Operazioni militari: tutti i nomi sbagliati
20 Dicembre 2008
Dopo l’attribuzione del nomignolo “Strafexpedition” (spedizione punitiva) ad un’operazione austrotedesca nel Trentino durante la prima guerra mondiale, l’abitudine di assegnare un nome convenzionale a ciascuna operazione militare non si è più arrestata fino ai giorni nostri. Questa vicenda ci mostra numerosi esempi di nomi “sbagliati”. E’ emblematico il caso della progettata invasione dell’Inghilterra da parte tedesca nel novembre 1939. Dal nome dell’operazione “Sea Lion” (“Seeloewe” o Leone Marino), piuttosto banale e indicativo delle mire germaniche, l’intelligence inglese capì le intenzioni tedesche e il piano non venne mai attuato. Per far fallire un ottimo piano talvolta è sufficiente un nome sbagliato.
Un anno più tardi, fu Hitler in persona a scegliere il nome “Barbarossa” per l’operazione destinata ad invadere l’Unione sovietica. Inizialmente l’operazione doveva essere caratterizzata da un nome molto meno altisonante: semplicemente “Fritz”, nominativo scelto dal colonnello von Lossberg dal nome del figlio. Ma Fritz von Lossberg riuscì a passare alla storia solo perché il Fuhrer gli rubò il nome, quando, l’11 dicembre 1940, insistette per imporre all’operazione il nome del Barbarossa, l’imperatore germanico che sottomise gli Slavi. Una mossa poco prudente, perché una fuga di notizie avrebbe potuto rivelare, semplicemente dal nome convenzionale, le intenzioni tedesche.
Un altro nome che subì modifiche fu “Soapsuds” (bolle di sapone), dato al bombardamento dei campi petroliferi di Ploesti, in Romania, da parte americana il 1° agosto 1943. Fare “bolle di sapone” fu ritenuto troppo riduttivo e frivolo per un’operazione in cui molti piloti avrebbero potuto perdere la vita, e così Churchill, sempre molto sensibile agli aspetti mediatici delle operazioni, insistette con gli americani perché venisse scelto il nome “Tidal Wave”, ondata di marea.
Un accorgimento sempre valido è quello di evitare nomi che potrebbero venire smentiti. E invece l’operazione giapponese, nel dicembre 1944, volta a contrastare gli sbarchi americani nel golfo di Leyte, nelle Filippine, fu chiamata “Vittoria”, ma non fu sufficiente questo nome per vincere. E’ sempre bene evitare nomi che implichino un autoincensamento o che tradiscano troppa fiducia in se stessi.
Nella guerra di Corea, le offensive americane da febbraio ad aprile del 1951 ebbero tutte nomi altisonanti scelti dal generale Ridgeway allo scopo di ridare slancio operativo alla demoralizzata 8^ armata. Le offensive riuscirono a ricacciare i Cinesi oltre il 38° parallelo, ma non furono poche le polemiche scatenate negli USA a causa della scelta di nomi ritenuti inopportuni dai mass media e dall’opinione pubblica, come “Killer” (assassino) e “Ripper” (squartatore). Erano i sintomi dello scricchiolio del fronte interno, che gli USA avrebbero conosciuto più tardi, durante la guerra del Vietnam.
Eppure anche durante il conflitto vietnamita gli americani ricaddero nel medesimo errore, e scelsero altri nomi che innescarono polemiche interne: come “Rolling Thunder”, nome dato all’escalation dei bombardamenti strategici fra il 1965 e il 1973 (otto milioni di tonnellate di esplosivo, il triplo di quello sganciato in tutta la seconda guerra mondiale, alla media di 300 tonnellate di esplosivo per ciascun singolo abitante vietnamita), come l’operazione “Masher” (tritacarne) dato all’offensiva di Bong Son nel gennaio 1966 o come l’operazione “Niagara”, nome scelto dal Generale Westmoreland per sottolineare la potenza di fuoco dell’artiglieria impiegata per liberare la guarnigione di Khe Sanh circondata da 20.000 vietcong nel 1968.
Curioso anche il caso della detronizzazione, da parte americana nel 1989, del dittatore panamense Antonio Noriega accusato di arricchirsi col narcotraffico. Tutto era pronto per l’azione, denominata “Blue Spoon” (cucchiaio blu) quando un Ufficiale americano protestò con i suoi superiori, esclamando: “Non è possibile! Ma quando sarò vecchio, cosa racconterò al mio nipotino, che sono un eroe del “Cucchiaio Blu?” Evidentemente la protesta non sembrò insensata, perché all’operazione venne immediatamente assegnato un altro nome, più significativo: “Just Action”, poi cambiato in quello definitivo di “Just Cause”.
