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La stoccata del New Yorker

Obama non riesce a raccontare una storia convincente all’America

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Ho sempre pensato che una delle principali responsabilità di un presidente sia quella di essere un cantastorie. Tutti noi conosciamo l'importanza delle narrazioni, e delle storie; sono una delle ragioni per cui i nostri cervelli sono così dannatamente grandi. Abbiamo bisogno di racconti, cresciamo grazie ad essi, perché è in base alle storie che prende forma il nostro universo. Lo stesso Tolkien si riferiva forse al potere delle narrazioni quando descriveva il suo "Anello": le storie ci guidano, ci trovano, ci uniscono, ci legano e, sì, possono anche farci separare. Se un presidente vuole avere una qualsiasi forma di successo, se vuole che la sua politica riesca a conquistare l’elettorato, innanzi tutto deve raccontarci una storia.

Durante tutto quest’anno ho atteso che Obama flettesse i suoi muscoli narrativi, che raccontasse la storia della sua presidenza, della sua amministrazione, che spiegasse verso dove sta andando il nostro Paese e perché dovremmo aiutarlo a dirigersi verso quel destino. Un racconto coerente, accessibile e convincente - un racconto, cioè, sufficientemente breve da restare nelle nostre menti e nei nostri cuori, e nonostante questo abbastanza ampio per noi, il pubblico, da intrecciare le nostre tendenze, i nostri sogni, le nostre paure e le nostre esperienze nella sua fabbrica. Dovrebbe essere necessariamente una storia lunga 8 anni, una storia che, indipendentemente da quale sia la nostra idea politica, ci entusiasmi abbastanza da andare lì fuori e rieleggere il narratore solo perché vogliamo esserci per sapere come andrà a finire.

Ma dal mio punto di vista, il Presidente non ha raccontato una "brutta storia": semplicemente non ne ha tirata fuori neppure una. L’ho sentito parlare della riforma sanitaria fino alla noia ma, mentre stava elaborando le idee, i suoi oppositori sì che raccontavano delle storie. Senza dubbio erano sbagliate, piene di distorsioni e completamente false, ma almeno stavano parlando agli americani nella lingua giusta: quello della narrativa. Il Presidente ci ha dato una barca d’informazioni sul perché la riforma della sanità era un’idea geniale; intanto i repubblicani ci parlavano dei death panels (commissioni pubbliche che giudicano se è opportuno, dal punto di vista economico, applicare un trattamento sanitario costoso a un paziente che presenta condizioni di salute negative, ndt). Le idee sono delle cose meravigliose ma non servono assolutamente a nulla se non si "distendono" in una buona storia.     

Obama chiaramente ci ha provato. Abbiamo avuto degli intrecci narrativi su tutte le questioni più importanti – l’economia, la guerra in Afghanistan, la guerra al terrore (alias the "Undie-bomber", un riferimento a Umar Farouk Abdulmutallab, l’attentatore del volo Delta, ndt) – ma sto ancora aspettando di sentire qualcosa che ecciti quella parte del mio cervello che ama e che muore dalla voglia di sentire le simmetrie e i piaceri di una storia ben raccontata.

Proprio martedì scorso ci siamo accorti di quali sono, per Obama, le conseguenze del non avere una vera narrazione a cui ricorrere. Nel caso dell’elezione in Massachusetts, il presidente aveva a che fare con un candidato repubblicano ribelle che ha raccontato una storia che avrebbe dovuto essere stata familiare al Comandante-in-Capo: la storia di un outsider partito per ultimo, pieno di energie e di idee, destinato a scombussolare tutti i piani, eccetera. Il presidente ha cercato di aiutare Martha Coakely nella sua campagna elettorale ma, siccome la stessa amministrazione non sembra avere una storia dalla sua, Obama non ha potuto offrirgliene una. L’unica cosa che poteva fare era farsi vedere e mostrarsi per quello che è, ma questo chiaramente non era abbastanza. Un uomo non può sfidare una storia, anche se si tratta di un uomo apprezzabile e se la storia è semplice. La storia vince sempre.

