Obama ha capito che ci vuole più Pakistan in Afghanistan
13 Ottobre 2010
Non c’è giorno che qualche osservatore o esperto di intelligence se ne esca denunciando la scarsa affidabilità del Pakistan alleato degli Stati Uniti nel conflitto afghano. Il Presidente Obama in persona, dicono i ben informati, sarebbe convinto che il vero problema della guerra in Afghanistan sia, appunto, in Pakistan, e che Islamabad in futuro dovrà assumersi delle responsabilità nella stabilizzazione della regione. I rapporti tra i due alleati però non vanno a meraviglia. Gli elicotteri della Nato, così come fanno abitualmente i Droni americani, hanno sconfinato in territorio pakistano uccidendo tre "miliziani" che però erano soldati regolari dell’esercito di Islamabad. Il Pakistan ha reagito duramente schierando la contraerea sul confine e chiudendo per ritorsione le strade e i valichi di montagna da cui passano i tre quarti degli approvvigionamenti dell’Alleanza diretti in Afghanistan. Quando gli insorgenti hanno bruciato i veicoli della Coalizione i pakistani sono rimasti a guardare. I valichi hanno riaperto da un po’.
Nei giorni scorsi l’ex ambasciatore di Bush a Islamabad, Ryan Crocker, si è speso molto per ricordare dalle pagine del Wall Street Journal quanto sia decisiva per gli Usa questa alleanza, puntualizzando che in passato molte volte sono stati proprio gli americani a dimenticarsi del Pakistan quando non era determinante nelle loro tessiture. Quello che è mancato è stata una strategia di lungo periodo, e adesso, sostiene Crocker, ricucire i rapporti con Islamabad diventerà sempre più difficile se la Casa Bianca dovesse continuare a lasciarsi andare ad una malcelata insopportazione. Soprattutto, facendolo pubblicamente e senza un contraddittorio. In verità quella americana verso il Pakistan è stata una politica della carota più che del bastone. Lo stato maggiore Usa ufficialmente ringrazia l’esercito pakistano per gli sforzi profusi al confine, nelle zone di frontiera, in Waziristan o nello Swat, nel sedare e contrastare l’insorgenza talebana, ma i pakistani colpiscono chi e dove dicono loro, tollerando, per esempio, il "network Haqqani", visto che costui e i suoi sodali dirigono i loro attacchi esclusivamente verso l’Afghanistan. Anche la "Quetta Shura", il gran consiglio talebano che farebbe ancora capo all’imprendibile mullah Omar, non è estranea alle reti diplomatiche ‘informali’ messe in piedi dal Pakistan per tutelare la propria sicurezza. Rafforzare queste "relazioni pericolose", per il governo di Islamabad, potrebbe rappresentare una sorta di assicurazione sulla vita nel momento in cui gli americani decidessero di ritirarsi.
Così da una parte abbiamo una superpotenza, l’America, che impegna all’incirca centomila truppe in un Paese povero e spopolato come l’Afghanistan – un luogo che non è più il paradiso di Al Qaeda. Dall’altra invece c’è una potenza nucleare con 175 milioni di abitanti, un prodotto interno lordo che fino a pochi anni fa cresceva costantemente, e che adesso si trova ad ospitare sopra i suoi montagnosi confini ciò che resta della Base quaedista, tollerando le intrusioni dei talebani. Evidentemente c’è qualcosa che non quadra. Nel momento in cui il Presidente Obama cerca un modo per uscire onorevolmente dal conflitto, senza che venga pronunciata la parola sconfitta, il Pakistan diviene una pedina fondamentale per trasformare un ritiro rischioso in un accordo negoziato. Per avere la meglio sui Talebani sarà meglio continuare a coinvolgere Islamabad nella partita. Ma i pakistani non dovranno tirarsi indietro.
