Obama non mette la Tunisia fra le “buone idee” per il Medio Oriente

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Obama non mette la Tunisia fra le “buone idee” per il Medio Oriente

19 Gennaio 2011

Negli ultimi giorni l’amministrazione Obama si è data davvero un gran da fare per cercare “nuove idee” che possano risolvere le tante questioni che riguardano il Medio Oriente. Fra queste c’è innanzitutto la questione palestinese, decisiva secondo gli obamiani (i clintoniani, i blairiani, eccetera): un nuovo approccio per dialogare con israeliani e palestinesi, nel senso che i primi vanno tenuti sotto pressione per evitare che facciano di testa loro e i secondi blanditi pur di avere uno straccio di interlocutore. Nel frattempo la Casa Bianca organizzerà un nuovo rally con il solito inviato speciale chiamato al capezzale del processo di pace.

Servono anche spunti innovativi per affrontare l’altrettanto annosa crisi libanese, visto che mentre Obama ospitava alla Casa Bianca l’ex premier Hariri il governo di Beirut è caduto e gli Hezbollah hanno messo una bella ipoteca sul nome del suo successore. In questo caso, con grande immaginazione – la Casa Bianca ne ha veramente da vendere – si è pensato a come rafforzare il dialogo con la Siria, il presunto anello debole della catena che porta all’Iran, magari favorendo la nomina di un primo ministro libanese che non dispiaccia a Damasco.

Come pure nelle settimane scorse il segretario di Stato Clinton ha partecipato al forum di Doha istituito ai bei tempi dal presidente Bush per far sì che le ingessate autocrazie e monarchie del mondo arabo imparino a confrontarsi con le Ong e con chi si batte per la libertà di parola ed i diritti umani, sotto l’occhio vigile e paterno degli Usa – se non fosse che in qualche anno di attività il forum di Doha non ha prodotto alcun risultato, e gli invitati hanno sempre snobbato le proposte americane; per cui anche stavolta non si è cavato un ragno dal buco.

Non si può certo dire, quindi, che alla Casa Bianca manchi lo spirito propositivo, nella convinzione, sempre quella, che una volta che si risolverà il macigno della questione palestinese, a cascata, tutto il resto dei problemi del mondo arabo, l’autoritarismo, la mancanza di libertà, la corruzione, le mancate riforme economiche e sociali, la condizione dei giovani e delle donne, magicamente, scompariranno.

Ma riflettendo con un po’ di lucidità su ciò che sta avvenendo in questi giorni, abbiamo come l’impressione che all’amministrazione Obama sia sfuggita una buonissima idea – che sembra anche una straordinaria novità: che fine ha fatto la rivolta in Tunisia?

Un intero popolo si solleva contro l’uomo forte che per vent’anni ha tenuto sotto il tacco il Paese e lo costringe ad una ignominiosa fuga all’estero. Assistiamo a una mobilitazione collettiva fatta di giovani, donne e lavoratori, che prendono la parola senza che, stavolta, la piazza sia egemonizzata dai fondamentalisti religiosi. E invece di prendere questi fatti come lo sprone per favorire il cambio di regime negli altri Paesi dell’area – dall’Algeria allo Yemen e perché no l’Iran – il Presidente Obama insiste pervicacemente sulla questione palestinese – questione che alla fine dei giochi non è altro che un modo usato dai regimi arabi per trovare consenso in casa e delegittimare l’unica democrazia dell’area, Israele.

Per cui la domanda che sarebbe utile fare agli analisti, agli inviati speciali, alle teste d’uovo dell’amministrazione Usa è una sola: vi sembra un’idea abbastanza nuova quella di darsi fuoco per disperazione? E già perché questo gesto estremo e tragico che purtroppo sta diventando di moda fra Tunisi e Algeri non ha assolutamente nulla a che fare con la nakba e il triste destino del popolo palestinese. I nuovi bonzi non protestano contro Israele ma per chiedere lavoro, libertà, dignità. Vecchie parole d’ordine che un tempo l’America si era data il compito di promuovere nel mondo. E che oggi ha dimenticato mettendo la testa sotto la sabbia, e inseguendo le solite, “nuove idee” per il Medio Oriente.