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Olmi inchioda la Chiesa e strappa l’applauso

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Non sono mai stato né uno strenue sostenitore, né un accanito detrattore di Ermanno Olmi come regista. Sono assolutamente visibili in lui le caratteristiche del documentarista, occupazione con la quale ebbe inizio la sua carriera, ed alla quale sembra intenzionato a tornare dopo l'uscita del suo ultimo film. Questa sua origine, se da un lato gli permette di offrire allo spettatore toccanti momenti sul versante della fotografia (soprattutto paesaggi e primi piani), associati ad una regia rigorosa e precisa, dall'altro ci priva dello spunto geniale, del “coup de theatre” che avvince ed appassiona. Certo “L'albero degli zoccoli”, “La leggenda del santo bevitore” ed “Il mestiere delle armi” restano comunque pellicole di tutto rispetto, anche se non certo da annoverare fra gli “imperdibili”, almeno a mio modesto parere.

Domenica scorsa ho colto da “Repubblica” un entusiasta Eugenio Scalfari che chiosava: “Ieri a Roma è stato proiettato il film di Olmi intitolato "Centochiodi". Il regista non ha mai nascosto i suoi sentimenti di cristiano e di cattolico; proprio per questo assume maggior rilievo un film che denuncia la povertà spirituale di una Chiesa sempre più lontana dai sentimenti di fratellanza dei "semplici" e dall'amore verso il prossimo... un film di carattere religioso e con significati polemici nei confronti d'una Chiesa che ragiona sempre più sulla base dei dogmi e dei divieti. L'Episcopato italiano rifletta con serietà sulla via che ha intrapreso, densa di rischi e di pericolose tentazioni”.

Essendo stati colpiti seppure indirettamente i miei tanti amici preti, non potevo fare altro che andare a vedermi il film e farmi una mia opinione. Per fortuna, uscito dalla sala, ho scongiurato il rischio di dovermi trovare d'accordo per una sola volta nella vita con lo storico direttore di “Repubblica”. Come spesso accade per i soliti noti, si vede solo quel che si vuole (o fa comodo) vedere: uno ti può indicare la luna col dito, ed invece di ammirare la luna e la sua grandezza, preferisce guardare solo il dito. Quindi, guardando questo film dopo aver letto Scalfari, non saprei proprio su cosa dovrebbe riflettere l'Episcopato italiano.

Ma veniamo al film. Novanta canonici minuti per raccontare la storia di un affermato professore di filosofia, giovane, bello, amato dalle donne, con auto di lusso e portafoglio ben rifornito che in crisi esistenziale e nauseato dai troppi libri letti, molla tutto e si trasferisce in una capanna di fortuna in riva al Po, stringendo amicizie con gli indigeni ed offrendo loro delle spicce “parole di vita” con un Gesù (che nella Sua infinita bontà, si fa mettere dappertutto come il prezzemolo, senza proferire parola...) sfumato sullo sfondo. Una sorta di odierna conversione Francescana che attraverso la spoliazione dai beni materiali sposa la causa dei poveri di spirito, semplici ed indifesi. Direi un canovaccio piuttosto banale e sfruttabile, per soli novanta minuti, strizzando l'occhio un po' ai cattolici “adulti”, un po' ai fanatici dell' ambientalismo e lasciando qualche briciola anche per no-global ed espositori sul balcone di casa della bandiera dell'orgoglio gay, divenuta chissà come bandiera della pace.

Ma ci sono alcuni elementi che stridono o che interferiscono in modo stonato con la visione globale del progetto di Olmi, anche alla luce di alcune sue dichiarazioni rilasciate a “Famiglia Cristiana”.

Mi piacerebbe porgere infatti al regista (ed a tutti quelli che hanno eccessivamente incensato “centochiodi”) alcune domande:

-Perché l'atto di ribellione che dà origine alla conversione del protagonista viene rappresentato con una insubordinazione proprio ad un rappresentante del clero e non, ad esempio, al rettore dell'università? In fondo il professore si ribella all'esasperato nozionismo dei libri e contrappone ad essi l'insegnamento “della strada”, della vita dei semplici. Perché fare in modo, senza peraltro dirlo mai esplicitamente, che appaia come se i libri inchiodati siano per forza dei testi sacri o che abbiano a che fare con la religione?

-Perché rappresentare il monsignore proprio con la classica iconografia del sacerdote anziano, chiuso, calvo, con un occhio malmesso, un po' curvo sulle spalle, eccessivamente severo? Si tenta ancora di screditare il clero con questa banale immagine sclerotizzata? Eppure, prima della malattia che lo ha riportato dal Padre, Papa Wojtyla era un abile atleta, sciatore e rocciatore, pur avendoci regalato delle encicliche preziose come gemme nel campo della teologia e della filosofia. E nonostante che di preti anziani e rompiscatole ce ne sia anche qualcuno, sono certo che la grande maggioranza dei sacerdoti è esattamente agli antipodi rispetto al monsignore rappresentato da Olmi. In merito invece al dominante pensiero che vede, bontà loro, una Chiesa che ragiona solo in termini di dogmi e divieti, mi limito a citare solo uno dei tanti pensieri di Benedetto XVI utili a smontare simili baggianate:
... solo Cristo è la strada verso la realizzazione dei desideri più profondi del cuore dell'uomo, ed Egli non ci salva a dispetto della nostra umanità, ma attraverso di essa”. 