Due anni più tardi, nel 1991, gli USA inviarono aiuti umanitari alle popolazioni del Bangladesh colpite da disastrose alluvioni. Il nome dell’operazione, denominata in modo banale e poco orecchiabile “Productive Effort”, durò non più di un giorno. Quando i Marines giunsero dal mare e dal cielo portando cibo e generi di prima necessità, la gente esclamò: “Ma sono angeli!” e l’operazione mutò immediatamente nome, assumendo quello di “Sea Angel”, più immediato e più accattivante. E fu una vera fortuna, perché raramente fu coniato un nome più banale di “Productive Effort”, perchè tutte le operazioni sono sforzi, e tutti devono essere produttivi.
Uno degli esempi più recenti di “aggiustamento in corsa” è stato quello del rovesciamento del regime talebano in Afghanistan all’indomani dell’11 settembre 2001. Inizialmente denominata “Infinite Justice”, giustizia infinita”, ci si rese conto che l’unica giustizia infinita non è quella degli uomini ma quella di Dio, e l’operazione mutò ben presto il nome in “Enduring Freedom”, libertà duratura.
Lo scopo di “non rendere l’idea”, celando al nemico le nostre vere intenzioni, era valido durante la guerra fredda o durante le guerre di tipo convenzionale. Oggigiorno, invece, in tempi di mantenimento o imposizione della pace, gestione delle crisi, cooperazione civile-militare, ricostruzione e stabilizzazione, operazioni umanitarie, lo scopo principale del nominativo convenzionale è quello di risultare gradito all’opinione pubblica. Ecco perché oggi i nominativi delle operazioni devono essere selezionati attentamente, esaminati ed approvati al massimo livello in ossequio a precise strategie comunicative, e non certo adottati in base ad impulsi momentanei. Nel 1990, ad esempio, l’attribuzione del nome allo schieramento delle truppe USA nel Golfo dopo l’invasione irachena del Kuwait incontrò maggiori difficoltà dello schieramento stesso. Inizialmente il generale Norman Schwarzkopf consultò attentamente un elenco di tre pagine di nomi e scelse “Peninsula Shield”, ma il nome venne rifiutato dal Pentagono. Ripiegò allora su “Crescent Shield” ma anche questo venne rifiutato. Solo al terzo tentativo venne approvato il nome giusto: “Desert Shield”. In effetti si trattava di un nome fortunato, che registrò un elevato indice di gradimento nelle opinioni pubbliche e presso i mass media.
Un altro utile accorgimento è quello di non avere fretta: è conveniente informarsi bene sull’origine del nome scelto. Scopriremo allora che Altea, ad esempio, era un personaggio minore della mitologia greca, una zia di Castore e Polluce che morì suicida a causa di una serie di tragedie familiari. E allora, siamo proprio sicuri che “Altea” sia stato il nome giusto da dare all’operazione con cui l’Unione Europea ha sostituito la NATO in Bosnia Erzegovina a partire dalla fine del 2004?
E a proposito di operazioni europee condotte nell’ambito della PESD, l’ultima in ordine di tempo è quella con cui l’Europa contrasta gli atti di pirateria al largo del Corno d’Africa. A quell’operazione navale è stato imposto il nome di “Atalanta”. Chi era costei? Una ninfa abbandonata dal padre perché ebbe, secondo il meschino genitore, la disgrazia di essere nata femmina. Successivamente, cresciuta forte e robusta, divenne praticamente imbattibile nella corsa e fu riadottata dal padre. Un bel giorno Atalanta promise di sposarsi solo con chi l’avesse battuta in una gara di corsa. La posta era altissima: ciascun pretendente che non ne fosse uscito vincitore, sarebbe stato ucciso. Nessuno riuscì a batterla finché non arrivò un certo Melanione che, profondamente innamorato, prima di cimentarsi nella rischiosissima impresa chiese aiuto ad Afrodite. La dea diede allora a Melanione tre mele d’oro tratte dal giardino delle Esperidi ed egli, seguendo il consiglio di Afrodite, durante la corsa le fece cadere una ad una. Atalanta ne risultò irresistibilmente attratta e si fermò ogni volta a raccoglierle, perdendo così terreno prezioso e, infine, la stessa gara.
Ora le navi europee dell’operazione “Atalanta” inseguono al largo del Corno d’Africa le navi pirate. C’è da sperare che quest’ultime non buttino a mare il bottino.
