Obama-Letta, cosa può fare l’Italia per la Libia

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Obama-Letta, cosa può fare l’Italia per la Libia

Obama-Letta, cosa può fare l’Italia per la Libia

20 Ottobre 2013

Il presidente Barack Obama ha chiesto al premier Letta un maggiore impegno dell’Italia in Libia, riconoscendo al nostro Paese un ruolo guida nel recupero della sicurezza e nella ricostruzione delle istituzioni del Paese africano. Forse Obama avrebbe potuto ricordarselo prima, quando l’amministrazione Usa non ebbe nulla da eccepire davanti al disimpegno anglo-francese, basta guardare alla situazione sul campo – un governo debole, milizie fortissime, un difficile processo di "nation building" – per capire cosa si sono lasciati dietro i Paesi europei che marciarono su Tripoli seguendo precisi interessi strategici alle spese di altri Stati della Unione. Gli effetti negativi di quel volontarismo democratico ricadono su di noi, per esempio in termini di emegergenza immigrazione, com’è accaduto con la tragedia di Lampedusa.

Ma non vogliamo rovinare la festa a Letta, in fondo non avviene tutti i giorni che il Presidente della più grande potenza mondiale incontri il premier di un piccolo Paese amico giudicandolo un "partner eccezionale". Tutto sta a capire, al di là delle parole altisonanti della diplomazia, che cosa possa fare l’Italia in Libia per difendere i propri interessi nazionali e contribuire all’ordine internazionale, evitando che la situazione nel Mediterraneo degeneri completamente. Innanzitutto diciamoci con franchezza che occorre maneggiare con cura i capitoli di storia patria non sempre edificante che dalla "Grande Proletaria" allo "Scatolone di sabbia" hanno fatto un secolo di italico orientalismo e decenni di sentimento antioccidentale coltivato scientificamente dal Gheddafi nella lotta al neocolonialismo. D’altra parte l’Italia è il Paese che per ragioni semplicemente geografiche è più vicino alla Libia e al Nordafrica, dunque più esposto di altri agli effetti "primavere arabe" con il rischio che l’instabilità si estenda anche alla costa sud dell’Europa già alle prese con la Guerra del Debito e l’Età dell’Austerity.

La questioni di interesse nazionale che ci riguardano più da vicino sono essenzialmente due: quella dei migranti che convergono in Libia per raggiungere l’Europa, e quella energetica avendo ENI in Libia uno dei suoi asset strategici, che per inciso serve a soddisfare il nostro elevato fabbisogno dall’estero. Riguardo al primo punto, l’immigrazione, l’Italia ha deciso di anticipare da sola il rafforzamento di Frontex/Eurosur che avverrà nella primavera del 2014, dispiegando un contingente navale e umanitario con una mossa unilaterale che sembra aver convinto i nostri alleati a Washington. Nei giorni scorsi, incontrando il premier maltese, l’attuale primo ministro libico Zeidan ha ripetuto quanto aveva già chiesto a Letta nel giugno scorso: Tripoli è disposta a fare la sua parte nel controllo della lunga costa del Paese ma ha bisogno degli "amici della Libia" per riuscirci.

Zeidan ha anche avanzato una proposta concreta: condividere i frutti della vigilanza e del controllo dei confini europei visto che gli aiuti strumentali forniti fino adesso alla Libia dai Paesi Ue sono stati utili ma non sufficienti. Ci si può fidare di Zeidan? Probabilmente sì. Ha una formazione liberale e ha vissuto per lungo tempo fuori dalla Libia, è benvoluto da Parigi, governa da un anno tra mille rimpasti. Nelle settimane scorse però è rimasto vittima di un sequestro-lampo a dimostrazione dello scontro di potere in atto a Tripoli. Così quando Zeidan mette al primo posto la questione dei migranti dobbiamo capire che la sta legando al vero problema del dopoguerra, le milizie che spadroneggiano indisturbate nel Paese.

