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Una occasione da cogliere

“Ora tocca all’Occidente credere alla democrazia nel mondo arabo”

Un quarto di secolo dopo la sua liberazione dall'Unione Sovietica e la fine del comunismo, Natan Sharansky commenta “l’ancor più puro” anelito di democrazia che sta fiorendo in Medio Oriente. Pubblichiamo la seconda puntata della lunga intervista concessa al Jerusalem Post.

(...) Questo doppio pensiero – avere paura, e avere il desiderio di non averne più – è esattamente quel che stiamo vedendo in Medio Oriente. Chiunque vuole essere libero, per di più in Unione sovietica c’erano un gran numero di nazionalità e di fedi che erano state quasi del tutto cancellate, la cui gente viveva sottomessa. Quel che sta accadendo in Tunisia e in Egitto, in questo senso, è un fenomeno che non presenta tali impurità. In Tunisia non vi è alcuna nazionalità oppressa. E non c’è alcun conflitto tra laici e islamici. La gente non è scesa in strada per questioni del genere; semplicemente, si è resa conto che si presentava l’occasione per farla finita con la dittatura, e questo era proprio ciò che voleva. Questi avvenimenti hanno mostrato agli egiziani che anche per loro era il giunto il momento di scendere in strada, per porre fine alla paura. Adesso, in Egitto, c’è chi dice che ci sono problemi con i copti, e tutti dicono che ci sono problemi con i palestinesi e con gli israeliani [e sarebbe questo a provocare le proteste di piazza]. Ma quelli che hanno manifestato non lo hanno fatto per i diritti dei copti, né per il conflitto israeliano-palestinese. Quello che li ha portati in piazza è stata la volontà di non vivere più in una società dove regna la paura, una società in cui chi si opponeva a Hosni Mubarak finiva in prigione. Sono scese in piazza persone come il mio amico Saad Eddin [attivista per i diritti umani], che dieci anni finì in carcere dopo aver detto in pubblico che il figlio di Mubarak sarebbe subentrato al padre al vertice del paese; e sarebbe ancora in galera non fosse stato per l’intervento [dell’Occidente, e in particolare] del presidente George W. Bush. I dissidenti sono sempre pochi. Ma quando la gente smette di avere paura, diventano milioni.

Esattamente, cosa vuole la gente che manifesta in Egitto?

Quando hai un governo che non cambia, che non è veramente democratico, la gente può avere da lamentarsi. E quando lo fa, viene punita. E’ una cosa che non fa piacere. Bisogna vivere mantenendo un rigido autocontrollo, stando attenti a quel che si dice per timore di essere puniti. Cinque anni fa, in Egitto, un giornalista venne preso, portato fuori dalla città e lasciato nudo per strada con l’avviso di non scrivere mai più articoli contro Mubarak. Ancora, Saad Eddin Ibrahim dichiarò in pubblico che le elezioni non avevano importanza, perché tanto il successore di Mubarak sarebbe stato il figlio. Venne arrestato il giorno dopo. Questo è quello che accadeva su un piano elevato. Ciò significa che, più in basso, la gente doveva controllarsi di continuo, doveva pesare continuamente quello che era meglio dire o non dire. E’ una vita assai scomoda. Se puoi liberarti di tutto ciò senza rischiare la vita, provi a farlo.

Ed è quello che stanno facendo gli egiziani adesso?

Sì. Ed è anche la teoria di cui parlo nel mio libro, The Case for Democracy: in ogni tirannia, più a lungo questa si protrae, più è alto il numero di fedeli che si trasforma in “pensatori doppi”. E’ per questo che dico, da tempo, che l’Iran è maturo per la rivoluzione sociale. L’Iran è l’unico esempio, attualmente, in cui nello spazio di una generazione quasi tutti i fedeli al regime sono diventati “pensatori doppi”. C’è un momento critico, detto rivoluzione. Quando si verifica? Quando all’improvviso grandi masse di doppi pensatori – non uno, non due – esternano il loro dissenso. E’ come l’acqua che bolle quando raggiunge i cento gradi. Ora, se quel momento non viene colto, svanisce prestissimo. E’ quel che è accaduto in Iran [quando la gente scese in piazza ma si disperse dopo le elezioni del 2009]. Alcuni di loro – organizzazioni studentesche, sindacati dei lavoratori – si sentirono pronti per salire sulle barricate. Milioni di altre persone aspettavano, collegate a Facebook e a Internet. Ma poi il leader del mondo libero disse che, per gli Stati Uniti, trattare con il regime era più importante che cambiare quel regime. E, all’istante, tutto crollò.