(Con il passare del tempo, però, mi sono reso conto che i narratori della opposizione sono molto meglio. Tea Parties e death panels, potete anche odiare questi scatti di follia ma sono, al di là di tutto, storie, narrazioni. E invece che cosa ha dato esattamente Obama a tutti i suoi sostenitori? Persino l’amministrazione Bush, per ognuna delle sue carenze criminali, sapeva qual è il valore di una buona storia. Che è la ragione per cui, dopo ciò che ci è accaduto l’11 settembre, (i repubblicani, ndr) hanno cavalcato quella tragedia in tutti gli aspetti per cui ne valesse la pena. E ne hanno tratto anche sei anni male).

E’ ironico – anzi, in realtà è tragico – che l’uomo che si è dimostrato essere un fantastico cantastorie durante la campagna elettorale, che ha preso il potere modellandolo sulla sua vita, sulla sua promessa di una grande storia (qualcuno si ricorda del suo libro Dreams of My Father?), proprio lui è stato incapace di trovare una narrazione altrettanto accattivante per la sua presidenza.

Talvolta mi domando persino se ci stia provando.

Sono stato un sostenitore di Obama durante tutto questo tempo. Ho votato per lui nel 2008 e voterò per lui anche nel 2012, anche se con molto meno entusiasmo. Ma mi aiuterebbe davvero tanto se mi desse una qualsiasi storia alla quale aggrapparmi. A questo punto, mi accontenterei anche solo di un frammento. Un presidente può anche avere tutte le visioni del mondo, può essere un oratore straordinario e un politico superbo, può avere il coraggio, la lungimiranza e la volontà di fare scelte dolorose, e possedere un audace piano progressista per il suo Paese - ma nessuna di queste cose avrà davvero un valore se il presidente non riuscirà a trasmettere la sua visione, le sue politiche, il suo coraggio, la sua volontà, il suo programma, nella lingua di una storia. E’ duro essere investiti da una storia terribile o da una confusa, oppure ancora, come nel caso dell’ attuale amministrazione, da neanche l'ombra di una storia. Se spera di essere capace di realizzare qualcosa di concreto nei prossimi 3 anni che gli restano, Obama ha urgente bisogno di costruirsi una narrazione forte. I suoi avversari sono costantemente al lavoro forgiando le loro storie, e Obama ben presto si troverà circondato da tutte le parti da racconti crudi e potenti che neppure il suo ragionare logico e metodico sarà in grado di scacciare. Il presidente ha bisogno di ricordare la vera vocazione del suo ruolo: quella di Cantastorie-al- comando (Storyteller-in-chief).

La perdita della super-maggioranza al Senato non metterà fuori gioco la presidenza Obama. E’ piuttoso la sua improvvisa incapacità di raccontare una buona storia che batte come una campana a morto. Se fossi in lui, avrei dato meno lavoro ai secchioni della Ivy League sostituendoli con dei buoni cantastorie.

Tratto dal The New Yorker

Traduzione di Fabrizia B. Maggi e Bernardino Ferrero

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2 COMMENTS

  1. Ma che storia!
    Perdiana, ma costui è un grande! Complimenti per aver selezionato e tradotto questo “masterpiece” del giornalismo, della filosofia e della letteratura! Ma che te ne fai dei Severino e dei Cacciari, c’è più succo e sapienza in un pezzettino così che in decine di loro libri e contorsioni intellettualistiche.
    Veramente ammirata.
    Donnadipicche

  2. cioè non ho capito?

    cè un
    cioè non ho capito?

    cè un presidente che ti da informazioni , spiega cosa vuole fare da un punto di vista tecnico e finanziario etc

    è sto qui preferisce una storia?

    questo è fuori di melone.

    altro che masterpiece del giornalismo, quando vado dal medico voglio valutazioni, anche se si tratta di ammissioni di probabilità o meno, non voglio una storia, e da un presidente mi aspetto altrettanto.

    questo qui elogia un vecchio modo di fare politica , quello di aprlare per storie, metafore, sigle e motti , erp far presa sulla gente, non dico che non sia macchiavellicamente corretto, ma dannazione chi lo fa non è certo da elogiare!

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