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Obama forse si è accorto che a Guantanamo non ci sono alternative

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Il 22 gennaio 2009, a soli due giorni dal suo insediamento alla Casa Bianca, l’allora neopresidente americano, Barack Obama, firmò un ordine esecutivo per disporre la chiusura del carcere di massima sicurezza di Guantanamo. Fu un gesto di rottura altamente simbolico con la precedente Amministrazione Bush. Ma già nel luglio dello scorso anno la commissione speciale, incaricata di valutare la posizione dei prigionieri, chiese (ottenendolo) un prolungamento di altri sei mesi per portare a termine il proprio lavoro. Nel mese di dicembre la Casa Bianca riconobbe che la prima scadenza per la chiusura, prevista per gennaio di quest’anno, non sarebbe stata rispettata.

Oggi, però, sembra che la prigione continuerà a restare operativa anche dopo la fine del primo mandato Obama nel gennaio del 2013. Secondo il quotidiano New York Times, solitamente in linea con l’Amministrazione, il presidente ha abbandonato quasi del tutto gli sforzi per cancellare Guantanamo dall’immaginario americano. Nel carcere speciale, infatti, sono ancora detenuti 181 “nemici combattenti” dell’America, 48 dei quali non saranno mai scarcerati, restando per sempre prigionieri di guerra. Si segnalano persino ritardi nell’organizzazione del futuro (e a questo punto eventuale) trasferimento dei detenuti  nel Thomson Correctional Center, in Illinois, 150 miglia ad est di Chicago, come era stato deciso in un primo momento. Infatti, pare che al Congresso siano nate opposizioni proprio a questo progetto che ora è in seria difficoltà. Per il senatore democratico Carl Levin, uno dei primi sostenitori del piano Illinois, “c’è molta inerzia” che lavora contro questa soluzione. La proposta di acquistare e modificare il Thompson Center si è arenata perché l’Agenzia federale per le carceri non ha quei 150 milioni di dollari necessari. Inoltre, il Congresso non ha ancora dato il via libera a uno stanziamento straordinario per il dipartimento della Difesa.

D’altronde, il dibattito sul supercarcere istituito da Bush è sempre stato molto acceso. Per Obama, Guantanamo rappresenta gli eccessi della guerra al terrorismo: chiudendolo potrebbe rovesciare l’idea di uno spazio esterno alla giustizia ordinaria dove trattare i più pericolosi fra i detenuti. Ma oggi il presidente americano deve arrendersi all’evidenza che la soluzione politica e strategica per chiudere il supercarcere non c’è. L’avvocato Greg Craig, incaricato di studiare il dossier Guantanamo soltanto quattro giorni dopo la vittoria di Obama, è stato licenziato senza troppi complimenti. Se il comunicato ufficiale della Casa Bianca parlava di dimissioni, spiegando che Craig aveva espresso il desiderio di tornare a esercitare la professione di avvocato, il vero motivo era stato proprio il ritardo – apparentemente non giustificato – che impediva la chiusura di Guantanamo. Secondo alcune indiscrezioni del Washington Post, le dimissioni del povero Greg sono arrivate dopo mesi di “insoddisfazione” da parte dell’Amministrazione Obama per il modo in cui si stavano conducendo le operazioni di chiusura del supercarcere. Al posto di Craig è arrivato Bob Bauer, democratico che cura da anni gli interessi del presidente, ma che, almeno fino ad oggi, non sembra aver garantito risultati migliori.

E a poco servono le rassicurazioni del portavoce della Casa Bianca, Ben LaBolt, per il quale “chiudere Guantanamo è una priorità di sicurezza nazionale”. Secondo i sondaggi, infatti, dopo l’attentato del Natale scorso, il massacro di Fort Hood e il suv carico di esplosivo a Times Square, la maggioranza degli americani ha cambiato opinione e vorrebbe che il carcere di massima sicurezza rimanesse operativo. Fra l’altro, la soluzione di inviare alcuni dei detenuti nei carceri degli alleati europei si sta rivelando difficile, oltre che controproducente. I tre prigionieri, trasferiti in gennaio in Slovacchia, qualche settimana fa hanno cominciato per protesta uno sciopero della fame mettendo in seria difficoltà le autorità locali. Inoltre, non tutti alla Casa Bianca concordano con l’idea di chiudere Guantanamo: lo stesso capo staff di Obama, Rahm Emanuel, non perde occasione per esprimere i suoi dubbi. E anche il procuratore generale Eric Holder ha smesso di tuonare contro il supercarcere per terroristi.

Di certo questo non è un periodo fortunato per Obama. Non bastavano la crisi economico-finanziaria, la fuoriuscita dalla piattaforma di petrolio a largo della Louisiana e la situazione in Afghanistan che peggiora ogni giorno di più, con il mese di giugno che è diventato il più sanguinoso dall’inizio del conflitto nel 2001. Qualche giorno fa, il comandante delle truppe americane e alleate in Afghanistan, il generale Stanley McChrystal, ha rilasciato alla rivista di cultura hippie Rolling Stone un’intervista al vetriolo, criticando senza mezzi termini membri dell’Amministrazione Obama e alcuni senatori. La reazione del presidente americano non si è fatta attendere. MChrystal è stato subito rimpiazzato dal suo diretto superiore, il generale David H. Petraeus, stratega ed esecutore della svolta politica e militare in Iraq nel 2007. Se è vero che le priorità politiche sono cambiate, le promesse rimangiate su Guantanamo rischiano di diventare l’ennesima brutta figura della presidenza Obama. Il leader democratico aveva promesso in mille modi che avrebbe chiuso il supercarcere, visto come il simbolo della prepotenza bushana. Ma la base yankee di Guantanamo resterà aperta ancora per molto, almeno fino al 6 novembre 2012, quando Obama si ripresenterà davanti agli americani per il secondo mandato. Confusione e incertezza caratterizzano la politica di Washington e di quella grande rivoluzione promessa ancora non si è visto nulla. Ma Obama sa che non può più permettersi passi falsi, perché a novembre lo aspettano le forche caudine delle elezioni di mid term.

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