Gli iraniani vennero piantati in asso dal presidente degli Stati Uniti nel momento decisivo?

Oh, sì. E lo dissi ai suoi più stretti consiglieri, dissi loro che non riuscivo a comprendere come un presidente degli Stati Uniti potesse fare un discorso del genere. Comunque, il suo discorso per il primo anniversario della rivoluzione è stato magnifico. Ma è arrivato un anno troppo tardi. Perché adesso, prendere questi doppi pensatori e farli ridiventare dissidenti un’altra volta… loro ci sono sempre, ma adesso c’è bisogno di una sollecitazione ancora più forte. Più è crudele la dittatura, più difficile è uscirne. In Tunisia, è arrivato un momento in cui la dittatura era debole e la gente si sentiva in grado di sfidarla. Tutto ciò ha senz’altro influito sull’Egitto. Il dissenso era grande, e Mubarak appariva debole, per la salute e per altre cose. E loro si sono fatti avanti.

E adesso, dopo più di due settimane? Il presidente degli Stati Uniti si sta comportando nel modo giusto?

Si sta portando molto meglio. Anche se è molto facile fare meglio del malissimo che fece in Iran. Mi trovavo negli Stati Uniti durante i primi giorni della protesta in Egitto, e [il vicepresidente] Biden disse che, ovviamente, Mubarak non era un dittatore. Mio Dio!, pensai. Milioni di persone sono scese in piazza per gridare che Mubarak è un dittatore, e i capi dell’America dicono il contrario? Però il giorno dopo dev’essere accaduto qualcosa alla Casa Bianca. Hillary Clinton rilasciò una dichiarazione più appropriata, e il presidente Obama disse le cose giuste.

La “cosa giusta” essendo che il popolo dell’Egitto deve poter scegliere il proprio futuro?

Sì. Adesso il passo fondamentale, che non è ancora stato fatto ma che può essere fatto, è stabilire un legame. Il mondo libero è stato fortunato, per due motivi. Primo, quanto sta accadendo in Egitto accade in un momento in cui la fratellanza musulmana non è ancora abbastanza forte [per prendere il potere]. Più lunga è la dittatura, più a lungo il mondo libero aiuta nella distruzione del dissenso, più forte sarà la fratellanza musulmana. A Praga, nel 2007 [a un meeting internazionale di dissidenti organizzato da Sharansky], Saad Eddin Ibrahim chiese al presidente Bush: perché appoggia Mubarak? Bush rispose: perché altrimenti al governo ci sarebbe la fratellanza musulmana. Eddin rispose: lei è in errore, perché se l’unica scelta che lei lascia agli egiziani è tra Mubarak e la fratellanza musulmana, loro sceglieranno la fratellanza. Dieci anni fa, la fratellanza musulmana godeva in Egitto dei favori del 10 per cento della popolazione. Oggi dicono che sono tra il 25 e il 30 per cento. Chissà dove sarebbero tra dieci anni, se le cose non cambiassero. La gente non è felice. La sola alternativa all’infelicità è stata la fratellanza musulmana. Il mondo libero ha aiutato a distruggere ogni alternativa democratica.
Quindi è un bene che tutto ciò stia accadendo ora. Secondo, è un bene che ciò stia accadendo in un paese secondo solo a Israele negli aiuti che riceve dagli Stati Uniti. L’America ha un’enorme influenza, tantissimi legami con qualunque futuro leader egiziano. Chiunque sarà, per risolvere i problemi del paese dovrà dipendere in larga misura sul mondo libero. Non andrà in Iran a chiedere aiuto. Se il mondo libero fa capire chiaramente che il suo aiuto è legato alle riforme democratiche, esiste una concreta possibilità di costruire qualcosa di buono. Questo [insostenibile] patto tra il mondo libero e una masnada di dittatori che si facevano belli dei loro sforzi per il mantenimento della stabilità mondiale, non è stato spezzato dal mondo libero. E’ stato spezzato dalla gente che è scesa per le strade. Dobbiamo seguirla, cogliere l’opportunità che ci viene offerta. L’America non se la lascerà sfuggire.
Abbiamo visto una Casa Bianca che rapidamente, per lo sconcerto di qualcuno qui in Israele, ha abbandonato il suo alleato Mubarak e ha anche incoraggiato la partecipazione della fratellanza musulmana al processo di transizione.

