Obama vuole Kerry (e Hagel?) per lisciare il pelo ai repubblicani

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Obama vuole Kerry (e Hagel?) per lisciare il pelo ai repubblicani

16 Dicembre 2012

John McCain e il partito repubblicano hanno fatto il diavolo in quattro per evitare che il successore di Hillary Clinton a "Foggy Bottom" fosse Susan Rice. Hanno accusato la Rice  di aver derubricato l‘assassinio dell’ambasciatore Cris Stevens in Libia a una reazione islamica al film su Maometto quando invece era il frutto di un’azione terroristica forse targata Al Qaeda. Nonostante tutto, Susan si è fatta le ossa come ambasciatore Usa alle Nazioni Unite ed era pur sempre il candidato spinto dalla Casa Bianca al Dipartimento di Stato. Ma alla fine sembra che la spunterà il senatore del Massachusetts, John Kerry, 69enne decano dei liberal a capo del Foreign Relations Committee, sconfitto nella corsa presidenziale del 2004 da George W. Bush e amico di lunga data di McCain (che lo chiama già "Signor Segretario"). I due, reduci del Vietnam, sono navigati protagonisti dei giochi politici washingtoniani, gli stessi che hanno tagliato fuori dalla corsa la Rice costringendola a gettare la spugna.

Scegliendo Kerry, Obama fa un altro passo nella sua campagna per governare in modo bipartisan la difficile uscita dell’America dalla crisi (l’intesa da chiudere con l’opposizione sul "fiscal cliff", per esempio) e in un certo senso costringe l’Elefantino a seguirlo a ruota sulla strada intrapresa con le primavere arabe. Favorirle se scoppiano, sfruttare la situazione caotica successiva per conservare un minimo di posizione di forza (speriamo bene), e quindi assolvere alle promesse del discorso del Cairo: non interferiremo troppo nel mondo arabo. Davanti ai risultati sconfortanti del referendum costituzionale egiziano, con il primo round vinto (brogli compresi) dalla Fratellanza Musulmana (la sharia si appresta a divenire legge dello Stato), Kerry è il perfetto soldato blu obamiano. Ritiene che il problema più grave per l’Egitto sia la crisi economica e che il Paese ha bisogno di una veloce iniezione di liquidità: se Fratelli Musulmani vogliono tenersi buono l’FMI è bene adeguarsi agli interessi degli Usa nella regione (il Cairo deve contenere il fondamentalismo, vero vincitore delle rivoluzioni arabe, e fare da argine all’Iran). Kerry ha incontrato i vertici della Fratellanza di recente e non pare intenzionato ad isolarne la presenza in Medio Oriente, a patto che si rispettino gli impegni diplomatici presi in passato con Israele a Camp David.

Durante la campagna elettorale, Kerry si è molto sbracciato ("Chiedete a Bin Laden se stava meglio quattro anni fa o adesso", ha detto), ha voluto la no-fly zone sulla Libia, viaggia di frequente tra Pakistan e Afghanistan. Tutti giudicano la sua candidatura estremamente qualificata, ma è pur sempre lo stesso politico, fieramente anti-reaganiano, che negli anni Ottanta scriveva a Daniel Ortega chiamandolo "Caro Comandante".  Il guaio è che Obama non si è limitato a Kerry nella sua strategia riconciliatoria con gli avversari repubblicani. Da alcune fonti trapela il nome di Chuck Hagel, senatore repubblicano del Nebraska, sergente di fanteria pluridecorato (anche lui reduce del Vietnam, insignito della prestigiosa Purple Hearts). I boatos lo danno in corsa per il Pentagono. Pur di far cosa gradita al GOP, Obama potrebbe scegliere Hagel, e i repubblicani, per cortesia istituzionale, non potrebbero sottrarsi alla nomina. Il problema di Hagel sono le sue posizioni "normalizzatrici" verso Teheran (si è sempre opposto ad un attacco preventivo contro i siti nucleari iraniani) e le sue richieste su una maggiore equidistanza (dell’America) nella sciarada israelo-palestinese. Manna per le orecchie di Obama. La Siria? Hagel ha creduto a lungo nelle buone intenzioni di Assad e forse ritiene ancora possibile "un reale cambiamento nella politica siriana attuale" (sic).

In conclusione, prima di festeggiare il siluramento della Rice, il partito repubblicano dovrebbe chiedersi se dalla padella non si è caduti nella brace dei diplomatici di lungo corso alla Kerry. E soprattutto, se è venuto il momento di sfiduciare Obama casomai gli venisse in mente di scegliere Hagel.