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L'ultimo dibattito tv sulla politca estera

Obama vince il terzo round ma la corsa per la Casa Bianca è tutta da giocare

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Obama ritrova smalto e chiude la stagione dei dibattiti tv con una vittoria su Mitt Romney. Rispetto al secondo confronto, vivace e spontaneo, quello di ieri è sembrato più simile al primo, ma a parti invertite. Stavolta è stato lo sfidante repubblicano a sembrare meno sicuro e deciso come era successo nei precedenti due round al presidente uscente.

In base a un rilevamento della Cbs Obama ha prevalso per il 53% contro un 23% per Romney e con un margine di 48 a 40% per un altro della Cnn. Nei novanta minuti di serrato dibattito alla Lynn University di Boca Raton, il titolare della Casa Bianca è andato subito all'attacco sui temi internazionali facendo valere la sua maggiore esperienza in merito. Non sono serviti a niente i tentativi di Romney di spostare la discussione sull'economia, terreno a lui più favorevole. Il fulcro della serata è stata la politica estera a 360°: Medio Oriente, Primavera araba, Israele, Iran, Libia, Cina, Russia.

Romney, dal canto suo, ha schivato molti attacchi usando toni morbidi e dicendosi spesso d'accordo con Obama soprattutto nella prima parte del dibattito, tutto incentrato sul M.O., quando si è addirittura congratulato con lui per aver eliminato Osama bin Laden. Ma ha anche avvertito: "Serve una strategia robusta e globale che aiuti il mondo islamico e altre zone del mondo a respingere l'estremismo violento e radicale".

La vera differenza tra i due sfidanti è venuta fuori quando Obama ha dichiarato che la minaccia di questi anni per gli Usa è "il terrorismo", mentre per Romney è "un Iran nucleare". Ma il dibattito si è fatto acceso anche sui tagli da tre trilioni di dollari alla difesa previsti dall'attuale Amministrazione. Per il repubblicano devono avere più soldi: "Abbiamo meno navi che negli anni Venti e molti meno aerei di un tempo", si lamenta. Ma pronta arriva la replica stizzita di Obama: "Governatore, abbiamo anche meno baionette e meno cavalli, ma i tempi sono cambiati. Oggi non conta solo il numero di mezzi, ma come sono questi mezzi e cosa sono in grado di fare". 

Si è arrivati poi a parlare della Siria e l'inquilino della Casa Bianca ha assicurato che Bashar al-Assad ha i giorni "contati", escludendo però - al contrario di Romney - forniture di armi pesanti ai ribelli. Sui rapporti con Israele e sulla minaccia iraniana le posizioni dei due candidati sono apparse molto simili, anche se l'ex governatore del Massachusetts si è tolto qualche sassolino dalla scarpa lamentandosi del fatto che "questa amministrazione non è stata forte come avrebbe dovuto con Teheran" e rinfacciando a Obama di non aver mai visitato Israele: "Dobbiamo restare al fianco dei nostri alleati, la tensione che c'è stata tra Israele e Stati Uniti è stata molto infelice".

Altro terreno di scontro è stata la Russia. Barack ha accusato Mitt di averla definita "la più seria minaccia geopolitica" per Washington. Il repubblicano ha replicato precisando che la considera "un antagonista geopolitico" ma che al presidente Vladimir Putin di certo non dirà "ti darò più flessibilità dopo le elezioni". Toni simili sulla Cina. Romney ha ribadito le accuse a Pechino di manipolare la valuta ma ha detto di non volere guerre commerciali. Obama, è apparso più reattivo e ha definito la Cina "sia un avversario, sia un potenziale partner nella comunità internazionale, se segue le regole". Unico tema lasciato fuori è stata l'Eurozona.

Spentisi i riflettori sulla Lynn University, non resta che il voto. E la partita, dopo sei mesi di scontro diretto e due anni di primarie, resta apertissima. Nonostante il vantaggio di Obama. Saranno due settimane di fuoco, queste che ci separano dal 6 novembre. Due settimane che decideranno il futuro degli Usa per i prossimi quattro anni.

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2 COMMENTS

  1. L’esito delle prossime elezioni determinera’ il futuro degli USA
    La netta vittoria nel primo dibattito ha consentito a Romney per la prima volta di smontare l’immagine volutamente ed eccessivamente negativa costruta negli spot trasmessi dalla campagna elettorale di Obama nei mesi trascorsi.
    Gli effetti si sono immediatamente riflessi nei sondaggi, che indicano un’erosione costante del vantaggio di Obama negli stati critici per la vittoria elettorale.
    Per mantenere e consolidare il vantaggio, Romney ha scelto di proiettare un’immagine posata, competente, presidenziale. Specialmente nel terzo dibattito, pur se vinto ai punti da Obama, questa scelta sembra dimostrarsi azzeccata specialmente nei confronti dell’elettorato femminile americano che apprezza toni pacati, pacifici e non aggressivi.
    Di converso, come nel secondo dibattito, Obama e’ sembrato mostrarsi piccolo, petulante e aggressivo, in forte contrasto con l’immagine che aveva pazientemente cercato di costruire in tutti gli anni passati.
    La partita rimane effettivamente aperta: l’esito finale incidera’ profondamente sul futuro degli Stati Uniti non solo per i prossimi quattro anni ma per decenni a venire, poiche’ il prossimo Presidente avra’ la possibilita’ di nominare fino a 3 nuovi membri della Corte Suprema con la possibile conseguenza di alterare l’attuale equilibrio che vede i membri di orientamento conservatore in vantaggio di misura.

  2. Il problema è il meccanismo
    Il problema è il meccanismo d’elezione presidenziale in vigore in USA. Puoi prendere più voti “popolari”, ma se non vinci negli Stati “che contano” è del tutto inutile; inversamente, puoi ottenere meno voti popolari del tuo avversario ma essere eletto lo stesso (il pacchetto di “grandi elettori” corrispondente ad ogni Stato è assegnato a chi ottiene più voti in quello Stato; che si vinca, ad esempio, in Texas con il 40% o con il 70% per il sistema elettorale USA non c’è differenza, così come puoi prendere il 10% negli stati che assegnano 4-5 “grandi elettori” senza problemi, perchè poi puoi sempre vincere in quelli che ne assegnano 20-30…). Che Romney nei sondaggi sia in vantaggio su Obama (ache se di percentuali dello zero-virgola), come ora molti istituti d’indagine affermano, non dà garanzie di nulla; anzi, potrebbe essere la beffa finale: chi perde vince.

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