L’America è nel giusto?

L’America ha visto giusto nel considerare Mubarak un alleato assai problematico, che sul lungo periodo non avrebbe potuto essere di alcun aiuto. E’ così per ogni dittatore. Arriverà il momento in cui l’America lo riconoscerà anche per l’Arabia saudita. Si tratta del caso più complicato, anche tra quei presidenti che hanno capito…

Come George Bush.

Bush è andato più avanti di chiunque altro nell’agenda della libertà. E’ stato grande. Per lui era un’idea in cui credere per davvero. Il punto su cui eravamo in disaccordo – sebbene lui abbia consigliato a chiunque di leggere il mio libro – è sulle elezioni. [Contrariamente a quanto crede Bush] libertà e democrazia non significano necessariamente elezioni. La democrazia si compone tanto di elezioni quanto di libere istituzioni. Bisogna che ci siano libere istituzioni. Bush precipitò le elezioni [per il parlamento palestinese, nel 2006]. Forzò Israele ad accettare Hamas come parte del processo democratico. Non dovevamo farlo, perché Hamas nega il nostro diritto di esistere. Fu una scelta chiaramente antidemocratica. Bush spinse per le elezioni quando l’unica scelta per i palestinesi era tra i thugs torturatori di Yasser Arafat, che noi appoggiavamo, e i terroristi di Hamas che li difendevano. Votarono per Hamas, la negazione della democrazia. Fu questo l’errore [di Bush]. Con l’amministrazione Obama, il rischio non è tanto quello di appoggiare una qualunque leadership purché promuova riforme democratiche; il rischio è quello di scendere a trattative con chiunque. Tratteremmo con questi soggetti, chiunque esca vincitore dal voto, e li faremmo parte integrante del processo politico. E’ proprio in questo modo che Hezbollah, in Libano, passo dopo passo, è diventata una controparte [apparentemente] legittima. Il giorno delle elezioni per l’Autorità palestinese mi trovavo alla Casa Bianca. Dissi: questa è la vostra ultima opportunità. Entro 24 ore, i risultati del voto sarebbero stati resi pubblici. Bisogna dire che i risultati di quell’elezione non avevano nulla a che fare con la democrazia. Altrimenti il mondo potrebbe dire: benissimo, allora è questa la democrazia di Bush: Hamas. Mi risposero dandomi spiegazioni: imporremo alcune condizioni, non saranno la maggioranza nel governo, eccetera.

Vorresti spiegare meglio perché le elezioni da sole non significano democrazia, e perché è necessario celebrarle in una società libera?

