Olmi inchioda la Chiesa e strappa l’applauso

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Olmi inchioda la Chiesa e strappa l’applauso

Olmi inchioda la Chiesa e strappa l’applauso

04 Aprile 2007

Non sono mai stato né uno strenue sostenitore, né un
accanito detrattore di Ermanno Olmi come regista. Sono assolutamente visibili
in lui le caratteristiche del documentarista, occupazione con la quale ebbe
inizio la sua carriera, ed alla quale sembra intenzionato a tornare dopo
l’uscita del suo ultimo film. Questa sua origine, se da un lato gli permette di
offrire allo spettatore toccanti momenti sul versante della fotografia
(soprattutto paesaggi e primi piani), associati ad una regia rigorosa e
precisa, dall’altro ci priva dello spunto geniale, del “coup de theatre” che
avvince ed appassiona. Certo “L’albero degli zoccoli”, “La leggenda del santo
bevitore” ed “Il mestiere delle armi” restano comunque pellicole di tutto
rispetto, anche se non certo da annoverare fra gli “imperdibili”, almeno a mio
modesto parere.

Domenica scorsa ho colto da “Repubblica” un entusiasta
Eugenio Scalfari che chiosava: “Ieri a Roma è stato proiettato il film di
Olmi intitolato “Centochiodi”. Il regista non ha mai nascosto i suoi
sentimenti di cristiano e di cattolico; proprio per questo assume maggior
rilievo un film che denuncia la povertà spirituale di una Chiesa sempre più
lontana dai sentimenti di fratellanza dei “semplici” e dall’amore
verso il prossimo… un film di carattere religioso e con significati polemici
nei confronti d’una Chiesa che ragiona sempre più sulla base dei dogmi e dei
divieti. L’Episcopato italiano rifletta con serietà sulla via che ha
intrapreso, densa di rischi e di pericolose tentazioni”.

Essendo stati colpiti seppure indirettamente i miei tanti
amici preti, non potevo fare altro che andare a vedermi il film e farmi una mia
opinione. Per fortuna, uscito dalla sala, ho scongiurato il rischio di dovermi
trovare d’accordo per una sola volta nella vita con lo storico direttore di
“Repubblica”. Come spesso accade per i soliti noti, si vede solo quel che si
vuole (o fa comodo) vedere: uno ti può indicare la luna col dito, ed invece di
ammirare la luna e la sua grandezza, preferisce guardare solo il dito. Quindi,
guardando questo film dopo aver letto Scalfari, non saprei proprio su cosa
dovrebbe riflettere l’Episcopato italiano.

Ma veniamo al film. Novanta canonici minuti per raccontare
la storia di un affermato professore di filosofia, giovane, bello, amato dalle
donne, con auto di lusso e portafoglio ben rifornito che in crisi esistenziale
e nauseato dai troppi libri letti, molla tutto e si trasferisce in una capanna
di fortuna in riva al Po, stringendo amicizie con gli indigeni ed offrendo loro
delle spicce “parole di vita” con un Gesù (che nella Sua infinita bontà, si fa
mettere dappertutto come il prezzemolo, senza proferire parola…) sfumato
sullo sfondo. Una sorta di odierna conversione Francescana che attraverso la
spoliazione dai beni materiali sposa la causa dei poveri di spirito, semplici
ed indifesi. Direi un canovaccio piuttosto banale e sfruttabile, per soli
novanta minuti, strizzando l’occhio un po’ ai cattolici “adulti”, un po’ ai
fanatici dell’ ambientalismo e lasciando qualche briciola anche per no-global
ed espositori sul balcone di casa della bandiera dell’orgoglio gay, divenuta
chissà come bandiera della pace.

Ma ci sono alcuni elementi che stridono o che interferiscono
in modo stonato con la visione globale del progetto di Olmi, anche alla luce di
alcune sue dichiarazioni rilasciate a “Famiglia Cristiana”.

Mi piacerebbe porgere infatti al regista (ed a tutti quelli
che hanno eccessivamente incensato “centochiodi”) alcune domande:

-Perché l’atto di ribellione che dà origine alla conversione
del protagonista viene rappresentato con una insubordinazione proprio ad un
rappresentante del clero e non, ad esempio, al rettore dell’università? In
fondo il professore si ribella all’esasperato nozionismo dei libri e
contrappone ad essi l’insegnamento “della strada”, della vita dei semplici. Perché
fare in modo, senza peraltro dirlo mai esplicitamente, che appaia come se i
libri inchiodati siano per forza dei testi sacri o che abbiano a che fare con
la religione?

-Perché rappresentare il monsignore proprio con la classica
iconografia del sacerdote anziano, chiuso, calvo, con un occhio malmesso, un
po’ curvo sulle spalle, eccessivamente severo? Si tenta ancora di screditare il
clero con questa banale immagine sclerotizzata? Eppure, prima della malattia
che lo ha riportato dal Padre, Papa Wojtyla era un abile atleta, sciatore e
rocciatore, pur avendoci regalato delle encicliche preziose come gemme nel
campo della teologia e della filosofia. E nonostante che di preti anziani e
rompiscatole ce ne sia anche qualcuno, sono certo che la grande maggioranza dei
sacerdoti è esattamente agli antipodi rispetto al monsignore rappresentato da
Olmi. In merito invece al dominante pensiero che vede, bontà loro, una Chiesa
che ragiona solo in termini di dogmi e divieti, mi limito a citare solo uno dei
tanti pensieri di Benedetto XVI utili a smontare simili baggianate:
… solo Cristo è la strada verso la realizzazione dei desideri più
profondi del cuore dell’uomo, ed Egli non ci salva a dispetto della nostra
umanità, ma attraverso di essa”. 

