Obama, lo “storyteller” che ha deluso gli americani

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Obama, lo “storyteller” che ha deluso gli americani

21 Maggio 2011

Allo scadere del primo anno di presidenza di Barack Obama, la migliore analisi delle già evidenti difficoltà a calarsi nel ruolo di Presidente degli Stati Uniti venne da uno scrittore, Junot Diaz. Un acclamato romanziere americano, nato a Santo Domingo, vincitore di un premio Pulitzer per la narrativa nel 2008 e fervido sostenitore di Obama durante la sua campagna elettorale.

Il 20 gennaio 2010, a un anno esatto dall’insediamento, Diaz ha scritto un breve articolo sul sito web del New Yorker, dal titolo “One Year: Storyteller-in-Chief”, dove il particolare punto di vista di uno scrittore di fiction e la sua propria esperienza di narratore, hanno consentito a Diaz di vedere qualcosa nella vicenda obamiana, allora agli albori e già foriera di delusione, che fino a quel momento era sfuggito.

Secondo Diaz, che forse lo ha solo detto meglio di altri, la responsabilità fondamentale di un presidente americano è quella di essere un narratore. I popoli, come i singoli, hanno bisogno di storie, di racconti, di trame da seguire di cui sentirsi parte. E l’America, essendo una nazione così fortemente legata ai suoi miti fondatori, così specialmente connessa a un’idea generatrice, ne ha forse più bisogno di altri paesi. Il successo di ogni presidente americano, sosteneva Diaz, prima ancora che nei suoi programmi o nelle sue policies, risiede nella sua capacità di raccontare una storia convincente agli americani su loro stessi.

“È tutto l’anno che aspetto che Obama mostri i suoi muscoli di narratore, che ci racconti la storia della sua presidenza, della sua Amministrazione, che ci racconti verso dove il nostro Paese si sta dirigendo e perché noi dovremmo contribuire affinché ci arrivi. Una coerente, comprensibile, avvincente storia – che sia abbastanza concentrata da rimanere nelle nostre menti e nei nostri cuori, ma che tuttavia sia abbastanza larga per noi, il pubblico, da intrecciare le nostre predilezioni, I nostri sogni, le nostre paure, le nostre esperienze all’interno del suo tessuto” scrive Junot Diaz nel suo esordio, per poi concludere piuttosto amaramente e quasi a malincuore: “Ma dal mio punto di vista il nostro Presidente non ha neanche raccontato una storia negativa; egli, secondo me, non ha proprio raccontato alcuna storia”.

Obama ha deluso, un anno dopo la sua elezione e ancora oggi, non perché abbia scelto di aggravare il debito pubblico con uno stimulus package di bilioni di dollari per salvare l’economia americana, o perché abbia forzato la mano ad alleati e avversari sulla riforma della sanità, o mancato di chiudere Guantanamo o si sia mostrato incerto in politica estera, tenero con l’Iran, remissivo con la Cina, confuso sulla Libia. Certo, le diverse componenti del suo elettorato potranno individuare in questo elenco e in altro ancora la loro delusione preferita. Ma Obama – osservava Diaz allora, ed è probabilmente ancor più vero oggi – ha deluso gli americani come storyteller-in-chief, come l’autore di una narrazione nuova che doveva condurre il paese fuori dalle secche del malessere bushiano e dalla sensazione che una storia fosse finita senza che un’altra avesse cominciato a dipanarsi.

Era questa la promessa vera della travolgente campagna elettorale di Obama, la promessa di una storia nuova tutta da raccontare e da vivere: “yes we can”. Ma è stata questa anche la più clamorosa delle promesse non mantenute durante il primo mandato che arriva a conclusione.

È per questo motivo che il ritrovamento e l’uccisione di Osama Bin Laden la notte del 1 maggio ad Abbottabad per mano dei Navy Seals, assume una dimensione che va ben oltre il successo operativo e si proietta invece come elemento centrale della prossima campagna per le presidenziali del 2012. Ogni storia ha bisogno di un buon antagonista, è essenziale a definire le caratteristiche dell’eroe, e Bin Laden ne fornisce uno senza eguali. Obama ha compreso subito l’occasione imperdibile fornitagli da questo successo atteso per più di dieci anni e con il discorso tenuto nella East Room della Casa Bianca alle 23.55 del 1 maggio 2011, ha scritto il primo capitolo della storia che intende raccontare per il suo secondo mandato.

