Obama fa intendere che gli Usa butteranno giù Gheddafi in ogni modo

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Obama fa intendere che gli Usa butteranno giù Gheddafi in ogni modo

28 Marzo 2011

Abbiamo dovuto aspettarlo sino a notte fonda il discorso di Barack Obama sulla Libia. Pendere dalle sue labbra per sapere cosa ne è della politica estera statunitense nella guerra contro Gheddafi. Negli Stati Uniti ormai la chiamano “la guerra, non guerra”. A tal punto la definizione appare azzeccata che i consiglieri della Casa Bianca hanno suggerito al presidente Barack Obama di non rivolgersi agli americani dallo studio ovale – da dove generalmente i presidenti di guerra si rivolgono al popolo americano – ma di intervenire da altro luogo: l’auditorium della National Defense University. Ha parlato da là il presidente. 

Dopo tanto silenzio, l’inquilino della Casa Bianca ha spiegato perchè mai sei milioni di libici hanno più significato dei tanti altri popoli che vivono sotto il tacco del tiranno in giro per il mondo. "Da quarant’anni i libici vivono sotto il tiranno, … e adesso incominciano a credere di poter aver una speranza per sparazzarsi di Gheddafi e di riprendere in mano il proprio destino". Il presidente ha ricordato che benché la sicurezza degli americani non sia direttamente a repentaglio in Libia, gli interessi nazionali americani e i valori della nazione di Abe lo sono. Per difenderli e onorare i valori della nazione americana, "l’avanzata mortifera di Gheddafi" verso Bengasi doveva essere fermata. Ed è così che è andata.

E’ per questo che le truppe statunitensi sono a Bengasi. E’ per questo che i jet dell’Air force statunitense guidano l’imposizione della no fly zone sui cieli libici, in una missione che da mercoledì finirà sotto comando Nato "per renderla meno onerosa economicamente". Obama ha colto l’occasione per operare un’altra grande operazione politica in mesi in cui la prontezza della sua amministrazione di fronte ai grandi cambiamenti in medioriente era stata messa in dubbio, rendendolo oggetto di (fondate?) critiche sulla sua leadership e sul suo ruolo di commander in chief, comandante in capo della nazione. Lo ha fatto non solo con un po’ di training autogeno ("As Commander-in-chief, … sono pronto ad agire unilateralmente per difendere la sicurezza del popolo americano") ma soprattutto difendendo le ragioni dell’intervento. 

"Ho voluto intraprendere un’azione contro il regime di Gheddafi prima che fosse troppo tardi e che ricevessi da Bengasi immagini di massacri compiuti dal tiranno contro la sua gente" ha affermato Obama. Un’affermazione che certo si muove nel solco dell’ingerenza umanitaria, ma che richiama una vecchia tendenza statunitense a voler raddrizzare il mondo dai suoi mali, a volerlo rendere a propria immagine e somiglianza. E dunque a volerlo democratizzare. Roba da rendere Obama solo per un attimo un po’ neo-con anche lui. Il presidente ha inoltre spiegato perché l’intervento militare in Libia non sia – militarmente – volto a un cambio di regime. Il presidente si è anche detto preoccupato sulla reale capacità della Libia di reggersi sulle proprie gambe dopo quanrant’anni di dittatura. "Il processo sarà difficile ma noi faremo di tutto per aiutare i libici a costruire solide istituzioni civili". 

Comunque a dispetto di quel che appare, l’intevento militare statunitense in Libia è stata un’operazione di puro ‘tiraggio per la giacca’ diplomatico nel più grande movimento tellurico del medioriente. Gli Usa non avevano voglia di essere trascinati dentro un’azione del genere. Lo stesso capo del Pentagono, Robert Gates, lo aveva ricordato in qualche conversazione in volo con Brest Stephens del Wall Street Journal, al quale Gates ha aveva regalato frasi del genere: "Questa non è mai stata una missione di cambio di regime. E comunque mai con i mezzi militari".

Ma la notizia del discorso è certamente quella piccola allusione tra le righe che riguarda il destino del rais in persona il quale non sarà raggiunto dall’azione militare alleata, ma che sarà oggetto di azioni non militari. Cosa intendesse l’inquilino di Pennsylvania Av. non è dato saperlo, a noi immaginare cosa stiano fabbricando a Langley, in Virginia. La Libia non è mai stata la priorità per gli Stati Uniti, almeno sino a poco tempo fa. E non sembrava esserlo neanche per questo presidente visto che – come ha fatto notare Jonathan Bernstein sul New Republic – "la guerra non guerra" di Libia non sembra dare vantaggi elettoral-sondaggistici a Obama e sembra incapace di innescare nell’elettorato l’effetto "rally around the flag", il ‘far quadrato attorno alla bandiera’ il quale dà consenso ma per verificarsi ha bisogno almeno della legittimizzazione dell’avversario.

Appunto gli avversari Repubblicani che in questa fase sembrano tutti intenti a picchiar duro sulla Casa Bianca, mettendo in discussione l’opportunità di quest’azione militare in Libia, soprattutto in un clima di lotte congressuali tra i due partiti e l’amministrazione per tagli al budget federale che a gran voce chiede la ruggente minoranza Tea Party al Congresso. Un atteggiamento di censura nei confronti della Libia quello repubblicano, che inizia a far torcere il naso anche a qualche autorevole conservatore, come il direttore del Weekly Standard, William Kristol, il quale ha invitato la leadership repubblicana a "calmarsi" e a sostenere il presidente in guerra.

Fatto sta, comunque, che i grandi cambiamenti di questi ‘infuocati’ mesi (quelli che avranno un vero impatto sullo schacchiere dell’intero medioriente per capirci) non sono di certo quelli di Tripoli. Sono quelli del Cairo, quelli della Siria e quelli legati all’accerchiamento iraniano nei confronti dell’Arabia Saudita. Gli interessi economici yankee in Libia vedono gli Usa nella graduatoria dell’interscambio commerciale con Tripoli al sessantanovesimo posto (tanto per ricordarcelo l’Italia stava al primo).

In passato Washington non ha lesinato qualche ‘randellata’ militare nei confronti del colonnello certo: l’abbattimento di jet libici nell’Agosto 1981 e il bombardamento sulla Libia del 1986 operati dalle due amministrazioni Reagan ne sono testimonianza. Ma mai l’America è sembrata tanta interessata a dare a vedere di non voler far fuori ‘manu militari’ il colonnello, pur facendo di tutto per farlo fuori. Adesso gli Usa di Obama sembrano proprio intenzionati ad andare sino in fondo. Un fatto che sembra vero in tempi di risoluzione 1973, di no fly zone e di pruderie umanitarie anglo-francesi e dichiarazioni di quegli europei che credono di poter trasformare una qualsiasi "campagna militare" – foss’anche libica – in un destino à la Malraux.