Oggi al Cairo e a Tunisi si sente la mancanza di George W. Bush

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Oggi al Cairo e a Tunisi si sente la mancanza di George W. Bush

27 Gennaio 2011

“I popoli che vivono sotto la tirannia devono sapere che non sono dimenticati. Il mio messaggio verso di loro è questo: noi non perdoneremo i vostri oppressori, noi saremo sempre dalla parte della vostra libertà. Agli occhi dell’America i dissidenti democratici di oggi sono i leader democratici di domani”.

Mentre le strade del Cairo, di Tunisi, di Beirut si riempiono delle proteste e della disperazione di centinaia di migliaia di giovani stanchi dei loro regimi anti-democratici ,si sentirebbe la necessità di parole come quelle pronunciate da  George W. Bush a Praga nel 2007. Invece dall’amministrazione americana, da Barack Obama, dal segretario di Stato Hillary Clinton, arriva un distratto omaggio al realismo e una colpevole omissione verso quei giovani costretti a darsi fuoco per farsi ricordare.

Della “diplomazia della libertà” di bushiana memoria è rimasto ben poco di questi tempi alla Casa Bianca e dintorni,  ma non sembra che i rapporti con il mondo arabo e gli Usa siano nel frattempo migliorati: la mano di Obama continua ad essere tesa, ma il pugno dei suoi interlocutori in Siria, Iran, Sudan, Yemen, Gaza, continua ad essere serrato.

Una frase come quella pronunciata da Hillary Clinton martedì scorso a Washington la dice lunga sulla scarsa limpidezza morale della posizione americana: “Il nostro giudizio è che il Governo egiziano è stabile e sta cercando il modo di rispondere ai legittimi bisogni e interessi del popolo egiziano”. Quando il valore della stabilità sopravanza quello della libertà si rischia di tornare ai tempi del “contenimento” sovietico o a quel realismo che faceva fiorire le peggiori dittature nel “backyard” sudamericano.

Persino un moderato come l’ex presidente dell’Agenzia per l’Energia Atomica, l’egiziano El Baradei, si è detto “allibito” per le parole della Clinton ed ha aggiunto: “la stabilità di cui parla il segretario di Stato è fatta  di uno stato di emergenza lungo 30 anni, di corruzione e di elezioni truccate”.

L’irresolutezza  a sostenere un movimento che chiede libertà e democrazia è un tratto costante di questa amministrazione il cui punto più basso si ebbe durante le proteste dei giovani iraniani dopo le elezioni dello scorso giugno (proprio ieri il regime di Ahmadinejad ha impiccato due ragazzi arrestati in quelle manifestazioni). Un commentatore misurato e non ostile come Fuad Ajami commentò così quella vicenda: “La timidezza del potere americano e il rifiuto di Obama di abbracciare la causa dell’opposizione, deve essere ricordato come uno dei grandi imbarazzi morali della politica estera americana”.

D’altro canto è proprio in Egitto, all’Università Al-Azhar del Cairo, che Barack Obama enunciò i fondamenti del suo approccio relativista alla politica verso il mondo arabo quando disse, a proposito della democrazia che “nessun sistema di governo può essere o dovrebbe essere imposto a una nazione da parte di un’altra” e che i governi dovrebbero solo riflettere “il volere del popolo”. A patto che sia messo in grado di esprimerlo liberamente, andrebbe aggiunto.

Bush aveva la risposta pronta a questo genere di obiezioni: “Qualcuno dice che porre fine alle tirannie equivale a imporre i nostri valori a popoli che non li condividono o a parti del mondo dove la libertà non può prendere piede. Ma questo è confutato dal fatto che ogni volta che alla gente è data la libertà di scegliere, la gente ha scelto la libertà.

Obama e Clinton hanno sempre accusato Bush di essere un “ideologo” e nel migliore dei casi un sognatore. “L’ideologia è roba di ieri” disse con un velo di disprezzo la Clinton nel 2009. Eppure, almeno nel caso egiziano, si ha l’impressione che sia l’attuale amministrazione a vedere i fatti di questi giorni con le lenti del passato e a non capire quello che di nuovo sta accadendo per le strade del Cairo.

Le decine di migliaia di giovani che hanno manifestato in questi giorni sono un movimento spontaneo, senza leadership definita e senza bandiere religiose o politiche. E’ un movimento nato sull’onda dei social network, di twitter, che si organizza rapidamente sulla base di poche parole d’ordine: “Basta con Mubarak”, “L’Egitto non è una monarchia”, “elezioni e democrazia”. Per anni Mubarak aveva convinto la comunità internazionale a sostenerlo nella sua repressione contro  i Fratelli Musulmani, a suo dire, l’unica spaventosa alternativa disponibile  per l’Egitto. E’ stata questa minaccia, opportunamente manovrata, a garantire il perdurare del suo regime e la rete delle sue alleanze verso Occidente. Oggi si dimostra che un’altra opzione è possibile. Persino i Fratelli Musulmani ,che pure continuano a poter contare su un vero appoggio popolare, sono stati spiazzati dalle manifestazioni di questi giorni, convinti com’erano di essere l’unica vera opposizione nel paese e soprattutto l’unica in grado di portare folle in piazza.

In realtà i giovani di questa anticipata primavera egiziana considerano la Muslim Brotherhood roba vecchia, superata e inservibile per dare all’Egitto e alla sua gente un futuro. Questi giovani sono più avanti, sono meglio connessi tra di loro, sono culturalmente ben attrezzati e sono decisi a non mollare la paternità della loro protesta a nessuno: né ai Fratelli Musulmani né ai piccoli partiti di opposizione laica che hanno vivacchiato, senza infamie e senza lodi, sotto Mubarak. 

Non tendere la mano a questo movimento in nome della “stabilità” è un errore non solo “ideologico” – ma sarebbe meglio dire “ideale” – ma anche strategico. E’ un’occasione preziosa per l’Occidente di trovare un terzo interlocutore tra gli autocrati e gli estremisti. E aveva ragione Bush quando diceva che i dissidenti democratici di oggi potrebbero essere i leader democratici di domani. Messa così non dovrebbe essere difficile capire da che parte stare. Altrimenti è inutile e vergognosamente a buon mercato ritrovarsi alle fiaccolate di lutto o mettere le foto sui palazzi, quando – senza il nostro aiuto – questi stessi dissidenti fanno una brutta fine.