali incompatibilità con il candidato alla Casa Bianca. Last but not least: la vita privata del potenziale vicepresidente viene passata ai raggi x in modo da non ritrovarsi a gestire qualche scandalo alla vigilia del voto. Ciò detto, ecco i pro e i contro più evidenti dei possibili candidati alla vicepresidenza. 

Partiamo da McCain. L’ex governatore del Massachusetts ed ex rivale alle primarie, Mitt Romney, è un businessman di successo che garantirebbe al senatore dell’Arizona la credibilità necessaria per affrontare la crisi economica. Secondo il sempre ben informato web magazine “The Politico.com”, Romney potrebbe dare anche un grosso aiuto a McCain nella conquista degli Stati occidentali (Colorado, Nevada) dove è andato molto forte nelle primarie e anche in Michigan, dove il padre è stato governatore. Tuttavia, la scelta di Mitt Romney, di fede mormone, potrebbe alienare a McCain il voto degli evangelici e dei battisti del sud, che hanno contribuito significativamente alla vittoria di Bush nel 2004. D’altro canto, pur essendo telegenico, Romney appare un po’ scialbo. Il vero handicap è però un altro: durante le primarie il senatore e l’ex governatore, che oggi dispensano sorrisi l’un l’altro, si sono scambiati accuse pesanti. I democratici, ha scritto The New York Sun, non aspettano altro che tirar fuori i “reciprochi apprezzamenti” di qualche mese fa per mettere in imbarazzo il tandem del Grand Old Party. Per molti repubblicani, il sogno sarebbe l’accoppiata con l’enfant prodige Bobby Jindal (Pennsylvania Avenue ne ha offerto un lungo ritratto il 3 aprile 2008). Di origine indiana, governatore della Louisiana a meno di 40 anni, Jindal farebbe sembrare perfino Obama una scelta “normale”. Tuttavia, Bobby Jindal (“the real change”, come lo definiscono i suoi estimatori) si è già tirato fuori dalla lotteria dei vicepresidenti.

Scelta ad effetto, ma piuttosto improbabile, sarebbe quella di Joseph Lieberman. Il senatore del Connectitut, una vita passata nel partito democratico fino ad essere candidato vice di Al Gore nelle presidenziali del 2000, è ora un indipendente che non manca di mostrare il suo apprezzamento per McCain. Tuttavia, la sua scelta, decisamente centrista, porrebbe più di un problema con la destra conservatrice, che vede Lieberman come fumo negli occhi per le sue posizioni liberal sui temi sociali ed economici. Ad effetto sarebbe anche la nomina di Carleton Fiorina, ex capo della Hewlett Packard. Una donna in carriera che potrebbe attrarre il voto femminile, orfano di Hillary Clinton. I democratici, però, sono pronti a bollare la scelta come elitaria, lontana dai problemi della classe lavoratrice. E poi durante la sua gestione del colosso informatico sono andati persi 18 mila posti di lavoro. Un dato che verrebbe sicuramente utilizzato dalla campagna elettorale di Obama. Altro nome che circola è quello di Tom Ridge, già governatore della Pennsylvania e soprattutto ministro della Sicurezza Interna (“Secretary of Homeland Security”) dopo l’11 settembre. Troppo legato all’amministrazione Bush, rilevano alcuni consiglieri di McCain. 

Decisamente più solida, seppur meno mediatica, sarebbe la scelta del governatore del Minnesota, Tim Pawlenty. Il vecchio McCain sarebbe affiancato dal giovane Pawlenty, coetaneo del 47enne Obama. Il governatore del Minnesota, Stato in cui si svolgerà la convention repubblicana, è ben visto dalla destra cristiana, che invece non si scalda per McCain. Pawlenty potrebbe inoltre aiutare il senatore dell’Arizona a conquistare il Minnesota che negli ultimi anni ha votato democratico. Il giovane governatore non piace però ai “fiscal conservative” che lo criticano per aver aumentato le tasse nel suo Stato. In più, Pawlenty porta il soprannome di “Padrino dei no” (Godfather of No) per i suoi frequenti veti alle proposte di legge approvate dal parlamento statale. 

