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Mondo in fermento

Oggi Hong Kong, domani l’Europa

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Chi ha trascorso anche solo qualche ora ad Hong Kong avrà percepito quanto la comunità questa piccola Città-Stato sia orgogliosa della propria s, tanto politica quanto di costumi e stili di vita, rispetto alla Cina.

Arrivando in città si è colpiti da quanto sia vitale, moderna, giovane e liberale. Il centro della città è in gran parte occupata dagli imponenti headquarters delle banche internazionali, ma nemmeno questi riescono ad appesantire il panorama di libertà, sobrio benessere, cultura diffusa e virtuosa convivenza tra le numerose nazionalità e culture che popolano una città cosmopolita per definizione.

Basta prendere un treno veloce, parecchio più veloce del nostro Frecciarossa, per essere in un’ora in “Mainland China”, a Shenzen, per rendersi conto di come il panorama cambi repentinamente. La modernità, certo, non manca nemmeno là, ma le megalopoli cinesi sono fredde, polverose, mosse da fiumi di individui che camminano per strada con atteggiamento robotico. Numeri più che persone, città in cui la quantità supera certamente la qualità, di vita anzitutto.

Dal contrasto risulta chiaro a tutti, anche a chi vi metta piede solo per qualche ora, il perché gran parte di coloro che vivono ad Hong Kong – tra o molti expats e molti italiani – siano da un lato innamorati della città, dall’altro gelosi dell’autonomia e della qualità di vita che l’isola si è conquistata negli ultimi decenni. Un piccolo paradiso ai piedi del gigante rosso.

Il successo e la ricchezza accumulati dalla piccola Città-Stato non potevano che fare gola da tempo alla potenza erede di Mao, che cerca da tempo continui escamotages per intrappolare Hong Kong, rimetterla sotto il proprio ombrello e, probabilmente, tentare di assorbirne la cassaforte di capitali e il portafoglio di business.

Ma che sta succedendo in questi giorni a Hong Kong?

Partiamo con qualche pillola di storia che ci fa meglio comprendere il difficile equilibrio in cui si trova oggi. Hong Kong è stata per lungo tempo una colonia inglese, circa da metà dell’800. Il Regno Unito l’ha restituitalla Cina nel 1997 con la firma della Dichiarazione Congiunta Sino-Britannica, patto che conteneva le condizioni dello status particolare di Hong Kong. Il retaggio inglese –  e quindi anche in parte europeo ed occidentale – non solo si respira nell’aria, ma ve ne sono tracce inconfutabili proprio nella straordinarietà della propria amministrazione istituzionale, che in base al principio “una Cina, due sistemi”possiede un architrave politico diverso e autonomo dalla Cina continentale e la cui magistratura, oltre ad avere un funzionamento indipendente, si basa sul modello di ordinamento giuridico del Common law.

Da allora Hong Kong possiede una mini-costituzione, la Hong Kong Basic Law, allinterno della quale si trovaun articolo, il numero 23, che prevede lillegalità di azioni che presentano un pericolo per la sicurezza nazionale. Nel 2003, il governo di Hong Kong avevaintrodotto un disegno di legge sulla sicurezza nazionale per meglio delineare ed implementare proprio larticolo 23. Tuttavia, in seguito a proteste e critiche nei confronti di contenuti che limitavano eccessivamente le libertà della popolazione, la legge è stata ritirata. Da allora, Pechino ha continuato ad esercitare pressioni dirette e indirette affinché si arrivasse allintroduzione di tale legge. 

Venendo ai giorni nostri e a fatti più recenti, ricordiamo come le proteste si siano nuovamente infamate lo scorso anno, in occasione della presentazione di un altro disegno di legge che puntava a permettere lestradizione di individui da Hong Kong alla Cina continentale. Disposizione che avrebbe – com’è chiaro – minacciato pesantemente l’autonomia giudiziaria di Hong Kong e la salvaguardia dei diritti fondamentali dei cittadini dell’isola (a partire dalla libertà di stampa, credo politico e manifestazione)A seguito di lunghi mesi di proteste (di intensità e costanza tale da rappresentare forse un unicum nella storia della Città-Stato) anche questo disegno di legge era stato formalmente ritirato. Nonostante ciò, la ferita non si è rimarginata e le proteste a difesa dellautonomia di Hong Kong contro le interferenze di Pechino sono proseguite, anche se con frequenza.

La nuova ombra nera della Cina su Hong Kong, da cui nascono le manifestazioni degli ultimi giorni, trae origine sempre da queste medesime premesse e sempre dallarticolo 23. Qualche giorno fa Zhang Yesui, portavoce dellAssemblea Nazionale del Popolo – l’assemblea unica legislativa cinese – ha confermato le voci che raccontavano della redazioneda parte di Pechino di una Legge per la Sicurezza Nazionale per Hong Kong, facendo riemergere i timori dell’opinione pubblica.

Naturalmente, la competenza sull’elaborazione e approvazione di un tale provvedimento normativo sarebbe del governo della Città Stato, ma venerdì scorso Pechino, apparentemente stanca dei numerosi fallimenti del governo locale e della lunga attesa, avrebbe deciso di occuparsene direttamente. 

Come già avvenuto in passato, la notizia dell’intrusione di “Mamma Cina” ha turbato i cittadini di Hong Kong, che hanno ricominciato a scendere in piazza in segno di protesta, lasciando invece indifferente il governo locale, il quale, tramite la governatrice Carrie Lam, avrebbe espresso supporto per liniziativa.