Dai rapporti delle Ong emerge chiaramente che i miliziani hanno preso in appalto il traffico di uomini in Libia attratti dall’enormità del business; laddove Gheddafi alternava la minaccia di far invadere l’Europa dai migranti al pugno duro per bloccare i flussi verso l’Italia – era un interlocutore unico se pure apparentemente schizofrenico – oggi siamo davanti a una polverizzazione di gruppi armati che fanno affari sulla pelle dei poveri cristi senza neppure porsi un obiettivo politico più generale ma guardando solo al proprio miserabile tornaconto personale immediato. Zeidan dice quindi una verità ovvia: finché il governo di Tripoli non riuscirà ad acquisire il monopolio della forza non sarà in grado di controllare le migrazioni illegali.

L’Italia, da sola o male accompagnata, non può certo disarmare le milizie impegnandosi in una operazione militare, per quanto umanitaria e benvoluta dalla popolazione locale (sic), ma può senz’altro contribuire alle gestione politica del problema delle milizie che rispondono, in modo diretto o indiretto, ai gruppi di potere e addirittura a singoli ministeri libici. L’acuirsi della instabilità, ieri è stato ucciso il capo della polizia a Bengasi, è frutto non solo delle bande armate ma di una polarizzazione tra le forze in campo nel Congresso: il blocco "laico" guidato da Zeidan che ha vinto le elezioni e le forze islamiche, in testa i Fratelli Musulmani, che cercano di screditarlo preparandosi a capovolgere il risultato delle ultime elezioni, anche se per adesso paiono minoritari.

Come ha detto il nostro ministro degli esteri, Emma Bonino, Roma dovrebbe favorire un processo più inclusivo in vista del lavoro che dovrà svolgere l’Assamblea Costituente d’intesa con la "Commissione dei 60" (a breve la commissione avrà il compito di scrivere la Costituzione da sottoporre a referendum popolare). Obiettivo: non far saltare l’appuntamento elettorale previsto per il 2014. Che vuol dire "inclusivo"? Il Congresso libico ha votato una legge che mette definitivamente fuori gioco gli ex gheddafiani. Il ministro degli interni del governo Zeidan nei mesi scorsi si è dimesso proprio su questo provvedimento, pur spiegando ufficialmente che si trattava di ragioni personali. Anche il suo successore, nominato prima dell’estate, è durato qualche mese. Del terzo in carica si hanno scarse informazioni. Fatto sta che in questo vuoto istituzionale è fiorito il tentato golpe dei gruppi armati emanazione del ministero dell’interno.

Consideriamo inoltre il fatto che le galere e i centri di detenzione degli immigrati, non si sa con certezza quanti ce ne siano in tutto il Paese, sono gestiti in grandissima parte dai miliziani che si ribellarono al rais. Dentro ci sono non pochi libici fedeli al vecchio regime. Includerli piuttosto che escluderli dai processi democratici è un obiettivo che l’attuale governo di Tripoli dovrebbe condividere. Non ripetiamo l’errore commesso dagli Usa subito dopo la caduta di Saddam Hussein in Iraq, quando si ritenne che davvero fosse possibile ricostruire da zero la democrazia a Baghdad come se la dittatura precedente non fosse mai esistita; quel che è avvenuto in Italia dopo il Fascismo doovrebbe insegnarci che al contrario occorre pacificare i Paesi usciti dalle guerre civili, per esempio con un’amnistia, perché se quel buco nero della storia e nella memoria patria non viene riempito provocherà senz’altro molti altri danni nel futuro.

Zeidan nel 2013 è riuscito a tenere insieme per i capelli i ribelli di Bengasi con quelli occidentali scesi dalle montagne attorno a Tripoli con l’aiuto dei francesi per stringere il Rais in una morsa. Lo sforzo di Zeidan va puntellato. Se Roma riuscisse a persuadere Washington che la stabilità concide con un compromesso tra presente e passato, e probabilmente l’Amministrazione Usa non ha nulla in contrario, forse si farebbe un primo passo avanti nella stabilizzazione. Alla azione politica dovremmo unire però un forte e immediato sostegno militare, nella selezione e nell’addestramento della polizia e dell’esercito libici, la polizia in particolare, che è il primo mattone nella (ri)costruzione di una nazione. Su questo punto Letta si è già impegnato con Zeidan: l’Italia, insieme agli Usa, al Regno Unito e alla Turchia, promettono di garantire in tempi brevi la formazione di almeno 8.000 nuove unità delle forze di sicurezza.