-Apprezzo sempre la volontà di Olmi (vedi “Albero degli zoccoli”) nel ricordarci che viviamo in un'epoca dove il superfluo è diventato necessità, e sono per primo convinto che un dignitoso rigore sia una scuola di vita molto più efficace dell'attuale sfrenata opulenza tritatutto. Ma bisogna anche stare con gli occhi davanti al calendario. Dove si trovano, oggi, le ingenue ragazze con le gonne a fiori lunghe fino ai piedi che Olmi rappresenta? Purtroppo, nemmeno più in campagna. Anzi, posso affermare senza timore di essere smentito, che l'invasione dei mezzi di comunicazione di massa che non ha risparmiato alcun angolo dei nostri territori occidentali, ha fatto ben più danni nelle periferie, nelle campagne, nei sobborghi di provincia che all'interno delle città. Perché ha tolto quel velo di genuinità che esisteva, e ha costretto (soprattutto i giovani) all'emulazione di ciò che di peggio si vede in tivù, pena il distacco sociale. Questa emulazione avviene però con un bagaglio culturale ridotto, che sa fare meno i conti con l'oggettività delle cose ed è quindi più soggetto a manipolazioni esterne. Si salvano soltanto, guarda caso, i luoghi (parrocchie, scuole, oratori, associazioni) dove la fede è più viva, e questa aiuta a sviluppare una ragione critica più profonda nei confronti della vita e del vissuto. Mentre invece Olmi riduce la sincerità delle persone ad un bicchiere di vino in compagnia.


-Come possono qualificare positivamente un film delle frasi banali, oltre che false, come “un caffè in compagnia di un amico non vale tutti i libri del mondo”? Innanzitutto sembra la nuova pubblicità della Lavazza, e poi credo che esistano qualche migliaio di manoscritti sparsi per il mondo che per data di pubblicazione, importanza storica e stato di conservazione valgano più di 80 cent, seppure spesi con l'amico del cuore. Credo che nel sentire una frase del genere, San Benedetto ed i suoi amanuensi si saranno non poco rigirati nelle loro tombe, dopo tutta la fatica fatta per farci arrivare, attraverso i secoli, manoscritti contenenti un bagaglio culturale unico.

Un'altra banale frase degna di citazione ma non certo della grandezza del regista è “nel giorno del giudizio sarà Dio a dover dare conto di tutte le sofferenze del mondo”.

Diversi passaggi evangelici dimostrano chiaramente l'assurdità di questa frase. Innanzitutto Luca 13, 1-9, dove è palese come Dio non sia semplicemente un sadico e crudele burattinaio della storia, ma operi attraverso la storia stessa; ma soprattutto Marco 8, 33-38, dove ci viene ricordato che la via per la salvezza è solo la via dell'imitazione di Cristo, e quindi anche della sofferenza e della croce, vista come evento salvifico e non come pesante giogo, abbandonando perciò i criteri valutativi del mondo per fare nostri quelli di Dio Padre e della Sua volontà.

Concludo con le parole del regista a “Famiglia Cristiana”:

“Da sempre i più prepotenti dichiarano "Dio è con noi". Io sono contro qualsiasi forma di Chiesa che considera il Dogma più importante dell'uomo, sono per la libertà dell'uomo. Le religioni hanno portato l'umanità dentro dei baratri spaventosi. La religione può dare suggerimenti che qualche volta possono indirizzare le nostre idee, ma guai se questi diventano imposizioni... Spesso i libri sono una forma di soggezione che mortifica il nostro diritto di vivere liberamente. Sono convinto che si impari molto di più tra la gente che a scuola. C'è questa arroganza della cultura accademica per cui devi pensarla per forza in un certo modo e quei pochi studenti che si sono azzardati ad andare contro questa imposizione sono stati cacciati. La vera cultura è la possibilità di cambiare la cultura”.

Caro Olmi, se questi erano i suoi intenti, allora più che far interpretare a Raz Degan un seminarista fallito e sacerdote improvvisato, sarebbe stato meglio cucirgli addosso la parte di un professore milanese dell'università statale, frequentatore della moschea di viale Jenner, mancato imam, integralista e iscritto all'ucoii oltre che a rifondazione comunista. Avrebbe calzato a pennello con le sue parole, ma forse le avrebbe causato qualche problema in più e qualche spettatore in meno. Meglio parlare di religioni oppressive, di dogmi, di imposizioni, di pensiero dominante... “Sparando” sempre e solo sulla Chiesa Cattolica, che invece è l'unica religione che coniuga al meglio fede e ragione. Ma accanirsi sui preti e su Gesù non costa nulla e, specie al giorno d'oggi (vedi molti libri degli ultimi anni), garantisce anche un buon ritorno economico.

Complimenti Olmi. 7+ alla trovata commerciale, 6- al film.

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1 COMMENT

  1. credere rende ciechi , sempre.
    Mio caro Meroni , se il film di Olmi è costruito per fare breccia nei cuori dei credenti con la c minuscola, la tua recensione su di esso prova a fare piedino a molti Credenti con la c maiuscola e i puntini di sospensione sulla coscienza critica , i tuoi argomenti ricordano piuttosto delle controdeduzioni presentate ad un prefetto per una multa ingiusta , non ci spieghi cosa veramente non andrebbe nel film , e dirci che i preti sono dei ginnasti non ci colpisce , tanto quanto dire come Olmi che tutti i mali del nostro tempo provengano dal Clero e dalla sua visione della vita.

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