Per Obama, la scelta è altrettanto complessa e non immune da insidie. Come si diceva all’inizio, il governatore della Virginia, Tim Kaine, sembra essere in cima alla top list del senatore afro-americano. Kaine è stato il primo governatore, dopo quello dell’Illinois, a dare il suo endorsement ad Obama. Ne è nata un’amicizia che si è consolidata nei mesi successivi. Kaine, che ha 50 anni, è cattolico, parla fluentemente lo spagnolo (gli elettori ispano-americani apprezzano) ed ha un certo appeal sulla working class con la quale Obama fatica a sintonizzarsi. Kaine presenta però alcuni punti deboli. E’ favorevole all’aborto, una posizione criticata duramente da alcune organizzazioni cattoliche come “Fidelis”. Il suo presidente Brian Burch, intervistato dal Catholic News Service, giudica “disastrosa” l’eventuale scelta di un cattolico che “pubblicamente rinnega gli insegnamenti della propria fede su un tema così fondamentale come la difesa della vita”. Altro handicap di Kaine è la sua scarsa esperienza in politica estera e di difesa. Un’esperienza di cui ha bisogno Obama e che potrebbe dargli lo stagionato senatore del Delaware, Joe Biden. Che, però, sembra non accendere gli entusiasmi del partito dell’Asinello. Anche il senatore dell’Indiana, Evan Bayh, è della partita. I democratici temono, però, che i repubblicani possano conquistare il seggio senatoriale, qualora Bayh lasciasse il suo posto. 

Fedele al suo motto “Change, we can believe in”, Obama potrebbe allora nominare una donna. No, non stiamo parlando di Hillary ma del governatore del Kansas, Kathleen Sebelius. Anche lei, come Kaine, è cattolica e abortista. Dunque, incontrerebbe le stesse difficoltà del suo collega della Virginia. L’arcivescovo di Kansas City, Joseph Naumann, le ha chiesto di non accostarsi al Sacramento della Comunione fino a quando non avrà cambiato posizione sull’aborto. E arriviamo così al “dream ticket”, quell’accoppiata Obama-Clinton che tanti vorrebbero, ma che, quasi sicuramente, non si realizzerà. I tifosi della strana coppia comunque non mancano. Lanny J. Davis, vecchio amico di Hillary Clinton e già consigliere del marito durante gli anni della presidenza, ha lanciato un appello ad Obama: “Scegli Hillary”. Una petizione firmata, sotto forma di editoriale, sul conservatore “The Wall Street Journal”. Sondaggi alla mano, Davis sottolinea che Hillary garantirebbe la vittoria ad Obama, perché gli porterebbe i voti di tre categorie fondamentali: donne, anziani e colletti blu. Il consigliere di Bill Clinton ricorda che la senatrice di New York ha conquistato, durante le primarie, ben 18 milioni di voti e che potrebbe aiutarlo a vincere in Stati decisivi come Ohio, Pennsylvania, Michigan e Florida. Davis però non appare altrettanto efficace nel confutare i tre argomenti che pesano negativamente sul tandem Obama-Hillary. La senatrice è una figura polarizzante, che potrebbe rinvigorire la base repubblicana un po’ ammaccata a causa degli errori del presidente uscente. Secondo: Obama non può pensare di proporsi come il candidato del cambiamento e poi avere al suo fianco un esponente dell’establishment come Hillary Clinton, già First Lady dell’Arkansas, già First Lady punto e basta. E ora senatrice di New York da due mandati. Infine, il fattore “B” come Bill Clinton. Tra l’ultimo presidente democratico e il suo aspirante successore non scorre buon sangue. E alla Casa Bianca, per quanto spaziosa, c’è posto per un solo Commander-in-Chief.