Pakistan, il mondo chiude gli occhi di fronte alla piaga dell’infanticidio

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Pakistan, il mondo chiude gli occhi di fronte alla piaga dell’infanticidio

29 Gennaio 2011

In una discarica di Karachi i corpi senza vita di due neonati vengono lavati un’ultima volta prima di essere sepolti; non avranno vissuto più di due o tre giorni. Questa l’immagine simbolo di un Pakistan dove la pratica dell’infanticidio non è un’inconcepibile eccezione ma la regola – invisibile, però, agli occhi dei più.

Una cifra, fornita dall’Ong Edhi – che prende il nome dal suo fondatore Abdul Sattar Edhi e che dal lontano 1951 si occupa di offrire a persone in difficoltà cure mediche, servizi di emergenza, ambulanze aeree, servizi di inumazione, servizi di assistenza all’infanzia –, inquadra la situazione attuale del fenomeno: 1.210 bambini abbandonati o uccisi nel 2010 a dispetto dei 999 del 2009 e degli 890 del 2008. Un aumento a dir poco impressionante. Ma, a ragion veduta, la situazione è ancora più tragica, perché questi numeri non includono le zone rurali della società: nel corso del solo mese di dicembre, 40 bambini sono stati trovati morti in discariche e fogne.

Gli uffici della Edhi Foundation  abbondano di racconti raccapriccianti. Tra gli altri esempi, il suo direttore a Karachi, Anwar Kazmi, cita il caso di un bambino di sei giorni strangolato e poi bruciato o, ancora, un altro trovato dinanzi ad una moschea dopo essere stato lapidato a morte all’appello di un imam che da allora è sparito. Sì, perché nella repubblica conservatrice islamica del Pakistan la nascita di bambini fuori dal matrimonio è condannata e l’adulterio è suscettibile della pena di morte. Ad aggravare il già drammatico stato di cose è la crisi economica ormai irreversibile dopo le inondazioni che hanno colpito il paese l’estate scorsa (coinvolgendo direttamente 20 milioni di persone in 78 distretti, distruggendo 1.9 milioni di case, danneggiando e rendendo inagibili 9.970 scuole) che hanno letteralmente spazzato via 60 anni di sviluppo del Paese.

Quello che caratterizza l’atroce fenomeno dell’infanticidio in Pakistan è il fatto che a pagare il prezzo della cultura, della legislazione e della povertà del Paese sono i neonati di sesso femminile. Nelle aree più degradate del paese, infatti, la nascita di una bambina viene ancora considerata una “disgrazia”, anche perché la povertà dell’alimentazione infantile ovviamente la condanna più facilmente di un maschio alla morte prematura. Le ragazze sono considerate un onere maggiore per le famiglie – che possono anche avere a spendere oltre un milione di rupie (circa 8.900 di euro) per sposare una ragazza nelle regole –, la maggior parte di esse non lavorano e che restano dipendenti dai loro genitori, poi dal marito.

La legislazione pakistana non consente la pratica dell’aborto, tranne quando la gravidanza minaccia la vita della madre. Perciò alcuni credono che la legalizzazione potrebbe ridurre il numero di infanticidi e salvare le donne che spesso muoiono di parto per la strada. Sempre secondo le leggi del Pakistan una persona condannata per omicidio teoricamente è suscettibile di pena di morte; in particolare l’abbandono di un bambino può costare sette anni di carcere, il seppellimento due. Ma il problema è che queste normative trovano raramente applicazione nel contesto reale.

La questione degli omicidi in nome dell’onore fu messo all’ordine del giorno della politica in Pakistan nel corso del 1999, in seguito ad una crescente spinta delle Ong, dei mezzi di informazione, degli attivisti, e delle agenzie delle Nazioni Unite, compreso l’Unicef. Il 21 aprile 2000, in occasione di un Congresso Nazionale sui Diritti dell’Uomo e sulla Dignità Umana, il generale Pervez Musharraf, capo esecutivo del Pakistan, annunciò che tali delitti sarebbero stati considerati omicidi. “Il Governo del Pakistan condanna con fermezza la pratica del cosiddetto ‘delitto d’onore’. Atti del genere non sono ammessi dalla nostra religione o dalla nostra legge”. Ma siamo nel 2011 e più di mille di bambini continuano a morire ogni anno.

Quello che sconvolge di più, a fronte del drammatico quadro dipinto dalle Ong e dai gruppi per i diritti dei minori sulla condizione dei bambini in questo stato dell’Asia meridionale, è che ancora una volta il Pakistan e le sue piaghe sono quasi del tutto ignorate dall’Occidente ‘ricco’. Se una catastrofe naturale come quella della scorsa estate, definita dai vertici dell’Organizzazione mondiale della sanità, per dimensioni e numero di vittime, “come Haiti, più lo tsunami, più l’uragano Katrina insieme”, è passata quasi inosservata agli occhi delle organizzazioni internazionali – basti pensare alle false promesse fatte dall’Onu –, figuriamoci quale rumore possa fare un bambino di pochi giorni soffocato in una discarica di periferia.