Home News Ora il compito del Governo è far ripartire i consumi

Luna di miele

Ora il compito del Governo è far ripartire i consumi

3
4

Anche di fronte alla crisi finanziaria mondiale e al terremoto delle Borse  resta alto il consenso degli italiani nei confronti di Silvio Berlusconi. Il premier ha prima pronunciato parole rassicuranti per tutti i risparmiatori angosciati dal timore di vedere sparire i propri soldi («Nessuno perderà un euro», ha detto); poi ha sancito questo impegno con le misure adottate l’8 ottobre dal governo che prevedono la possibilità per lo Stato di intervenire per ricapitalizzare le banche in difficoltà patrimoniali e il cui fallimento possa rappresentare un rischio per i risparmi dei cittadini. Un intervento che, come ha ricordato Salvatore Rebecchini sull’ Occidentale di ieri, è stato inserito nel pacchetto di misure approvato dai quindici Paesi dell’Eurozona (e varato ieri dai singoli governi) a testimonianza della corretta e tempestiva azione dell’esecutivo italiano di fronte all’emergenza sui mercati.

Alla fine, quindi, si è deciso di sostenere gli istituti finanziari con l’intervento pubblico. Ma aiutare le banche in difficoltà non basta. Alla base del crack finanziario, infatti, c’è il crack della domanda e dei consumi. Dietro la crisi dei mutui subprime c’è una miriade di americani che non ce la fa a pagare le rate per i soldi presi in prestito. Non ce la fanno perché il loro reddito è basso, oppure perché un reddito non ce l’hanno per niente. È vero, le banche avrebbero dovuto chiedere più garanzie a queste persone ed essere meno generose nel concedere denaro a soggetti a rischio di solvibilità. Ma ormai il danno è fatto e la finanza ne ha amplificato gli effetti attraverso la cartolarizzazione dei debiti e la creazione di titoli finanziari che oggi vengono definiti «tossici». 

Berlusconi ora deve affrontare di petto la vera causa della crisi: la caduta della domanda. Non è un caso che il Cavaliere qualche giorno fa abbia detto: «Adesso diminuiremo le tasse», perché solo attraverso il sostegno al reddito dei lavoratori il circolo virtuoso produzione-consumi-investimenti può tornare a funzionare. Le imprese possono produrre quanto vogliono, ma se nessuno compra resta la triste prospettiva di magazzini pieni di merci invendute. A poco servirà, quindi, la detassazione degli straordinari (decisa a giugno dal governo in via sperimentale) in un contesto dove non serve lavorare di più per produrre di più.

Bisogna intervenire per far ripartire i consumi. Ma come? Innanzitutto il governo dovrebbe avere il coraggio di portare avanti una misura contenuta nel programma elettorale del Pdl e cioè detassare le prossime tredicesime. Si tratta di un intervento quanto mai adeguato per attenuare l’effetto recessione. I vincoli europei di bilancio pubblico questa volta non devono essere di intralcio, così come è accaduto al momento di siglare il piano di sostegno pubblico alle banche da parte dei governi europei. La copertura del provvedimento sulle tredicesime andrà ricercata più avanti. Ora è necessario agire con determinazione. In sintesi: meno tasse sul lavoro dipendente e sui pensionati per fronteggiare l’insolvenza dei consumatori. 

In tempi di autocritica del liberismo selvaggio e del capitalismo finanziario, anche le imprese dovrebbero riflettere sui propri errori e su cosa fare per contribuire al rilancio in un’ottica di sistema. Il governo potrebbe anche in questo caso indicare la giusta via bloccando l’utilizzo distorto delle forme contrattuali previste dalla legge Biagi che ha alimentato un preoccupante processo di precarizzazione dei lavoratori, soprattutto dei giovani. La flessibilità è necessaria per fronteggiare la concorrenza e i contratti a termine sono utili agli imprenditori per poter scegliere i propri dipendenti senza costrizioni che scattino dal primo minuto in cui il nuovo assunto entra in azienda. Ma i collaboratori efficienti, una volta individuati, non possono essere tenuti sulle spine con contratti rinnovati all’infinito.

Un lavoro stabile è alla base delle scelte di consumo e degli investimenti futuri, primo fra tutti quello della casa. Le banche italiane prima di concedere un mutuo chiedono mille garanzie e prima di tutto vogliono sapere se il lavoratore dipendente ha un contratto a tempo indeterminato. Altrimenti serve la firma di un garante, spesso un genitore. Ecco quali sono i due desolanti scenari del precariato: da una parte c’è l’incubo dei subprime, dall’altra un esercito di bamboccioni. E intanto la recessione avanza.

 

  •  
  •  

3 COMMENTS

  1. Tempi di autocritica
    Un tempo socialista /
    e ultracapitalista /
    poi oligopolista /
    se non monopolista /
    Scommetti che il Berlusca /
    ci muore comunista?

  2. Ripetere l’errore non rappresenta una soluzione
    Sembra davvero di essere tornati agli anni ’70: nazionalizzazioni e stimoli fiscali; manca soltanto una svalutazione competitiva, ma la si annusa dietro l’angolo, esplicita o implicita.
    Sappiamo dove siamo andati a finire, abbastanza rapidamente. Dobbiamo proprio riprovarci? oppure anche la cecità ideologica di quegli anni è tornata di moda, compreso il vezzo di accusare il “capitalismo”, pardon “mercatismo” per qualsiasi colpa, comprese le molte per cui i politici dovrebbero guardarsi allo specchio?

  3. REDISTRIBUZIONE delle sicurezze
    Precariato come fonte di contrazione della domanda interna, dice Lombardo. La gran parte di queste persone, però, se non fossero state assunte con contratti flessibili, semplicemente non sarebbero state assunte e sarebbero rimaste disoccupate e senza alcun reddito. O sarebbero lavoratori al nero (niente diritti del tutto). Nel comparto pubblico non sarebbero mai entrate, ne’ per un mese ne’ per un anno. Quale domanda di beni e di consumi avrebbero sostenuto?
    Fino a che non ci sarà più flessibilità anche in uscita, avremo sempre un mercato del lavoro anomalo, con i superprotetti da una parte e tutti gli altri fuori: bisogna re-distribuire le sicurezze tra tutti, equilibrando la flessibilità in entrata con una ragionevole flessibilità in uscita. Anche nel comparto pubblico: enti e ministeri non dovrebbero più ricevere risorse a fronte di “fabbisogni” basati sulle richieste (vedi i Piani triennali – autoreferenziali – che vengono redatti in base al numero di dipendenti da mantenere). Le risorse assegnate alle istituzioni pubbliche dovrebbero invece essere proporzionate ai risultati utili prodotti, a prescindere dalla spesa storica e dagli sprechi. I risparmi realizzati, allora, potrebbero sostenere misure favorevoli all’incremento del potere di acquisto delle famiglie.

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here