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Obama tratta Netanyahu come se fosse un dittatore del terzo mondo

Basandosi su testimonianze rese dai terroristi di Hamas, il rapporto Goldstone sostiene che Israele abbia deliberatamente preso di mira i civili palestinesi, e si sia macchiato di crimini di guerra a Gaza. Al di fuori del perimetro della propaganda islamica, tuttavia, Israele ha la reputazione di una nazione eccezionalmente protettiva verso i civili nemici. Secondo testimonianze ignorate dal Goldstone Report, per esempio, il colonnello Richard Kemp, già comandante delle forze britanniche in Afghanistan, ha dichiarato: “Durante l’operazione Cast Lead [Piombo fuso, la risposta israeliana agli attacchi di Hamas] le forze di difesa israeliane per la salvaguardia dei civili in zona di combattimento hanno fatto più che qualsiasi altra forza armata nella storia della guerra”.

Hamas, al contrario, è nota per costruire i suoi centri di comando militari sotto ospedali, per piazzare le proprie unità militari nel campi profughi, e per utilizzare donne e bambini come scudi umani. I razzi di Hamas sono noti per la loro imprecisione: non è possibile indirizzarli verso obiettivi militari, possono essere impiegati solo contro obiettivi civili. Per di più, dato che la guerra di Hamas contro Israele era una risposta al ritiro unilaterale di Israele, quella guerra è stata un’aggressione criminale alla quale vanno ascritte tutte le successive vittime; un fatto su cui il rapporto Goldstone e il Consiglio Onu dei diritti umani si sono premurati di sorvolare.

Il Consiglio per i diritti umani è stato creato nel 2006. Nel suo primo anno, ha citato un’unica nazione per aver violato i diritti umani: Israele. L’ha condannata nonostante il fatto che sia l’unico paese del Medio Oriente dove i diritti umani sono riconosciuti e protetti. Nessun’altra delle 194 nazioni del mondo è stata mai citata, neanche la Corea del Nord, la Birmania e l’Iran – l’ultima delle quali impicca gli omosessuali in pubblico per il delitto di aver trasgredito ai precetti sessuali del Corano. Il motivo di questa svista non è un mistero. Il Consiglio è stato presieduto da rappresentanti di paesi dove i diritti umani vengono brutalmente violati, paesi come Libia, Cina, Arabia Saudita, Cuba; ed è stato proprio a causa di tale travisamento di ciò che il Consiglio è rispetto al nome che porta, che gli Stati Uniti lo hanno regolarmente boicottato; fino a quando Barack Obama non ha deciso, quest’anno, di entrare a farne parte. Questa decisione da parte dell’amministrazione Obama, insieme alle aperture verso la Siria, l’Iran e altri regimi velenosi, ha dato un sigillo di legittimità all’ipocrisia di quell’istituzione, e ne ha incoraggiato la cattiva fede.

Nel mezzo di questi sinistri sviluppi, il mondo sta assistendo a un ritorno degli anni Trenta, quando i nazisti escogitarono la “soluzione finale” del “problema ebraico”, e il mondo civilizzato non fece nulla per bloccarne l’esecuzione. Questa volta, la soluzione finale viene proposta apertamente di fronte all’intera comunità internazionale, che non sembra scomporsi di fronte a una simile eventualità. Ha voltato le spalle agli ebrei, e si rifiuta di riconoscere la gravità del problema. Per di più, facendo rispettare la finzione secondo la quale sarebbe in corso un “processo di pace” che deve essere mediato tra le parti, e ignorando la palese preparazione della distruzione di Israele da parte dei palestinesi, i “peacemakers” offrono il loro sostegno a questi progetti mortali.

Per decenni, Israele si è ritrovato isolato nella comunità internazionale, con una sola, fondamentale eccezione: gli Stati Uniti, la nazione alla quale si è affidato per sopravvivere durante il difficile periodo degli anni Sessanta. Qualunque nazione avesse voluto aggredire Israele, sapeva che dietro quel paese c’era la più grande superpotenza del mondo, che non avrebbe permesso la distruzione dello stato ebraico. Qualunque governo avesse nutrito cattive intenzioni verso Israele, doveva riconoscere il fatto che gli Usa sarebbero stati suoi avversari. Qualunque voto di condanna alle Nazioni Unite doveva affrontare il veto della stessa nazione che forniva a Israele sostegno finanziario. Fino a oggi.

