Offresi pizza e vino a chi scova la prossima fobia scatenata dai media

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Offresi pizza e vino a chi scova la prossima fobia scatenata dai media

14 Aprile 2010

“Lo ha detto la Televisione!”: per anni quest’affermazione taumaturgica è risuonata dappertutto a giustificazione e certificazione di verità rivelata nella cultura comune della gente.  Per anni verità, in effetti poche, e bufale molte hanno circolato liberamente formando opinione con il solo suggello che le aveva dette qualcuno in TV, immediatamente qualificato come esperto, dalla cucina macrobiotica alla neurochirurgia sperimentale.

Oggi non è più così, il mezzo televisivo è decisamente sceso di grado, declassato dall’imperare della Rete dove, però, i pericoli di disinformazione, o peggio, di falsa e nociva informazione, sono enormemente cresciuti vista l’assenza di qualunque controllo di qualità sul contenuto dei siti di chat o di enciclopedie aperte sulle quali ciascuno puo’ scrivere lasciando il suo segno.

Di temi delicati quello sui cambiamenti climatici è certamente uno dei più significativi: in realtà, per anni il vecchio adagio “lo ha detto la TV” si è tramutato in “lo riporta una qualche agenzia dell’ONU”. E qui, come se qualunque organismo non fosse composto da uomini, persone fallibili come ciascuno di noi, il prodotto delle elucubrazioni, di solito unicamente cartacee e poco fattuali, di un qualunque organismo dell’ONU diventa Vangelo, anzi Dogma di Fede inattaccabile pena la scomunica  da parte “degli eletti” membri dell’organismo in questione e poi dell’opinione pubblica.

La realtà è molto diversa ed il pubblico ha il diritto di esserne informato; a questo si aggiunge poi la pesante responsabilità dei giornalisti che diventano, involontariamente spesso, i peggiori strumenti di sostegno delle castronerie elaborate da queste Agenzie.

Vediamo di chiarirci: e qui parlo per esperienza diretta avendo per moltissimi anni vissuto all’interno ed in prima persona la vita di Organismi tecnici dell’ONU.

In primis va detto come avviene la scelta degli esperti: capita sovente che essa, a livello delle singole nazioni, sia fatta in ambiti scientifici ristretti e non necessariamente  della migliore qualità ma piuttosto individuati in quanto “vicini” al politico che ha il compito istituzionale di operare la scelta. La statistica permette anche che siano prescelte persone di livello ma certamente sono indicate in maggioranza persone “ammanicate” col potere. 

Il Panel internazionale viene poi formato con il contributo e la partecipazione di tutti questi esperti provenienti dai 192 Stati che aderiscono all’ONU: è chiaro che il livello scientifico medio dei singoli paesi non è uniforme per cui i più avanzati trascinano automaticamente i meno forti nel settore. Di conseguenza, la posizione di pochi, giusta o sbagliata che sia, viene benedetta e certificata dalla massa  assurgendo a posizione unitaria dell’ONU. Quindi con il bollo autorevole, e falso, di essere super partes e condivisa.

Un esempio illuminante è proprio lo IPCC che nel corso di questo ultimo decennio ha potuto permettersi qualunque affermazione, meglio se particolarmente catastrofica, senza che al suo interno emergesse la benché minima critica. Due i motivi: i più dissenzienti sono stati rapidamente estromessi ed espulsi dal Panel fino ad essere marginalizzati del tutto anche nell’ambiente scientifico. Gli altri hanno capito l”antifona e si sono adeguati in cambio della possibilità di fregiarsi del prestigioso titolo di “membro” del Panel con gli annessi vantaggi in termini economici e di visibilità che questo ha comportato. I politici hanno fatto il resto saltando sul carro per potersi offrire all’opinione pubblica nel ruolo di attenti e solerti sacerdoti della purezza ambientale e della salvaguardia dei propri elettori.
Gli scandali degli ultimi mesi hanno compiuto il miracolo: i profeti di sventura sono stati pesantemente sbugiardati creando pero’ un danno ancora maggiore di quanto già fatto: distruggere qualunque credibilità della scienza e dei suoi addetti; certamente nel settore della climatologia, scienza ancora molto giovane e, in realtà, oggettivamente poco previsibile.