-Apprezzo sempre la volontà di Olmi (vedi “Albero degli zoccoli”) nel
ricordarci che viviamo in un’epoca dove il superfluo è diventato necessità, e
sono per primo convinto che un dignitoso rigore sia una scuola di vita molto più
efficace dell’attuale sfrenata opulenza tritatutto. Ma bisogna anche stare con
gli occhi davanti al calendario. Dove si trovano, oggi, le ingenue ragazze con
le gonne a fiori lunghe fino ai piedi che Olmi rappresenta? Purtroppo, nemmeno
più in campagna. Anzi, posso affermare senza timore di essere smentito, che
l’invasione dei mezzi di comunicazione di massa che non ha risparmiato alcun
angolo dei nostri territori occidentali, ha fatto ben più danni nelle
periferie, nelle campagne, nei sobborghi di provincia che all’interno delle
città. Perché ha tolto quel velo di genuinità che esisteva, e ha costretto
(soprattutto i giovani) all’emulazione di ciò che di peggio si vede in tivù,
pena il distacco sociale. Questa emulazione avviene però con un bagaglio culturale
ridotto, che sa fare meno i conti con l’oggettività delle cose ed è quindi più
soggetto a manipolazioni esterne. Si salvano soltanto, guarda caso, i luoghi
(parrocchie, scuole, oratori, associazioni) dove la fede è più viva, e questa
aiuta a sviluppare una ragione critica più profonda nei confronti della vita e
del vissuto. Mentre invece Olmi riduce la sincerità delle persone ad un
bicchiere di vino in compagnia.

-Come possono qualificare positivamente un film delle frasi
banali, oltre che false, come “un caffè in compagnia di un amico non vale
tutti i libri del mondo”
? Innanzitutto sembra la nuova pubblicità della
Lavazza, e poi credo che esistano qualche migliaio di manoscritti sparsi per il
mondo che per data di pubblicazione, importanza storica e stato di
conservazione valgano più di 80 cent, seppure spesi con l’amico del cuore.
Credo che nel sentire una frase del genere, San Benedetto ed i suoi amanuensi
si saranno non poco rigirati nelle loro tombe, dopo tutta la fatica fatta per
farci arrivare, attraverso i secoli, manoscritti contenenti un bagaglio
culturale unico.

Un’altra banale frase degna di citazione ma non certo della
grandezza del regista è “nel giorno del giudizio sarà Dio a dover dare conto
di tutte le sofferenze del mondo”.

Diversi passaggi evangelici dimostrano chiaramente
l’assurdità di questa frase. Innanzitutto Luca 13, 1-9, dove è palese come Dio
non sia semplicemente un sadico e crudele burattinaio della storia, ma operi
attraverso la storia stessa; ma soprattutto Marco 8, 33-38, dove ci viene
ricordato che la via per la salvezza è solo la via dell’imitazione di Cristo, e
quindi anche della sofferenza e della croce, vista come evento salvifico e non
come pesante giogo, abbandonando perciò i criteri valutativi del mondo per fare
nostri quelli di Dio Padre e della Sua volontà.

Concludo con le parole del regista a “Famiglia Cristiana”:

“Da sempre i più prepotenti dichiarano “Dio è con
noi”. Io sono contro qualsiasi forma di Chiesa che considera il Dogma più
importante dell’uomo, sono per la libertà dell’uomo. Le religioni hanno portato
l’umanità dentro dei baratri spaventosi. La religione può dare suggerimenti che
qualche volta possono indirizzare le nostre idee, ma guai se questi diventano
imposizioni… Spesso i libri sono una forma di soggezione che mortifica
il nostro diritto di vivere liberamente. Sono convinto che si impari molto di
più tra la gente che a scuola. C’è questa arroganza della cultura accademica
per cui devi pensarla per forza in un certo modo e quei pochi studenti che si sono
azzardati ad andare contro questa imposizione sono stati cacciati. La vera
cultura è la possibilità di cambiare la cultura”.

Caro Olmi, se questi erano i suoi intenti, allora più che
far interpretare a Raz Degan un seminarista fallito e sacerdote improvvisato,
sarebbe stato meglio cucirgli addosso la parte di un professore milanese
dell’università statale, frequentatore della moschea di viale Jenner, mancato
imam, integralista e iscritto all’ucoii oltre che a rifondazione comunista.
Avrebbe calzato a pennello con le sue parole, ma forse le avrebbe causato
qualche problema in più e qualche spettatore in meno. Meglio parlare di
religioni oppressive, di dogmi, di imposizioni, di pensiero dominante… “Sparando”
sempre e solo sulla Chiesa Cattolica, che invece è l’unica religione che
coniuga al meglio fede e ragione. Ma accanirsi sui preti e su Gesù non costa
nulla e, specie al giorno d’oggi (vedi molti libri degli ultimi anni),
garantisce anche un buon ritorno economico.

Complimenti Olmi. 7+ alla trovata commerciale, 6- al film.