Si tratta di una storia che riprende le fila di una trama già tessuta nella prima campagna elettorale che si è poi sfrangiata e dispersa durante gli anni della presidenza: l’idea che l’America sia un paese in grado di fare cose stupefacenti basta che lo voglia, che sia un paese unito e che soprattutto che sia un paese unico.

Gli americani hanno sempre creduto nell’eccezionalità del loro paese, almeno da quando John Winthrop scrisse nel 1630 che l’America doveva essere “a shining city upon a hill” la cui luce sarebbe stata vista ovunque nel mondo. Una metafora evangelica (Matthew 5:14) ripresa in seguito sia da John F. Kennedy che da Ronald Reagan. Con Obama avevano smesso di crederci, o meglio Obama li aveva convinti del contrario. Per il primo presidente nero d’America l’eccezionalità americana era un abbaglio. Lo aveva spiegato candidamente parlando al vertice Nato di Strasburgo nel 2009: "Credo nell’eccezionalità americana, tanto quanto suppongo che gli inglesi credano nell’eccezionalità britannica e i greci in quella greca". Insomma, se tutti si credono eccezionali nessuno lo è veramente.

Obama si era convinto che l’eccezionalità americana fosse il portato di una visione imperialista degli Usa, il segno di una volontà sopraffattoria e di dominio dell’America sul mondo. La sua missione era invece riportare l’America nel consesso della nazioni da dove, a suo parere, l’era bushiana l’aveva esiliata. Per questo l’America doveva tornare a essere una nazione come tutte le altre, rispettosa delle regole, incline al compromesso, ossequiosa dei consessi internazionali, pronta a tendere la mano, un’aquila con meno frecce e più ramoscelli d’ulivo tra gli artigli.

Ma questo passo è cambiato bruscamente nel discorso con cui il presidente ha annunciato la morte si Osama bin Laden. Obama ha capito improvvisamente che la storia che stava raccontando ai suoi concittadini era debole e deludente, ci voleva una trama più fitta, fatta di orgoglio, passione, vendetta, per tornare vincere nel 2012: “Questa è il racconto della nostra storia, sia che si tratti della ricerca della prosperità per il nostro popolo o della lotta per l’eguaglianza per tutti i cittadini; del nostro impegno nell’alzarci in piedi per i nostri valori all’estero, e dei nostri sacrifici per rendere il mondo un posto più sicuro. Ricordiamoci che noi siamo in grado di realizzare queste cose, non solo grazie alla ricchezza o alla potenza, ma per merito di ciò che siamo: una Nazione, sotto la protezione di Dio, indivisibile, con libertà e giustizia per tutti”. One nation, under God, indivisibile, sembra di risentire John Winthrop.

L’America sotto la presidenza Obama si era ripiegata su stessa, si era convinta che i grandi obiettivi di un tempo non fossero più alla sua portata, a meno di trovare sostegno, aiuto e conforto nelle altre nazioni, nelle alleanze, nei compromessi. Charles Krauthammer, un critico attento ma non fanatico della presidenza Obama ha manifestato sul Washington Post la sua indignazione per il modo in cui il presidente interpretava la missione della Nasa, quella che una volta era la frontiera più avanzata del dominio americano sulla tecnologia e sulla scienza. Krauthammer aveva sentito l’amministratore della Nasa, Charles Bolden,  spiegare in un’intervista ciò che Obama voleva da lui: “Lui vuole che io espanda le nostre relazioni internazionali e, innanzitutto, vuole che io trovi un modo per avvicinarci al mondo islamico e impegnarci di più con le più importanti nazioni islamich per aiutarle a sentirsi in armonia con il loro contributo storico alla scienza, alla matrmatica e all’ingegneria” ed era rimasto scandalizzato: “Certamente l’America ha portato l’uomo sulla Luna, ha guidato la rivoluzione dell’informazione, ha vinto più Premi Nobel di quanti ne abbia mai vinti qualsiasi altra nazione, ma, dall’altro lato, un migliaio di anni fa al-Khwarizmi ci ha donato l’algebra”. E neppure aveva trovato convincente una risposta di Bolden, sul fatto che per arrivare su Marte l’America avesse bisogno della collaborazione delle altre nazioni. Obama faceva rimpiangere Kennedy e la determinazione con cui vinse la corsa verso lo spazio contro l’Urss, e la sicurezza con cui nel 1961 disse che l’America avrebbe portato l’uomo sulla Luna entro il decennio.