In cosa consisterebbe questa nuova legge? 

La bozza del testo autorizzerebbe organi del governo del popolo centrale rilevanti per la protezione della sicurezza nazionale” stabilire succursali a Hong Kong al fine di svolgervi attività la cui natura rimane poco chiara. Scorrendo tra gli articoli poi si leggerebbe che: [il governo centrale cinese] “è autorizzato a redigere leggi sullistituzione e il miglioramento dei sistemi giuridici e dei meccanismi di applicazione per la salvaguardia della sicurezza nazionale [di Hong Kong] al fine di prevenire, arrestare e punire efficacemente qualsiasi condotta che metta seriamente in pericolo la sicurezza nazionale, come il separatismo [o la secessione], la sovversione del potere statale o organizzazione e svolgimento di attività terroristiche, nonché attività di forze straniere e doltremare che interferiscono negli affari di Hong Kong. 

Il testo citato arriverebbe da fonti informali, non è quindi certo che né che sia definitivo, né che questa sia la versione che verrà sottoposta ad approvazione dall’assemblea legislativa cinese. Il voto è programmato per oggi.

In ogni caso, lapprovazione della legge da parte dellAssemblea Nazionale del Popolo segnerebbe la fine di fatto dellaccordo conosciuto come un paese, due sistemi” che ha permesso ad Hong Kong di far parte della Cina, ma acontempo mantenere la propria autonomia.

Si può supporre che Pechino intraveda dietro questa iniziativa il raggiungimento di obiettivi multipli. Senza dubbio, il riprendersi – anche simbolicamente – il controllo di Hong Kong rappresenta un forte segnale di forza e determinazione. L’imposizione della propria potenza politica e geopolitica.

Anche la particolare situazione imposta dalla pandemia internazionale del Covid-19 potrebbe avere un ruolo. Un po’ in tutti gli Stati, abbiamo l’esempio italiano quotidianamente davanti agli occhi, la contingenza emergenziale ha rafforzato i poteri centrali. I limiti imposti dal contingentamento degli spostamenti e dal distanziamento sociale hanno di fatto reso impossibile lo svolgimento di molti dei diritti fondamentali, tra i quali quello di manifestazione, anche ad Hong Kong. Quale momento più propizio per la “Mainland”, se non proprio quello in cui i cittadini di Hong Kong non possono manifestare, per sferrare l’attacco decisivo?

Inoltre, questo potrebbe rappresentare un altro pezzo del puzzle della gloriosa Belt and Road Initiative, la grande strategia cinese per acquisire pezzi di influenza geopolitica e globale attraverso mezzi più o meno convenzionali: dagli accordi commerciali vecchio stile (in Europa siglati soltanto dall’Italia per la verità), alle partnership di supporto per la diffusione della rete 5G, fino alla “solidarietà” a forma di mascherina.

Il volto delle proteste di Hong Kong Joshua Jong, intervistato dal sito TPI, ha confermato con precisione questi presentimenti sostenendo la Cina vi ha già ammaliato con la geopolitica delle mascherine, di pessima qualità per giunta, utile solo a riabilitare la propria immagine di eroe gentile dopo essere stata additata come luntore del mondo intero. Ora, mentre usa ogni diversivo pur di nascondere le ferite di una pandemia che ha messo la nazione in ginocchio, Pechino pensa a imporre una norma che annienterebbe quel che rimane dellindipendenza di Hong Kong, e mettendo a serio rischio la vita e lincolumità di attivisti, giornalisti e ONG. Intanto Xi Jinping esporta la Via della Seta in mezza Europa, e trasforma lItalia in una provincia aggiunta della Repubblica Popolare Cinese, costruendo strade e porti. Ma sul piano internazionale annulla gli obiettivi sul Pil per timore che siano troppo bassi rispetto ai numeri strabilianti degli anni precedenti.

Rivolgendo un appello al governo italiano il ventitreenne sostiene che lo stesso dovrebbe ridurre la cooperazione commerciale con la Cina, come per esempio il progetto della Via della Seta. Un paese che non rispetta i trattati internazionali, come dimostra in queste ore venendo meno allaccordo ratificato con il Regno Unito nel 1997 che ha garantito un certo grado di autonomia finora ad Hong Kong, non è affidabile a livello globale.

Come dargli torto? D’altronde il disegno politico e di potenza della Patria di Mao appare così chiaro – tanto nei confronti di Hong Kong quanto dell’Italia, seppur con toni e modi differenti -, che appare arduo credere che qualcuno non li scorga.

Attendiamo gli sviluppi sulle decisioni di Pechino. Nel frattempo preghiamo che il faro di libertà proveniente da Washington illumini, ancora una volta, anche l’Italia e che il Parlamento italiano si faccia promotore di una forte iniziativa contro la violazione dei diritti e dell’autonomia della Città-Stato asiatica.

Il Segretario di Stato Mike Pompeo, appresa della notizia dell’iniziativa normativa, ha affermato che una politica estera sana esige che si riconosca la realtà. E’ ormai chiaro che la Cina sta plasmando Hong Kong a immagine e somiglianza di se stessa, compiendo un nuovo, decisivo e sacrosanto passo avanti nellescalation della tensione fra Stati Uniti e Cina e verso la decisione da parte del Congresso dell’applicazione di nuove sanzioni verso il Dragone rosso.

Oggi Hong Kong, domani l’Europa.

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