Parliamo di un primo nucleo ben motivato e fedele al Governo, su cui Zeidan possa contare per garantire la sua sicurezza personale e quella dei ministri, visto che anche altri membri dell’esecutivo stati rapiti e rilasciati come se niente fosse. Il "caos" si autoalimenta finché la popolazione percepisce che i propri governanti sono in balia di strutture della forza non istituzionali.

Washington deve lasciarci fare a modo nostro. Gli Stati Uniti piangono ancora la morte del loro ambasciatore a Bengasi, un segnale funebre della insorgenza jihadista in Libia. Nonostante questo, pochi giorni fa gli americani hanno portato via dal Paese il terrorista Al Libi, accusato di aver partecipato alla pianificazione degli attentati contro le ambasciate americane in Kenya e Tanzania degli anni Novanta. Al Libi dopo la caduta di Gheddafi era venuto a vivere tranquillamente a Tripoli. Gli Usa lo hanno prelevato per processarlo e il segretario di Stato Kerry si è lasciato ingenuamente sfuggire che l’operazione era stata concordata con il governo Zeidan; l’effetto è stato che i gruppi armati filo-islamici hanno rapito il premier come ritorsione, mentre i mandandi del rapimento pregustavano un rovesciamento dell’esecutivo. La reazione degli Usa, anche questa piuttosto strombazzata dalla nostra stampa, è stata che 200 Marines sono arrivati a rafforzare le basi americane in Italia a ridosso della Libia.

Una cosa è mettere in sicurezza Zeidan, altra far sentire braccati i miliziani. Se all’Italia è stata davvero affidata la cabina di regia, il gabinetto libico va messo in grado di operare per far partire il processo costituente, rispettando tempi e obiettivi elettorali prefissati. Inclusione da questo punto di vista significa rafforzare l’ipotesi che si sta facendo strada in Libia di emendare e ammodernare la Costituzione del periodo pre-gheddafiano, conosciuta come la "Costituzione del ’51", per sottoporla a referendum popolare nello stesso giorno in cui si insedierà l’Assemblea Costituente. Se i libici voteranno il testo aggiornato, nell’arco di pochi mesi si potrebbe avere anche un nuovo presidente.

L’Italia ha tutto l’interesse di spingere verso un accordo fra le principali forze politiche del Congresso, il blocco maggioritario del National Front Party e quello espressione della Fratellanza Musulmana, coinvolgendo nella partita anche i "federalisti" della Cirenaica che controllano buona parte dei terminali del gas e petroliferi. Far convergere gli avversari verso un approccio costituzionale unificante, come scrive FP, è la strada per attenuare la polarizzazione degli ultimi mesi.

La questione energetica. L’amministratore delegato di ENI, Paolo Scaroni, ha detto che grazie alle sue materie prime la Libia potrebbe diventare un paradiso, "una nuova Abu Dhabi, un nuovo Qatar, un nuovo Kuwait". Sappiamo però che la produzione di gas e petrolio, per quanto in ripresa (da 300 mila barili al giorno di settembre ai 600/700mila degli inizi di ottobre), è ancora dimezzata rispetto alla produzione dell’anno scorso (1,4 milioni di barili al giorno). Le milizie oltre al traffico di carne umana conoscono bene anche il valore dell’oro nero. Scaroni ammette che le fluttuazioni giornaliere del greggio libico sono come le montagne russe, ci vorranno molti mesi, se non qualche anno, per tornare a una produzione stabile e delle stesse dimensioni del passato.

