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Ora e sempre terrorismo contro Israele

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Veramente qualcosa è cambiato nei territori palestinesi da quando è stato formato il nuovo governo di unità nazionale composto da membri del movimento terroristico di Hamas e quelli del movimento guerrigliero di Fatah? E’ giustificato tanto entusiasmo europeo e italo-dalemiano nel voler riprendere i rapporti diplomatici con questi signori? Guardiamoci nelle palle degli occhi e non prendiamoci in giro: basta leggere le tante dichiarazioni ufficiali di esponenti di Hamas pronunciate in tv nei mesi di marzo e aprile 2007 per rendersi conto che non è cambiato un bel niente e che il motto di questa gente è sempre lo stesso: “Ora e sempre terrorismo contro lo Stato ebraico che non ha alcun diritto ad esistere”.

Il 19 marzo ha iniziato proprio l’attuale capo di governo, Ismail Haniyeh, che già era stato in quel ruolo nel governo di Hamas poi fatto cadere da Abu Mazen, ad aprire le ostilità. In un’intervista al giornale russo Novsimaya Gazeta aveva testualmente affermato che “Israele non ha alcuna intenzione di fermare l’aggressione contro i palestinesi, omicidi, arresti di massa e distruzione di case ancora continuano. Israele attacca tutti i nostri diritti legittimi, pertanto il governo afferma che tutti i metodi di resistenza a questa situazione sono giusti per il nostro popolo”. Lo stesso Haniyeh si ripete a distanza di pochi giorni. Il 28 marzo, in un’intervista concessa in contemporanea alla Reuters e alla tv palestinese, minaccia che “se i palestinesi non vedranno entro breve tempo finire l’assedio israeliano e se non vedranno i soldi tornare ad affluire nelle casse dello stato per pagare gli stipendi e i salari, allora sia il governo sia il popolo prenderà delle decisioni per proteggere l’onore, gli interessi e il sentimento della nostra nazione”. Stessa solfa due giorni dopo, sempre targata Haniyeh in altra analoga intervista a Ramtan Tv.

Cosa intendessero dire questi oscuri avvertimenti lo precisa però meglio Khaled Meshaal, il capo terrorista che vive in esilio in Siria, in ben quattro dichiarazioni rilasciate tra il 26 marzo e il 6 aprile rispettivamente al giornale algerino Al Shuruk al Yawmi (l’alba del giorno), a Pal Media Falastin alan, sito internet, alla tv al Aqsa e ad al Jazeera. La prima dichiarazione precede il famoso summit arabo sponsorizzato dai sauditi e ha il sapore di un ultimatum: “E’ tempo che gli arabi concordino una strategia, noi non possiamo essere d’accordo su altre concessioni, non ci saranno compromessi su Gerusalemme sulla moschea di Al Aqsa e sul diritto al ritorno. Nessuna delle carte che implicano la violenza è perduta, noi dobbiamo continuare con la resistenza in Palestina, quel metodo non è mai morto”. Al sito internet “Pal Media” Meshaal, invece, dichiara esplicitamente che gli scopi strategici di Hamas iniziano con la resistenza alla quale non si derogherà mai: “Qualsiasi discorso circa un possibile abbandono della resistenza in cambio della nostra presenza nel governo di unità nazionale si rivela una scommessa perdente. Qualunque discorso sul ritiro da azioni militari non è dovuto a decisioni politiche ma strategiche, la resistenza arriva ad ondate, attacca, si ritira, attacca di nuovo...”. Il 29 marzo Meshal parla con la tv al Aqsa in Algeria dove si trova per la conferenza su Gerusalemme: “Ci sono segni di risveglio degli arabi dal loro lungo sonno, la resistenza nazionale araba e islamica ha mostrato le proprie potenzialità, ha avuto successo nel non arretramento in Palestina, Iraq e Libano. In Palestina il successo è stato parziale, in Libano conclamato e in Iraq noi preghiamo per il successo della resistenza”. Infine, Meshaal ha parlato disseppellendo l’ascia di guerra anche al grottesco terzo rally automobilistico per commemorare l’uccisione dello sceicco Ahmed Yassin da parte dell’esercito israeliano, stavolta di fronte ai microfoni di Al Jazeera. “Il movimento di Hamas – ha detto Meshaal – ha sacrificato Yayhaia Ayyash, Jamal Mansur, Salah Shehadah e altri (terroristi suicidi, ndr), abbiamo sacrificato tutti questi uomini ma non siamo mai arretrati dal nostro disegno. Noi non concederemo mai un dito della nostra patria, continueremo con la strada della resistenza, che non è una linea retta ma implica sangue, distruzione, battaglie, esplosioni di martiri, attacchi e ritirate in continuazione. Hamas sarà sempre forte nella jihad e nelle azioni di martirio dei propri esponenti”.

E per dimostrare che queste dichiarazioni sono tutti concordate con gli esponenti di Hamas che siedono nell’attuale governo di coalizione, proprio Haniyeh il 2 aprile confermava al giornale saudita al Jazeera (che si chiama come la omonima tv del Qatar, ndr) che “l’opzione di riconoscere Israele è fuori discussione”. Cosa confermata dall’ex ministro degli Esteri Mahmud al Zahar al giornale giordano al Sabeel (la strada) con una dichiarazione che giudicava un errore anche i negoziati e gli accordi di Oslo fatti da Arafat. Lo stesso al Zahar, che è tuttora un membro molto influente del politburo di Hamas, aveva detto nove giorni prima alla tv Al Aqsa che “Hamas differenzia tra gli scopi e i metodi. La Palestina storica è lo scopo, la negoziazione è il metodo”.E la Palestina storica è quella che comprende anche lo stato di Israele. Per cui, a dispetto dei desiderata europei, questa è la situazione, ben riassunta nel sermone di odio recitato il 30 marzo nella moschea di Al Aqsa, Gerusalemme, da Ismail Radwan, già portavoce di Hamas: “Il giorno del giudizio verrà quando i musulmani uccideranno gli ebrei”. E poi, a proposito delle conferenze internazionali tanto care a D’Alema e compagni, ha esplicitato questo suo pensiero in cui si riconosce l’influenza, oltre che dell’ideologia jihadista anche quella del libretto rosso di Mao Tse Tung: “Al Aqsa non sarà liberata da conferenze, decisioni internazionali o negoziati, ma solo dai fucili perché l’occupazione si combatte con la forza che è l’unica cosa che teme e riconosce, e l’onore si riconquista solo con la jihad come fu predetto anche da Allah nel Corano”. E’ con questa gente dalla lingua biforcuta che dice di credere solo nella lotta armata che l’Europa vuole costringere Israele ad avere rapporti amichevoli?

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