Una società libera significa che esistono istituzioni che garantiscono a ogni individuo la possibilità di scegliere tra diversi modi di vita, e che questa scelta non li metterà in pericolo. Nella società palestinese, per esempio, hanno avuto l’occupazione israeliana, poi Arafat, che ha trasformato la Palestina in una sorta di contea governata dalla Mafia, dove la gente doveva pagare per avere il suo patrocinio. Ti posso dire per esperienza diretta, in quanto ex ministro dell’Industria e del commercio che ha cercato di negoziare con Nabil Sha’ath la creazione di joint-venture che avrebbero aiutato l’economia palestinese creando nuovi posti di lavoro, che loro non erano interessati in alcunché fosse in grado di rendere i palestinesi più indipendenti. Erano interessati soltanto a come accrescere il loro controllo. E la gente cresceva in una realtà del genere. Venne a crearsi una situazione veramente brutta. Poi, alla morte di Arafat, c’è stata una transizione che ha portato al governo Abu Mazen (Mahmoud Abbas). E Bush a chiedermi: si tratta di una brava persona, o no? Gli risposi che potevo dimostrargli che si trattava di una pessima persona, perché avevo letto il suo PhD (sui presunti legami tra i capi nazisti e i capi sionisti) in russo. Posso perfino dimostrarti che è una cattiva persona anche rispetto ad Arafat, perché li ho visti entrambi al tavolo dei negoziati. Ma adesso tutto ciò non ha importanza. Adesso Abbas dipende in tutto e per tutto dalla nostra politica. L’Autorità palestinese è del tutto dipendente dal mondo libero. America. Europa. Se la tua politica è chiaramente legata a riforme specifiche, e dichiari esplicitamente che non accetti in alcun modo che ad Abu Mazen venga data alcuna legittimità, o alcun appoggio, altrimenti sosterranno le conseguenze delle loro scelte, allora... In effetti, Bush pose condizioni ad Abu Mazen, però non lo fece in modo abbastanza esplicito. Non disse chiaro e tondo: se non fai la tale cosa, queste sono le conseguenze. E, ovviamente, non aveva con sé l’appoggio dell’Europa. In definitiva, i palestinesi andarono alle elezioni quasi subito, in una situazione in cui erano ancora pieni della paura ispirata dal regime di Arafat. In alcuni villaggi cristiani si ritenne che Hamas sarebbe stata un protettore migliore, così i cristiani divennero all’improvviso fondamentalisti e votarono Hamas. E’ questo ciò che accade quando si vota in una società che ha paura. [Le elezioni riflessero soltanto] l’equilibrio della paura. Nell’ottica di quell’equilibrio, Hamas ottenne il 51% dei consensi. In un’altra situazione, avrebbe avuto una percentuale diversa. Scrissi nella mia lettera di dimissioni dal governo di Arik Sharon [nell’aprile 2005] che Hamas si sarebbe impadronita di Gaza [in seguito al ritiro israeliano], e che ciò sarebbe stato un male per gli ebrei e per i palestinesi, ma un gran bene per lei, Hamas. Invece del ritiro suggerivo un periodo di transizione, tre anni di riforme da gestire insieme agli americani, e magari agli egiziani. Adesso avremmo un’economia indipendente, un’educazione funzionante, non più campi profughi ma dimore dignitose per tutti, e naturalmente collaborazione nella lotta contro il terrorismo. Poi, continuavo, dopo tre anni in questo modo, libere elezioni. La gente avrebbe avuto diverse opzioni e si sarebbe sentita protetta, non impaurita. E avremmo avuto una controparte con cui negoziare la pace. Avremmo avuto di fronte persone che – ci odiassero o meno, fossero anti-semiti o meno – erano state elette perché volevano fare il bene della propria gente.

Sta forse accadendo qualcosa del genere nella West Bank con il primo ministro palestinese Salam Fayyad?

No, non tanto per Fayyad, quanto perché [l’inviato del Quartetto Tony] Blair ha capito, ma l’Europa no. Il cosiddetto processo di pace non esiste e, credo, non è mai esistito, perché sin dall’inizio è stato costruito sull’idea di un potente dittatore che ci avrebbe consegnato la pace. Non è mai stato un processo di pace. E’ stato un tentativo di venire a patti con una serie di dittatori. Ma, in quanto dittatori, non possono che essere sempre più odiati dalla loro gente. Eppure è questa l’idea di pace che è stata promossa da Europa, America e quasi tutti gli israeliani. Bibi [Netanyahu] ha mostrato una maggiore comprensione di cosa significhi “far la pace con i dittatori”. Ma Arik andava dicendo: bene, Natan, hai convinto Bush di qualcosa che non esiste. Le tue idee [sulla necessità di una vera democrazia] non hanno niente a che fare con il Medio Oriente, quindi vedi di non interferire troppo. Nella West Bank ci sono i primi segni di un’economia veramente indipendente. E’ un bene. Non c’è però alcun segnale di un miglioramento nell’educazione. Ci sono poi segnali di indipendenza, l’esistenza di forze che collaborano con noi nella sicurezza. E’ un inizio. Se questo processo, che deve però includere anche l’educazione, prosegue...

