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Obama ha creduto alle rivendicazioni arabe su Gerusalemme

Contrariamente a quanto sostiene la Casa Bianca, secondo cui Israele sta mettendo in pericolo la pace invadendo un territorio conteso, il sito scelto per costruire è tutto tranne che territorio conteso. Gerusalemme è la capitale di Israele, e il luogo scelto per costruire è Ramat Shlomo, un quartiere ebraico. La costruzione di abitazioni è in corso a Ramat Shlomo sin dai primi anni ’90, e quel quartiere rimarrà parte di Israele sotto qualunque accordo di pace immaginabile. Di conseguenza, quando Netanyahu, spinto dalla pressione internazionale, si era detto d’accordo su un congelamento di dieci mesi per gli insediamenti nei territori contesi, aveva escluso Gerusalemme da tale intesa. Perciò, insistendo che Israele sospenda ogni costruzione in Gerusalemme Est, è l’amministrazione Obama, non Israele, a non rispettare i patti, e ad aprire il centro politico di Israele alle rivendicazioni dei palestinesi.

Opponendosi alle costruzioni israeliane in un quartiere ebraico di Gerusalemme, l’amministrazione Obama fa sua una versione della storia mediorientale che la pone automaticamente dalla parte degli arabi nella loro guerra allo stato ebraico. Secondo il punto di vista arabo, Gerusalemme occupa un posto centrale nella storia dei musulmani e degli arabi; la stessa tradizione la vede come la capitale di un futuro stato palestinese. Ma la centralità spirituale di Gerusalemme per i musulmani è, in realtà, una rivendicazione relativamente recente e ambigua, mentre le rivendicazioni religiose sono conseguenza delle conquiste militari musulmane.

Il profeta Maometto non visitò mai Gerusalemme, di conseguenza quella città non è mai menzionata nel Corano. Al giorno d’oggi anche gli islamici la considerano soltanto come la terza tra le città sante, dopo La Mecca e Medina. Non è mai stata la capitale di alcuno stato arabo. In effetti, per secoli Gerusalemme è stata per molti arabi una città dimenticata, e venne lasciata andare in rovina sotto l’Impero ottomano, che durò fino alla creazione di Israele e della Giordania, subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale. In una visita a Gerusalemme nel 1867, Mark Twain si lamentava che la città “ha perso tutta la sua grandezza, è diventata un povero villaggio”. Quando la Giordania occupò Gerusalemme, tra il 1948 e il 1967, la città fu trattata come un acquartieramento di confine. Solo un leader arabo, il re del Marocco Hassan, si preoccupò di fare una visita in una città per la quale adesso i musulmani invocano la jihad contro Israele, affermando che è parte essenziale della loro storia.

L’improvvisa rottura nelle relazioni Usa-Israele ha colto il governo israeliano di sorpresa. Osservatori più attenti agli atti dell’attuale amministrazione statunitense l’avrebbero giudicata nient’altro che la logica conclusione di una serie di eventi accaduti da quando Obama è emerso come autorevole candidato alla presidenza degli Stati Uniti, nel 2008. C’è stata una successione di gesti che ha segnato un profondo cambiamento nella politica americana, spostandola verso il mondo musulmano e quelli che sono i suoi nemici tradizionali, e allontanandola da alleati come Israele.

Il primo segnale di questo cambiamento si vide nel dibattito presidenziale del febbraio 2008, quando Obama cercò di distinguersi da Hillary Clinton, allora sua avversaria, annunciando che, a differenza di lei, aveva intenzione di incontrarsi con governi ostili “senza precondizioni”. Era una posizione che giustificò asserendo che è fondamentale per gli Stati Uniti “parlare con i propri nemici”. Si è trattato di uno dei rari esempi di promessa elettorale mantenuta dall’attuale presidente.

Appena entrato alla Casa Bianca, Obama introdusse un nuovo atteggiamento verso il mondo arabo e musulmano. La sua prima chiamata dallo Studio Ovale a un leader straniero fu al presidente palestinese Mahmoud Abbas, e non si trattò di uno sforzo di convincere Abbas a togliere il suo appoggio al terrorismo, o la sua opposizione all’esistenza di uno stato ebraico. Una delle prime interviste date da Obama nella veste di presidente è stata concessa, nel gennaio 2009, alla televisione araba di Dubai al-Arabiya. In quell’occasione, Obama pronunciò un discorso di scuse al mondo arabo per presunti misfatti americani. Assicurò il proprio interlocutore che con lui alla presidenza, gli stati arabi potevano guardare all’America come a uno stato amico. “Il mio impegno verso il mondo musulmano è far sapere che gli americani non sono nemici” disse Obama, aggiungendo che gli Stati Uniti “qualche volta fanno errori. Non siamo stati perfetti”.

Fu l’annuncio di un ampio tour mondiale delle scuse per i peccati dell’America. Nell’aprile del 2009, Obama visitò la Turchia, un alleato Nato che si stava rapidamente trasformando in uno stato islamico. Parlando al Parlamento turco, salutò la Turchia come “collaboratore fedele”, suggerendo che l’amico inaffidabile fossero gli Stati Uniti. In un attacco neanche così indiretto al presidente Bush, Obama espresse il suo rammarico per le “difficoltà di questi ultimi anni”, riferendosi al raffreddarsi delle relazioni bilaterali provocato dal rifiuto della Turchia di permettere alle forze armate Usa di schierarsi sul suo territorio durante la guerra in Iraq. Obama ha biasimato il fatto che “la fiducia che ci lega è stata logorata, e sono consapevole che quel deterioramento è condiviso in molti luoghi ove si professa la fede musulmana”. In altre parole, il rifiuto della Turchia di aiutare l’America a sostenere i cittadini musulmani dell’Iraq e a rovesciare un’odiosa tirannia è stata una risposta al pregiudizio americano verso i musulmani. (Fine terza puntata. Continua...)

Traduzione di Enrico De Simone             

Tratto da National Review

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