Obama punta il dito su Gerusalemme ma la pace dipende da Teheran

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Obama punta il dito su Gerusalemme ma la pace dipende da Teheran

03 Aprile 2010

La querelle sorta tra Israele e Stati Uniti attorno agli insediamenti ebraici di Gerusalemme est ha fatto un gran rumore sui giornali di tutto il mondo. Sarebbe l’annunciata intenzione israeliana di procedere allo sviluppo di alcuni insediamenti già esistenti la causa del rifiuto del leader palestinese Abu Mazen di riprendere le trattative sponsorizzate dalla comunità internazionale rappresentata dal Quartetto (USA, UE, ONU e Russia). Ma se guardiamo alla questione degli insediamenti ebraici nella Città Santa in una prospettiva storica e diplomatica, la realtà ci appare sotto una nuova luce rispetto alla rappresentazione che è stata fornita dai mezzi di comunicazione (e dalla Casa Bianca).

A tal proposito, Dore Gold, presidente dello Jerusalem Center for Public Affairs e già ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, ci offre in questo video l’autorevole punto di vista di chi ha preso parte ai negoziati tra israeliani e palestinesi negli anni ’90 ed è pertanto a conoscenza del contenuto degli accordi ufficiali che ne sono seguiti, a partire da quello di Oslo del ’93, e che sono stati firmati anche dall’allora leader palestinese Arafat.

Sulla base di questi accordi, a Gerusalemme è assegnato uno status completamente differente rispetto ai territori della Cisgiordania. Se su questi ultimi viene effettivamente stabilito il divieto di espansione da parte dei coloni israeliani finché un accordo definitivo per la demarcazione dei confini non sarà raggiunto, su Gerusalemme est viene invece riconosciuta la sovranità israeliana fino al momento in cui le parti non avranno raggiunto un’intesa sul suo status permanente. Ciò significa che legalmente lo Stato ebraico può procedere alla costruzione di nuovi insediamenti nell’esercizio della sua sovranità sul territorio della Città Santa, così come gli arabi palestinesi hanno fatto nelle zone sotto il controllo.

Ecco perché Israele, durante la presidenza Clinton, ha costruito i quartieri di Ramat Shomo (1995) and Har Homa (1997), ed ecco perché la questione degli insediamenti non era mai stata sollevata prima d’ora né dall’Autorità palestinese quale precondizione per sedersi al tavolo delle trattative, né da Washington quale beau geste volto a creare un clima negoziale favorevole. Perché dunque sollevarla oggi?

La risposta sta nel cambiamento politico che l’amministrazione Obama ha impresso alla posizione americana nel conflitto arabo-israeliano. Un cambiamento che riflette anzitutto la percezione – errata ma assai diffusa, ideologica più che analitica – secondo cui sarebbe il nodo della questione palestinese a generare in primo luogo la conflittualità che continua ad attraversare il Medio Oriente. A ciò poi va strettamente a connettersi l’operazione di captatio benevolentiae del mondo arabo-musulmano e dell’opinione pubblica internazionale che il presidente americano ha intrapreso in nome del politicamente corretto e con cui intende accaparrare ulteriori ma effimeri consensi.

Infatti, la nascita di uno stato palestinese entro due anni, come auspicato dal Quartetto, non cancellerà dall’orizzonte degli Stati Uniti l’inevitabile resa dei conti con il regime khomeinista iraniano. I mullah ancora al potere nella Repubblica islamica non vedono di buon occhio la possibile conclusione di un accordo tra israeliani e palestinesi e continueranno a soffiare sul fuoco dell’instabilità in Palestina attraverso Hamas ed Hezbollah, boicottando i negoziati come già accaduto. Obama e i suoi seguaci hanno dunque sbagliato capitale: il raggiungimento della pace in Medio Oriente non passa per Gerusalemme, ma per un cambio di regime a Teheran.