Olimpiadi 2014. L’oro di Putin
24 Luglio 2007
Le
Olimpiadi invernali del 2014 si svolgeranno in una località balneare: a Sochi,
in Russia, sulle rive del mar Nero. Lo ha stabilito il Comitato olimpico
internazionale, nella sua centodiciannovesiva sessione che si è tenuta recentemente a Città del Guatemala: da cui sono usciti inaspettatamente
sconfitti prima Salisburgo e poi la sudcoreana e gran favorita Pyeongchang – 51
a 47, a favore di Sochi, nella votazione
finale dei membri del Cio).
Tra le
palme della riviera, già meta turistica dell’aristocrazia zarista e della nomenklatura
sovietica, si disputeranno ovviamente solo le gare indoor: il pattinaggio,
l’hockey, il curling; e si celebreranno tutti i riti olimpici: dalle cerimonie
di apertura a quelle di chiusura (sulla costa verranno realizzati il villaggio
olimpico principale e il centro per la stampa).
Per la neve e le montagne si andrà alle pendici del’Ebrus: a Krasnaya
Polyana, che da Sochi dista solo 50 chilometri e che verrà collegata con strade
ad alta percorrenza. Lo sci e il salto, il fondo e il biathlon, il bob e lo
slittino disporranno di piste e impianti all’avanguardia, che verranno
realizzati grazie agli ingenti stanziamenti promessi dal governo e agli
investimenti dei privati che puntano allo sviluppo turistico – balneare,
termale e sciistico – anche dopo i giochi: in prima linea, l’onnipresente
Gazprom, le Ferrovie russe che pensano alla costruzione di una fitta rete su
ferro in tutta la Russia meridionale, il gruppo Interros che contribuirà alla
costruzione degli impianti sportivi.
Ma non
sono solo gli aspetti sportivi, o economici, ad aver fatto vincere Sochi:
perché la politica, a partire dall’intervento diretto di Putin, ha giocato un
ruolo preponderante; e politiche, inoltre, sono le conseguenze più rilevanti di
questa scelta. Il comitato organizzatore si è contraddistinto per la sua
competenza e professionalità, ma le strutture e le infrastrutture oggi esistono
praticamente solo sulla carta e sul web: il presidente russo però è andato in
Guatemala (come del resto i suoi colleghi austriaco e sudcoreano) di ritorno
dal Maine, ha avuto incontri ravvicinati coi delegati nazionali e il presidente
del Cio Rogge, ha pronunciato un vibrante discorso in inglese e in francese, ha
rievocato la gloriosa tradizione olimpica russa (in realtà, sovietica), ha promesso
12 miliardi di dollari per i primi interventi essenziali. Sochi ha vinto: una
vittoria personale per Putin, una vittoria per la Russia.
Una
vittoria, insomma, del soft power: di una nazione che aspira a costruirsi
un’immagine di potenza destinata a tornare grande (e diventare moderna, ricca,
rispettata, temuta), superando di slancio le traversie politiche ed economiche
della transizione incompiuta dal comunismo; un’immagine patinata e festante da
contrapporre a quella tetra e raccapricciante della guerra in Cecenia, dei
delitti politici, dei diritti sistematicamente violati, della crescita
economica fondata esclusivamente sull’esportazione di petrolio e gas naturale.
Quelle del 2014 saranno per la Russia – nelle intenzioni del suo leader – le Olimpiadi della rinascita e del rilancio; e
anche San Pietroburgo punta ad organizzare i giochi, stavolta estivi:
presentando una convinta candidatura probabilmente per il 2020.
Ma
l’intreccio tra Olimpiadi e politica non è di certo una novità. Basti pensare all’esclusione
della Germania sconfitta dai giochi di Anversa del 1920 e di Parigi del 1924;
alle celebri Olimpiadi di Berlino del 1936 dominate dalla propaganda nazista;
all’esclusione sempre della Germania e anche del Giappone nel 1948 a Londra (l’Italia,
ormai schierata nel campo delle democrazie occidentali, venne invece ammessa);
alla rivalità scoppiata nel 1952 a Helsinki tra le due superpotenze della
Guerra fredda (fu la prima partecipazione dell’Urss, decisa proprio per motivi
di prestigio); ai boicottaggi nel 1956 a Melbourne, a causa dei fatti di Suez e
Budapest – con la vittoria nella
pallanuoto proprio dell’Ungheria sull’Unione sovietica, in una finale con rissa;
al boicottaggio e controboicottaggio di Mosca (1980) e Los Angeles (1984). Da
terreno di rivalità e scontri, però, nel post 1989 i giochi olimpici si sono
trasformati in vetrina per i successi politici ed economici di un paese –
soprattutto di quelli in via di sviluppo: è stato il caso della Corea del sud (Seul,
1988), della Spagna (Barcellona, 1992), della Grecia (Atene, 2004). Sochi,
Putin e la Russia vogliono sfruttare la loro opportunità: bisognerà aspettare 7
anni per vedere se la Russia che verrà mostrata al mondo sarà un paese davvero
moderno o una versione abbellita buona per la propaganda.
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