Cosa intendi esattamente per “educazione”?

L’insegnamento ufficiale, in Palestina, è che Israele non ha diritto di esistere. Non c’è alcun leader palestinese pronto ad andare in un campo profughi e dire: “Ragazzi, stiamo per avere un nostro stato. Ma non tornerete a Tel Aviv. Cominciamo a discutere di altre possibilità”. Ricordate – non saprei dire esattamente in quale incontro, ce ne sono stati così tanti, – ricordate quando Olmert avanzò offerte generosissime ad Abu Mazen, chiedendo in cambio solo il nostro riconoscimento come stato ebreo e democratico? Bush era assolutamente sicuro che Abu Mazen avrebbe accettato, visto che stava per avere così tanto. E invece disse no. Bush ne rimase sorpreso. Olmert anche. Erano convinti che quelle generose proposte sarebbero bastate. Ma Abu Mazen rispose che un tale riconoscimento “sarebbe stato un tradimento della nostra gente nei campi profughi”. Ovviamente, non si tratta solo di andare a dirlo in un campo profughi. Si tratta anche di iniziare a costruire una vita normale per quella gente. Non puoi farli restare in un campo profughi allo scopo di avere un’arma sempre carica da usare contro di noi.
Comunque, abbiamo visto qualche scintilla di novità. Ma il processo sarà lungo. Tutte queste dichiarazioni sulla pace che arriverà in un anno, o in sei mesi, o in due anni, non significano nulla. Si tratta di tornare all’idea di trattare con qualcuno con cui abbia senso firmare un accordo. L’idea che la nostra influenza su Abu Mazen derivi unicamente dall’IDF (le forze armate israeliane), e la speranza che sia questo a convincerlo a firmare un accordo...

E’ sbagliata, perché...?

Quello di cui c’è bisogno è costruire la pace partendo dal basso. E dal basso significa per mezzo di riforme democratiche. Ma mi sono sempre sentito dire “dimenticatene, non è cosa da governi arabi”.

E adesso?

E adesso l’iniziativa arriva da un’altra parte. Non certo dal processo di pace. Qui la gente si sta facendo avanti per chiedere riforme dal basso, senza alcuna connessione [con il processo di pace]. Si tratta di una grande opportunità.

Adesso l’Occidente come deve comportarsi riguardo all’Egitto? Quali segnali deve mandare? Se fossi il leader del mondo libero, cosa faresti?

Se fossi al Senato, approverei subito una legge che conferma gli aiuti Usa all’Egitto, alla condizione che il 20% venga investito in riforme democratiche. C’è bisogno di un vero legame. Il desiderio della gente deve essere rispettato. Non sta a noi decidere se sarà Omar Suleiman o Mohamed ElBaradei o qualcun altro [ad andare al potere]. Chiunque sia, non dovrà avere voglia di dipendere dall’Iran, o dall’Arabia saudita. Gli egiziani devono guardare al mondo libero; dopotutto, l’Egitto si trova tra mondo libero e fondamentalismo islamici. L’intero mondo libero deve dire: siamo pronti ad aiutarvi, ma a queste condizioni. Primo: libertà di parola, stampa libera e così via; secondo, un’economia indipendente; terzo, un sistema educativo tollerante e plurale in cui la gente possa scegliere cosa imparare e come impararlo; infine, che i patti già sottoscritti sulla stabilità della regione vengano rispettati. L’intero mondo libero dovrebbe dire che solo coloro che accettano questi principi, e i principi del cambiamento democratico, devono essere ammessi al processo politico. Se la fratellanza musulmana accetta davvero tutto ciò, allora può ben farne parte. Ma se, nonostante tutte le loro dichiarazioni, nelle moschee continuano a parlare di guerra ad Israele, a dire che non accetteranno le decisioni democratiche, allora dovranno essere esclusi. In questo momento, per il mondo libero è ancora possibile farlo.

