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La risposta agli attacchi informatici

Ora Google deve scegliere se accettare la censura o boicottare la Cina

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Google minaccia di chiudere i suoi uffici in Cina dopo aver scoperto che nel dicembre scorso degli hacker si sono introdotti nel suo sistema informatico. L’attacco, definito “altamente sofisticato”, non sarebbe stato un atto isolato ma avrebbe riguardato almeno altre venti società che lavorano in ambiti differenti (Internet, finanza, media, tecnologia, chimica), tra cui Adobe.

In un comunicato apparso l’11 gennaio scorso, David Drummond, il responsabile giuridico di Google, ha spiegato che il gruppo ha rilevato “un attacco sofisticato e mirato alle sue infrastrutture d’impresa proveniente dalla Cina, che ha condotto a una violazione della proprietà intellettuale. Abbiamo le prove che l’obiettivo principale di quest’attacco era di accedere ai servizi di ricezione di posta elettronica forniti da Google e appartenenti a dei militanti cinesi per i diritti umani”. Ieri il gruppo di Mountain View ha precisato di aver messo sul chi vive le altre società coinvolte dagli attacchi dei pirati informatici e che sta lavorando con le autorità americane per sbrogliare la intricata matassa virtuale. Google ha anche avvertito che interromperà le restrizioni all’accesso ad alcuni siti web che erano state imposte dal governo di Pechino al motore di ricerca. Già da ieri, cercando su google.cn, è possibile trovare le foto a lungo censurate del Dalai Lama o di Piazza Tienanmen nel 1989.

Al momento della nascita della versione cinese di "Google Cina", nel 2006, la società americana aveva accettato le regole di censura imposte dal governo di Pechino. Ora intende superare questo stato di cose aprendo dei negoziati con Pechino e minaccia di chiudere Google.cn in caso di fallimento delle trattative. Drummond afferma che “questi attacchi, e la sorveglianza che rivelano – come anche i tentativi dell’anno scorso destinati a limitare la libertà di espressione sul Web – hanno condotto a ripensare la fattibilità delle nostre attività in Cina”. La società americana spiega di aver deciso di rendere pubbliche queste informazioni per aprire un dibattito sulla libertà di espressione. Secondo Drummond la scelta fatta nel 2006 di accettare la censura sarebbe stata giustificata dal beneficio che un maggiore “accesso” a Internet avrebbero apportato alla popolazione.

Intanto la questione prende una valenza politica. Gli Stati Uniti hanno chiesto delle spiegazioni alla Cina. “Google ci ha informato di queste accuse, che sollevano forte preoccupazione”, ha dichiarato il segretario di Stato, Hillary Clinton, “ora aspettiamo una spiegazione dal governo cinese”. Ma i leader della Repubblica popolare restano cauti. L’agenzia ufficiale Nuova Cina, citando un rappresentante del governo, afferma che “le autorità cinesi cercano di saperne di più sulle intenzioni di Google di lasciare il paese”. Le rendite cinesi di Google sono stimate intorno ai 600 milioni di dollari all’anno, una piccola parte rispetto ai 22 miliardi di fatturato totale, ma nonostante Google non sia riuscito ad imporsi in Cina com’è avvenuto in altri Paesi il gruppo è attualmente in una fase di crescita. Nell’ultimo trimestre del 2009 il mercato cinese di Google è passata dal 31% al 35,6%, guadagnando punti nei confronti del leader locale Baidu, che attualmente ricopre il 63.9% del mercato.

Google ha sempre avuto una posizione ambigua in Cina: da una parte si è rifiutato di collaborare con il governo cinese fornendo gli indirizzi IP dei dissidenti che utilizzano la rete per protestare e diffondere notizie sgradite al governo, e dall’altra si è sottomesso alle richieste del governo cinese di censurare alcuni siti web giudicati di carattere pornografico o politicamente scorretto. Se davvero dovesse abbandonare il Paese con il maggior numero di internauti al mondo, Google perderebbe certamente un mercato con forti potenziali di crescita ma si rifarebbe una verginità come difensore della libertà di espressione, obbligando le altre società come Yahoo e Microsoft a prendere una posizione. Al momento sembra improbabile che il governo cinese limiti la censura imposta a Google.
 

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