Ma andiamo alle colpe dei media e dei giornalisti; ricordiamo alcuni dei casi più eclatanti scoppiati in questi ultimi anni: l’inverno nucleare, le api assassine, il buco dell’ozono, la mucca pazza e l’ultima bufala della nuova Spagnola che avrebbe portato quest’anno alla morte milioni di persone.

Facendo i debiti scongiuri, con le modalità che ognuno preferisce, nulla del catastrofismo annunciato si è verificato. Anche qui ancora ci troviamo di fronte ad affermazioni avventate, spesso propalate da organismi ONU “istituzionalmente” preposti al tema, ma che hanno avuto un’immediata e sproporzionata eco sui media.

Nella sua drammaticità il problema è tutto qui: da una parte c’è un mondo scientifico che sviluppa le proprie ricerche e che può e deve sbagliare, perché la scienza è incertezza e solo così la conoscenza progredisce, e dall’altro c’è il costume giornalistico di caricare le notizie enfatizzando solo parti potenzialmente di shock per attirare il lettore. Il tutto senza verificare la reale veridicità della fonte o eventuali posizioni contraddittorie. Il peggio avviene quando si aggiunge anche l’intervista dell’esperto di turno, spesso pescato senza molto discernimento, ignorando magari che esistono interi altri filoni di ricercatori dello stesso settore che contestano con altri dati quelle affermazioni.

Quello che è costume nel mondo scientifico, il dibattito tra diverse posizioni ed interpretazioni di un fenomeno, viene del tutto negletto selezionando a priori la posizione che consenta uno scoop, meglio se con la possibilità di restare in prima pagina a lungo: il tutto non curandosi della reale veridicità e consistenza di quanto si scrive.

Spentasi l’attenzione dell’opinione pubblica su di un tema, se ne ricercherà un altro sul quale convogliare angosce e titoli sparati: gli interessi economici e politici faranno il resto. Ingenti flussi di denaro abbandoneranno i vecchi lidi per andare a foraggiare istituzioni e burocrazie che formalmente si presentano come paladine della tutela degli individui ma che hanno evidenti interessi di sussistenza a mantenere alto l’allarme sul nuovo tema del giorno: lo IPCC e la carriera  economicamente estremamente proficua del suo presidente sono un esempio da manuale.

Nel frattempo le bufale si sgonfieranno, come per esempio quella dello scorso anno sull’influenza assassina che è solo servita a rimpinguare le casse delle aziende farmaceutiche; in cambio, i problemi, quelli veri, continueranno ad esistere ma saranno lasciati all’attenzione di pochi chierici che cercheranno di risolverli, privati però di fondi adeguati e del sostegno mediatico per attirare l’interesse dei politici.

Come al solito a perdere saranno i cittadini: l’importante però è distrarli, non più con panem et circenses ma con una nuova paura che sia di peso e che possa durare, se possibile, un tempo sufficiente ad arricchire qualcuno ed a giustificare l’esistenza ed i salari  esentasse dei funzionari di qualche organismo ONU.

Paolo Vietti, su Il Foglio, ha recentemente affrontato il tema in maniera efficace e con un titolo brillante: “il global warming non si porta più: quale sarà il prossimo allarme?” commentando un articolo uscito sul Wall Street Journal che aveva indetto un concorso tra i lettori per trovare la prossima fobia sulla quale scatenare le libido masochiste della gente.

Chi riuscirà a scoprire per primo negli USA la nuova “paura” riceverà  in premio dall’articolista del Wall Street Journal un hamburger ed una birra: io offro una pizza Margherita ed un bicchiere di rosso, ma di quello buono naturalmente.