Quindi credi che in questo momento si stia presentando una straordinaria opportunità, e che l’America, alla fine, ha mandato i giusti segnali?

Sì. Credo non vi fosse alcun opportunità fino a quando tra i leader del mondo libero vi fosse il quasi unanime convincimento che, relativamente al mondo arabo, soltanto un forte dittatore potesse garantire stabilità, e che i nostri alleati potevano essere soltanto feroci dittatori, e che una cosa del genere dovesse andare avanti più o meno per sempre. In questo modo non c’era alcuna possibilità.

Possibilità per cosa?

Nessuna possibilità di riforme e quindi di un vero processo di pace. Quando viene spezzato il patto tra democrazie e dittatori, solo allora esiste la possibilità di introdurre nuove idee, di poter pensare a un approccio diverso. Gli arabi, loro, si sono fatti avanti. La gente ha detto “eccoci qua”, ha detto “per quelli che credevano che la democrazia non fa per noi, beh, fa per noi”. Adesso tocca ai leader del mondo libero di dimostrare che credono nella democrazia per gli arabi.

In che modo?

Come ha detto Obama nel suo discorso d’inaugurazione, mostrando il pugno ai dittatori e la mano tesa a chi vuole riforme. (Obama ha dichiarato: “Voglio dire a coloro che arrivano al potere attraverso la corruzione, la menzogna, negando la parola a chi dissente: sappiate che siete dalla parte sbagliata della storia, ma vi daremo una mano se sarete pronti ad aprire il vostro pugno”) E cosa accadrà quando – facciamo tre passi avanti – l’Egitto con altre nazioni arabe, e magari persino la Palestina, grazie a indicazioni azzeccate e aiuti da parte dell’Occidente, si saranno incamminate lungo un tale percorso? Se poi emergesse che la volontà delle persone, stabilita secondo metodi perfettamente democratici, è quella di spazzar via lo stato di Israele? Non dobbiamo mai smettere, neanche per un momento, di basarci sulla forza dell’IDF; ma questa è la sola possibilità [per un cambiamento reale]. In tutti i cosiddetti processi di pace, siamo sempre stati e sempre saremo dipendenti dall’IDF... dalle nostre capacità belliche. Non credo che dobbiamo indebolirle. Ma la sola possibilità di creare una situazione in cui possiamo permetterci di dare meno importanza alla nostra potenza militare è quella di dare una chance alle riforme democratiche. Per di più credo che sarebbe un successo, perché è mio convincimento che, in fondo, la maggioranza dei palestinesi non vuole continuare a vivere in un campo profughi. Adesso sono più vicini all’idea di una società libera, di una libera economia, di un’educazione migliore, grazie alla loro vicinanza con Israele. Il fatto è che non è mai stata data loro la possibilità di scegliere. Nel 1993, facemmo arrivare Arafat da Tunisi, e lui diceva: “Adesso saremo una dittatura”.
Quindi Israele non deve avere paura di quel che sta accadendo nella regione? Dovremmo dire “ben fatto” alle masse arabe per aver detto all’Occidente che non vogliono più vivere sotto una dittatura?
E’ questo il momento per tutti quegli israeliani che credono che la pace vada costruita dal basso. Devono prepararsi a cogliere l’attimo. Israeliani come me, come [il ministro Moshe] “Bogie” Ya’alon. Non ce ne sono tanti. Ma è un grande momento. Sfruttiamolo. Per coloro che non credono in tutto questo, che credono, come Arik Sharon, che tutto questo parlare di democrazia abbia poca o nessuna attinenza con il Medio Oriente, è arrivato il momento di rivedere le proprie convinzioni. Forse c’era qualcosa di sbagliato nell’idea di mantenere per sempre tutte queste persone sotto un ferreo controllo, che peraltro lavorava contro di noi, perché dietro di esso avanzava la fratellanza musulmana, in Iran, nei territori palestinesi, in Egitto. La nostra speranza era di siglare grandi trattati di pace con questi dittatori, ma poi questi dittatori sarebbero stati detronizzati dalla fratellanza. Forse è giunto il momento di credere nella libertà. Dopo tutto, non rischiamo nulla. Male che vada, la fratellanza musulmana sarebbe arrivata comunque [se le cose fossero continuate come prima]. Adesso, però, abbiamo la possibilità di evitarne l’ascesa al potere. Israele non deve avere paura. Non voglio dire che questi sentimenti non hanno senso. Tutti i cambi più recenti non hanno fatto che rinforzare i fondamentalisti... In Libano, Iran, Gaza, Turchia. Dobbiamo preoccuparci anche del fatto che i nostri migliori alleati stanno diventando “appeasers” [pronti a concedere molto in cambio di promesse di pace – ndt].

