Obama stringe la mano a Chavez che ringrazia per conto di Cuba
19 Aprile 2009
La questione cubana è stato il tema dominante dell’incontro tra i capi di stato dell’Unasur (Unione delle Nazioni Sudamericane) che si è svolto a Trinidad e Tobago lo scorso fine settimana. Obama ha annunciato che gli Usa si preparano ad allentare l’embargo contro Cuba, in vigore da 47 anni, per rendere il popolo cubano “meno dipendente dal regime castrista”. Una buona notizia per Chavez che, calato il prezzo del petrolio, non è più in grado di garantire l’assistenza finanziaria di una volta ai Castro. Gli altri leader dell’America Latina hanno festeggiato il nuovo corso obamiano: “Nel nostro continente non c’è posto per le politiche di isolamento” ha detto il brasiliano Lula.
Obama ha ordinato una revoca delle restrizioni imposte alle rimesse inviate dai cubano-americani ai loro parenti sull’isola dei Caraibi (potrebbero arrivare un miliardo e mezzo di dollari extra nell’isola); mentre i cubani che vivono negli Usa d’ora in poi raggiungeranno più facilmente la loro patria, grazie all’avvio di una serie di voli regolari con l’Avana (non accadeva dal 1982). In cambio, Obama ha chiesto a Raul Castro di liberare i detenuti politici e permettere anche ai cubani di viaggiare all’estero. Ma la prima reazione del vecchio Fidel è stata che “Cuba non ha bisogno dell’elemosina americana”.
Per molti dissidenti cubani il blocco favorisce i fratelli Castro che sfruttano l’embargo in modo propagandistico per scaricare sugli americani i risultati della disastrosa epopea cubana. Effettivamente, da un punto di vista economico, l’embargo americano non ha ottenuto grossi risultati, visto che Cuba ha continuato a fare affari con il Messico, il Canada, l’Europa,
I precedenti delle aperture di presidenti democratici americani all’Avana non fanno ben sperare. Dopo i negoziati tra Ford e Castro 15.000 cubani andarono a combattere in Angola; l’amministrazione Carter pagò il prezzo disastroso dei “boat people”; Clinton ha dovuto fronteggiare almeno un paio di crisi dei rifugiati. Favorire le rimesse dei cubano-americani e incrementare il turismo nell’isola sono piccoli passi che potrebbero favorire una maggiore democratizzazione di Cuba ma non rappresentano una politica diretta ad abbattere il regime. Raul Castro incasserà le tasse sul turismo americano che potrebbe raddoppiare nel futuro prossimo, raggiungendo circa cinque milioni di presenze annue.
“Più di 15 milioni di turisti hanno raggiunto Cuba nell’ultimo decennio, principalmente dal Canada e dall’Europa – scrive Foreign Policy – ma la loro presenza non ha avuto nessun impatto evidente sul regime”, visto che i Castro hanno creato delle enclave turistizzate separate dalla popolazione locale, in una sorta di “apartheid” dei nativi caraibici a cui sfugge soltanto il ghiotto traffico della prostituzione, compresa quella delle minorenni.
Forse la misura più lungimirante del presidente degli Stati Uniti è aver permesso alle grandi compagnie delle telecomunicazioni Usa di investire nell’isola. L’America deve aumentare il suo impegno sul fronte della comunicazione per sostenere la “surge” dei dissidenti cubani, come accadde in Polonia prima del crollo dell’Urss. La resistenza pacifica e civile deve avere i riflettori del mondo puntati addosso per denunciare tempestivamente ogni persecuzione del regime.