Come per il controllo delle frontiere anche la protezione delle risorse energetiche in Libia ha bisogno di istituzioni che funzionino. "La Tunisia ha dei sindacati fortissimi", spiega Scaroni. "L’Egitto un esercito altrettanto forte. L’Algeria ha sia i sindacati che l’esercito. La Libia nessuno di questi". Del resto dalla sua indipendenza il Paese africano non ha mai conosciuto istituzioni democratiche.

Ricapitolando, sul breve periodo l’Italia deve puntare a un compromesso politico che non metta fuori gioco gli ex del regime; può spingere i 60 della commissione costituzionale a condividere un testo comune sulla base della Carta del ’51, dove si dica che la Libia è sì un paese islamico fondato sulla Sharia ma che rispetta le altrui libertà religiose; può sostenere il "nation building" anticipandolo con un robusto training delle forze di sicurezza libiche svolto in Europa. I droni della missione Mare Nostrum, i satelliti e una forza di intervento rapido possono servire a monitorare il terreno e gestire eventuali situazioni di crisi: nel combinato disposto tra Hermes/Frontex/Eurosur è anche previsto l’uso della forza. Obiettivo non sarà disarmare ma piuttosto contenere le milizie facendo pressione sui poteri politici di riferimento. 

Sul medio periodo, approvata la Costituzione ed eletti Assemblea, Governo e Presidente, si dovrà rafforzare la "rule of law", cercando di inglobare il numero più alto possibile di miliziani nell’esercito e nelle istituzioni, riprendendo progressivamente il controllo dell’arsenale bellico che in questo momento dio solo sa in che mani è finito (nei mercati delle città libiche è facile procurarsi un kalashnikov, Gheddafi ha lasciato migliaia di lancia missili terra-aria a disposizione dei suoi nemici; una delle armi preferite dalla Jihad per abbattere elicotteri ed aerei). Sarà la fase più complicata dell’intervento ma anche in questo caso "il Palazzo" e le tante "tribù" libiche devono capire di avere ognuna qualcosa da guadagnare nella contrattazione cedendo un pezzo del loro potere attuale.

A quel punto si potrà anche chiedere al governo di Tripoli di controllare in modo più umano e professionale le sue frontiere, evitando di sparare sui barconi e di riempire i campi profughi e le carceri di poveracci che cercano di raggiungere l’Europa, magari perché scappano da altri regimi, da altre guerre. Un governo libico definitivamente legittimato a livello internazionale non potrà tergiversare se le autorità italiane chiederanno di procedere ad una prima identificazione di profughi, rifugiati e "immigrati economici" nei centri libici invece che sulle banchine italiane o nelle navi della Finanza.

Se d’intesa con gli alleati e complice la direzione del semestre Ue, l’Italia riuscisse a ottenere questi risultati di breve e medio periodo sarebbe già un successo. Sul lungo periodo, ad assumersi una responsabilità condivisa dovranno essere i Paesi dell’Europa Meridionale (qui abbiamo spiegato perché, ripartendo dal Vertice di Nicosia). Tutto il Nord Africa è stato sferzato dalle primavere arabe e dai loro esiti assai controversi: tanto per restare all’immigrazione, concentrarsi sulle coste libiche non risolverebbe del tutto la questione visto che i flussi si spostano, si pensi al Sinai o alle enclave spagnole in Marocco.

L’Europa sta mettendo a punto, con ritardo, la missione "EUBAM Libya". Da qui a due o tre anni un intervento congiunto della "Finis Europae", Italia, Spagna, Grecia, Malta, Cipro e speriamo anche la Turchia e magari la Francia, potrebbe mettere nelle condizioni il governo libico di spingersi oltre la costa, verso il deserto, ampliando la fascia di sicurezza anche all’interno della Libia, dove attualmente i gruppi jihadisti e i trafficanti di uomini e di armi rendono evanescenti i confini del Paese destabilizzando anche gli stati confinanti. E’ un compito lungo e difficile, quella che Obama ha chiesto a Letta, ma vale la pena battersi per poter dire, un giorno, "mission accomplished".