Anche qui, dal giorno della cattura di Osama sembra cambiare tutto, e ancora una volta il discorso di celebrazione alla Casa Bianca racchiude l’indicazione per il nuovo tracciato della campagna elettorale e la rottura con la fase “presidenziale”. L’Obama 2012 torna a credere nell’onnipotenza dell’America: “Questa sera abbiamo ricordato ancora una volta che l’America può realizzare qualsiasi cosa ci mettiamo in testa”. La morte di Osama bin Laden o la conquista di Marte: basta volerlo.

Nel 2008 Barack Obama aveva promesso che la sua presidenza avrebbe portato l’America “in a post-bipartisan era”. Niente più stati blu e stati rossi: gli Stati sarebbero tornati ad essere Uniti dalla comune e irrefutabile speranza obamiana. In realtà tutto questo non è accaduto: non sull’economia, non sulla riforma sanitaria, non sull’immigrazione e neppure in politica estera. Durante la sua presidenza Obama ha governato forzando le divisioni tra i partiti e facendo appello al “suo” popolo più che a quello americano. Lo dimostra il sensibilissimo termometro degli elettori indipendenti che nelle elezioni di mid-term in autunno lo hanno punito votando per i Repubblicani al Congresso con il 56 per cento contro il 37 dei democratici, dopo aver preferito Obama con il 52 contro il 44 appena due anni prima. 

Si potrebbe dire che momenti di vera condivisione politica, di effettiva tensione bi-partisan sono stati due ed entrambi legati a momenti drammatici: Tucson e Abbottabad. L’attentato alla deputata democratica Gabrielle Gifford nel gennaio 2011 ha scosso l’America e l’ha riunita nella deprecazione nella pietà verso le vittime. Anche in quell’occasione Obama ha saputo cogliere il momento con un discorso perfetto che gli è valso un periodo di tregua nello scontro fazioso tra repubblicani e democratici. Così come, il primo maggio, Obama ha riunito tutta l’America nel sollievo per una giustizia compiuta con il gusto sapido ma inconfessabile della vendetta.

Ma solo con l’uccisione di Osama, il presidente ha potuto dire ai suoi futuri elettori, avidi di risultati e delusi nell’attesa, che si era passati dal “yes we can” al “yes we did it”. Quell’episodio è stato ricostruito e raccontato come interamente poggiato sulle spalle del commander in chief e forgiato dalla sua volontà e determinazione. Non a caso George W. Bush a cui in gran parte si deve l’impostazione della caccia Osama e la raccolta (anche brutale) di informazioni per localizzarlo, è stato citato di sfuggita e senza resa di merito.

Così secondo Obama, quell’unità che l’11 settembre 2001 l’America riscoprì nel comune dolore, oggi può essere riconquistata sotto il segno di un presidente che mantiene le promesse e da sostanza ai sogni. Ecco ancora il discorso del 1 maggio: “E stasera torniamo con la memoria al senso di unione che prevalse l’11/9. So che a volte si è logorato. Il risultato di oggi costituisce già la testimonianza della grandiosità del nostro paese e la determinazione propria del popolo americano”.

È questa la storia che Obama si prepara a raccontare al suo paese durante la prossima campagna elettorale e sui cui vuole fondare il suo secondo mandato. La storia di un’America che attraverso la tragedia e il riscatto torna ad essere unita, potente e unica. E’ una storia che Obama deve scrivere quasi da zero e faticosamente perché la sua presidenza non ha contributo finora a sostenerne la trama. Ma non è detto che ci riesca. La sua campagna elettorale parte da Chicago e non da Washington proprio per ritrovare slancio e ricongiungersi con le speranze dell’Obama campaigner, l’Obama navigatore di folle, e prendere le distanze dall’Obama presidente, incagliato nelle secche di Capitol Hill. Il suo nuovo quartier generale è a pochi isolati da quello del 2008 ma è grande quasi il doppio e occupa un intero piano di uno dei palazzi più alti della città. All’ingresso della nuova sede, già gremita di volontari e in febbrile attività campeggia lo slogan elettorale 2012: Obama for America. La domanda è se il giorno del voto l’America will be for Obama.

(Tratto da Longitude)