Ormai nel West anche i cowboy vanno a cavallo dei Suv

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Ormai nel West anche i cowboy vanno a cavallo dei Suv

04 Agosto 2011

Il toro meccanico aspetta la sua prossima vittima, tra i ragazzini che vogliono provare a fare i cowboys. Poco distante, i genitori affollano i negozietti di souvenir texani ricavati in quelle che erano le stockyards, cioè gli stalli coperti dove fino a metà del ‘900 le mandrie erano portate e tenute temporaneamente per essere vendute. Una vecchia locomotiva con annesso carro bestiame passa ancora sbuffando in mezzo ai capannoni delle stockyards, per la gioia dei turisti mediorientali ed europei armati di macchina fotografica. “Fort Worth, where the West begins”, recita il cartello promozionale all’ingresso della città ormai conurbata con Dallas. In realtà di West c’è ben poco, con i grattacieli che svettano appena fuori dal minuscolo quartiere conservato più o meno come doveva essere a inizio ‘900, e i Suv parcheggiati a poche centinaia di metri. Il Texas degli stereotipi europei, delle macchine con le corna e dei manager con cappelli da cowboy, degli uomini che indossano stivali e delle donne biondissime, sopravvive un po’ nelle cittadine di campagna, ma non è certo quello che si vede in città come Dallas, Austin e Houston, che sono metropoli multietniche non troppo dissimili dal quelle del resto d’America. A Fort Worth si è cercato di mantenere un po’ di atmosfera da vecchio West, più che altro per ragioni turistiche, vista la moltitudine di negozi di souvenir e abbigliamento texano in cui ogni turista, anche il più smaliziato, cede alla tentazione di comprare il mazzo di carte di Wild Bill Hitchcock, oppure il cappello dell’O.K. Corral, il bicchiere a forma di Colt, il porta-chiave Texas Hold’Em, la tazza del “vero” cowboy, la stella da Texas Ranger, ecc ecc. Ma l’atmosfera sa inevitabilmente di finto, di kitch e di posticcio, specialmente agli occhi di chi è cresciuto immaginando il West attraverso i film di Sergio Leone e i fumetti della Bonelli come Tex Willer.

Di questa atmosfera fa parte il Wild West Show, che ancora oggi si svolge a Fort Worth nell’arena del 1906 pomposamente chiamata Coliseum. Qui, al ritmo di un (ottima) schitarrata di musica country, i cowboy si esercitano in numeri equestri, con il lazo e con la pistola. Il Coliseum è sproporzionatamente grande per il numero di spettatori presenti in questo weekend di luglio, e le poltrone vuote mettono un po’ di malinconia. Lo spettacolo dal canto suo fa lo stesso effetto di quello di un vecchio circo non troppo ben messo. Un conto è andare al circo da bambini, e rimanere impressionati dalle cose strane che si vedono e dalla magia circense. Un altro è tornarci da adulti, e rivedere quegli stessi numeri con occhi diversi. A meno che il circo non sia di quelli che abbiano sviluppato la tradizione – ad esempio con numeri acrobatici nuovi e vicini ormai alla danza – l’impressione per un adulto è di un déja-vu non sorprendente né appassionante. Così avviene per il Wild West Show, al punto che si indovina in anticipo il trucco usato dal cowboy al galoppo per centrare con la pistola tutti e sei i palloncini in movimento (sparare grani di sale grosso invece che pallottole per avere un effetto mitraglia).

Di cowboy in cowboy il passo è breve fino al Cowboys Stadium di Arlington. Costato 1,3 miliardi di dollari, l’enorme struttura completamente coperta è arrivata a contenere 108.000 spettatori per l’NBA-All Star Game del 2010 – tra l’altro la squadra locale dei Dallas Maverick quest’anno ha vinto l’NBA. Lo stadio ospita anche partite di football, concerti ed esibizioni di vario tipo, ed è considerato uno dei motori dell’economia della contea, visto l’indotto di turismo che genera con i suoi eventi, incluso il SuperBowl ospitato pochi mesi fa. La sua stessa costruzione dice qualcosa sulla società texana, e americana in generale. In Europa molti stadi hanno un loro fascino anche perché “storici”, in quanto carichi di storia sportiva pluridecennale, basti pensare all’Old Trafford di Manchester del 1910 o all’Olimpico di Roma inaugurato nel 1932 – e con una capienza di 100.000 persone già negli anni ’50. Ad Arlington è stato demolito uno stadio vecchio appena 25 anni per costruirne uno più nuovo, grande, moderno, tecnologico, all’insegna del motto texano Bigger and Better. Motto talmente radicato che la cupola del Senato del Texas è costruita appositamente un palmo più alta di quella del Congresso. Lo stadio sembra una struttura così nuova, enorme e “stellare” da risultare arida, per lo meno agli occhi di un europeo. Ma non agli occhi di un americano, tanto è vero che nei giorni in cui non ci sono partite o eventi vengono organizzati tour per visitare gli spalti, il campo e i camerini, che ovviamente non hanno nulla di particolare o apprezzabile se non il fatto di essere nuovi e grandi. Eppure questi tour, che costano la bellezza di 27 dollari, durante il weekend sono strapieni di americani paganti e felici di farsi fotografare davanti al camerino delle cheerleaders.