Come recita un recente dispaccio della Reuters, “con Barack Obama, gli Stati Uniti non garantiscono più a Israele un sostegno automatico in sede Onu, dove lo stato ebraico affronta un costante bombardamento di critiche e condanne. Il sottile ma evidente cambiamento nell’atteggiamento statunitense verso il suo alleato mediorientale arriva nel mezzo di quella che per diversi analisti è una delle più gravi crisi nelle relazioni Usa-Israele degli ultimi anni”.

Tale cambio si manifesto con chiarezza durante la visita ufficiale del vicepresidente Biden a Gerusalemme. Il 9 marzo, il vicepresidente arrivò a un pranzo che si teneva nella casa del primo ministro Benjamin Netanyahu con quasi due ore di ritardo. Non fu un incidente, ma una calcolata mossa diplomatica – per la precisione, fu una punizione per l’annuncio israeliano del piano per la costruzione di 1.600 nuove abitazioni nel settore ebraico di Gerusalemme Est. L’annuncio arrivò proprio durante la visita di Biden, che ne restò imbarazzato.

In realtà quell’annuncio fu un atto automatico, il quarto passo di un iter burocratico in sette fasi per l’approvazione di nuove costruzioni. Il momento scelto per farlo potrebbe sembrare inopportuno, però la costruzione di nuove case in un quartiere ebraico di Gerusalemme non dovrebbe essere una questione in grado di creare problemi, tanto meno portare a una rottura tra alleati. Nonostante tutto, i funzionari israeliani, consapevoli della loro dipendenza dai loro partner americani, si sono subito scusati di ogni eventuale offesa.

Ma l’amministrazione Obama non le ha accettate. Prima sono arrivate dure critiche a Israele da parte di alti funzionari Usa, poi la crisi si è inasprita. Il segretario di Stato Hillary Clinton ha rimproverato Netanyahu, definendo l’annuncio di Israele un “segnale profondamente negativo” per le relazioni Israele-Usa. Daniel Axelrod, tra i principali consiglieri di Obama, ha ribadito il rimprovero di fronte all’audience americana, manifestando il disappunto dell’amministrazione in tv. Parlando dell’annuncio israeliano come di un “affronto” e un “insulto”, Axelrod ha affermato che Israele ha reso il “processo di pace” con i palestinesi “assai più difficile”.

Mentre l’annuncio israeliano sulle nuove case è stato fatto senza che Netanyahu ne fosse a conoscenza, la risposta di Washington è stata dettata dal presidente Obama. Quando, il mese dopo, il primo ministro è arrivato negli Stati Uniti per un incontro con il presidente, non si è tenuta alcuna cerimonia nel Giardino delle rose della Casa Bianca, né si è posato per i fotografi della stampa – i tradizionali gesti di cortesia verso i capi di stato di nazioni amiche.

L’accoglienza in privato è stata almeno altrettanto fredda. Quando Netanyahu è arrivato alla Casa Bianca per quello che pensava sarebbe stato un pranzo con il presidente, Obama è stato estremamente diretto: gli ha presentato una lista di richieste – tra le quali quella che Israele sospenda le costruzioni di case a Gerusalemme Est – e ha bruscamente lasciato il suo ospite, per andare a pranzare con la moglie e le figlie nell’ala residenziale della Casa Bianca. Al momento di andarsene, Obama disse al suo stupefatto visitatore che sarebbe stato “lì intorno” nel caso il primo ministro cambiasse idea. Come riportato più tardi dalla stampa israeliana, “non c’è stato alcun tentativo che gli americani abbiano trascurato pur di umiliare il primo ministro e il suo entourage”. Jackson Diehl, opinionista ed esperto di Medio Oriente del Washington Post, è stato ancor più caustico, scrivendo che “Netanyahu viene trattato [da Obama] come se fosse uno sgradevole dittatore del terzo mondo”. (Fine seconda puntata, continua...)

Traduzione di Enrico De Simone     

Tratto da National Review

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