La prego di sviluppare il concetto.

L’Europa ci chiede di negoziare con Hamas. Poi ci chiede di riconoscere un governo libanese composto al cinquanta per cento da Hezbollah. Che poi diventa cento per cento Hezbollah. Poi arrivano gli Stati Uniti che ci dicono “beh, per noi trattare con un regime è più importante delle persone che costituiscono quel regime”. Quindi, sì, esistono motivi di preoccupazione. Siamo una piccola nazione, potremmo venire distrutti in un solo giorno se abbassassimo la guardia. Ma, d’altra parte, pur continuando a tenere alta la guardia, dovremmo essere lieti che quel che sta accadendo nelle piazze arabe, stia accadendo prima che la fratellanza musulmana abbia assunto il controllo di tutto il Medio Oriente, in una situazione, per di più, che ci permette di indicare un percorso. Dovremmo essere lieti che tutto ciò stia accadendo in paesi che dipendono largamente dal mondo libero. E dovremmo cercare di vedere se, finalmente, si riuscissero a trovare nuove vie del processo di pace, che non abbiano come imprescindibile cardine la potenza dell’IDF.

Torniamo all’inizio. Quello che sta accadendo adesso in Medio Oriente è qualcosa di simile a ciò che portò al collasso dell’Unione sovietica?

Non è così semplice. Come dicevo, qui siamo di fronte a un esperimento di pura democrazia. Là, in quel che era l’Urss, c’erano altri fattori: nazionalità diverse, fedi diverse, così quando arrivò la libertà, la gente tornò alla sua nazione e al suo credo. Crollò tutto, e molto rapidamente. Il mondo restò stupefatto da come si dissolse l’impero comunista. Adesso, siamo di fronte a un esperimento assai più puro, in cui l’unico elemento è la potenza della democrazia. Il sottotitolo del mio libro è “Come la potenza della libertà può sconfiggere tirannia e terrore”. E’ quel che sta accadendo. In questo caso, il ruolo del mondo libero dovrebbe essere quello di fornire una cooperazione che realizzi il desiderio della gente di non vivere più nella paura. Di qualunque gente si tratti, anche di antisemiti cresciuti secondo la tradizionale dottrina “uccidete gli ebrei”. Non si tratta di noi e di loro, adesso; si tratta di loro e dei loro capi. In questo momento, quasi tutto dipende dalla posizione che assumerà il mondo libero. Il fatto che alcuni capi di stato e alcuni opinionisti di punta del mondo libero vengano a dirci che “è il momento di fare concessioni”, significa soltanto che tanta gente non ha capito quel che sta accadendo. Intendo dire, fare concessioni a chi? Alla gente scesa per strada in Egitto, o ai dittatori dai giorni contati? Questo è il momento, è vero, ma non di fare concessioni ad Abu Mazen, bensì per iniziare a costruire la pace dal basso, e portare, finalmente, la democrazia tra i palestinesi.
Se il mondo libero aiutasse le genti riversatesi per le strade, e diventasse loro alleato invece di continuare ad esserlo dei dittatori, allora saremmo veramente di fronte a un’occasione unica per fondare un nuovo patto tra mondo libero e mondo arabo. E noi, Israele, saremmo tra i beneficiari, per il semplice fatto che, una volta liberata, la gente si preoccuperebbe di quelli che sono i veri problemi della vita. (fine)

Tratto da Jerusalem Post

Traduzione di Enrico De Simone

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