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Pakistan: il nuovo governo sfida Musharraf

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In un clima contrassegnato ancora dall’emergenza sicurezza (ieri in un attentato dinamitardo a Lahore sono state uccise oltre 20 persone), domenica scorsa Asif Ali Zardari e Nawaz Sharif, leader rispettivamente del Pakistan People’s Party (Ppp) e del Pakistan’s Muslim League-Nawaz (Pml-N), usciti vincitori dalle elezioni politiche in Pakistan del 18 febbraio, hanno raggiunto un accordo di massima per formare un governo di coalizione. Un assenso di massima a farne parte è stato dato anche dal partito nazionalista pashtun Awami National Party (Anp) e dalla Jamaiat-e-Ulema-e-Islam (prima forza islamista del Paese, uscita ridimensionata dalle urne).

L’ingresso di questi due piccoli partiti nella coalizione tra Ppp e Pml-N sarebbe di grande importanza, perché permetterebbe di controllare i 2/3 dei voti della Camera Bassa dell’Assemblea Nazionale, necessari per avviare un eventuale procedimento di impeachment nei confronti del presidente Pervez Musharraf. Rimane difficile capire come possano far parte di una stessa coalizione quando a livello locale, nella North-Western Frontier Province, sono acerrimi rivali.

L’annuncio spazza via al momento ogni ipotesi che il Ppp (partito di maggioranza relativa, con 120 seggi) tenti di stipulare un accordo con il Pml-Q di Musharraf, come paventato da alcuni analisti alla vigilia del voto. Elimina sulla carta gli storici attriti tra i due maggiori partiti moderati pakistani che, raccogliendo le pulsioni al cambiamento di buona parte dell’elettorato pakistano, parrebbero decisi a instradare il Paese in un reale percorso democratico.

Il cuore dell’accordo è dominato dal problema Musharraf, dai piani per allontanarlo dal potere o, al limite, per ridurne i poteri, magari modificando le leggi che permettono al presidente di sciogliere il Parlamento e licenziare il primo ministro e cancellando la sua legislazione emergenziale. Questioni più concrete, come la lotta all’estremismo islamista e i problemi economici relativi all’impennata dell’inflazione e alle carenze energetiche, sono state poste in secondo piano.

Sharif ha accettato che il nuovo primo ministro sia un esponente del Ppp. Si è irrigidito sulla nomina di Mackdoom Amin Fahim, numero due del partito e favorito alla premiership fino a poche ore fa, perché a suo dire negli anni avrebbe coltivato ambigui legami con Musharraf. Fahim è in contrasto anche con Zardari sulla conduzione del partito fondato dai Bhutto e ha minacciato di abbandonarlo se la scelta non ricadrà su di lui.

Zardari preferirebbe Ahmad Mukhtar, che fu ministro del Commercio nel secondo governo di Benazir Bhutto (1993-1996). All’interno del Ppp ci sono spinte affinché sia nominato un primo ministro a tempo, per permettere a Zardari (che, come Sharif, non ha partecipato alla contesa elettorale per i suoi problemi giudiziari) di partecipare a una elezione suppletiva e conquistare un seggio in Parlamento, condizione necessaria per essere poi nominato lui primo ministro.

Sharif ha ottenuto però in cambio l’impegno di Zardari perché il nuovo Parlamento proceda al reintegro dei giudici della Corte Suprema destituiti da Musharraf il 3 novembre scorso (dopo aver dichiarato lo stato di emergenza), entro 30 giorni dall’ingresso in carica del nuovo governo.

L’ex primo ministro (1996-1999) ha da sempre chiesto la testa di Musharraf, e voci su una possibile azione di impeachment nei suoi confronti si stanno rincorrendo in queste ore. Anche controllando i 2/3 della Camera Bassa, Ppp e Pml-N non riuscirebbero a superare l’opposizione del Senato, ancora nelle mani delle forze pro-Musharraf. Il presidente ha affermato che non è legalmente possibile rimettere al loro posto i giudici allontanati, alimentando la disputa sulla validità di una decisione presa al di fuori di una precisa cornice costituzionale.

Sharif ha risposto che la stessa presidenza di Musharraf è illegale. Lo scontro in atto rischia di far naufragare i tentativi degli Stati Uniti perché si instauri nel Paese un clima di armonia tra le diverse parti della contesa. Washington non ama Sharif ed è convinta che il suo progetto di negoziare con l’islamismo radicale non funzionerà, ma ammette che il Pakistan necessita di stabilità. Come dimostrano gli avvenimenti dell’ultimo anno, un clima politico conflittuale nel Paese pregiudicherebbe anche le opzioni militari.

Fino a domenica, Zardari si era sempre dimostrato cauto sull’argomento, affermando di voler affrontare il problema dei giudici allontanati da Musharraf  nel quadro di una più generale riforma del sistema giudiziario. Il vedovo di Benazir Bhutto è conosciuto nel Paese come ‘Mr 10%’, accusato di aver intascato tangenti quando la moglie era a capo del governo. Negli ultimi giorni ha beneficiato di una legge sull’amnistia nei casi di corruzione varata l’anno scorso da Musharraf e di un accordo in materia negoziato dallo stesso presidente con la sua defunta moglie. Secondo diversi osservatori i giudici reintegrati potrebbero cancellare questi due atti, mettendo in discussione la posizione di Zardari come nuovo kingmaker della scena politica pakistana. La necessità di raggiungere un accordo con Sharif, insieme al peso sempre maggiore che sta assumendo nel Paese il movimento pro-democrazia degli avvocati, lo hanno però convinto a schierarsi più apertamente.

Esponenti vicini al presidente sostengono che nonostante l’accordo, i due partiti di maggioranza presenterebbero ancora tali punti di disaccordo, che prima di varare una qualsivoglia agenda politica dovranno stabilizzare il loro rapporto. In questo processo dovranno obbligatoriamente trattare con il presidente, così da smussare nel medio-lungo periodo gli attriti con lo stesso. E’ innegabile che per Musharraf sarà sempre più difficile mantenersi al potere. Per molti la sua disfatta è questione solo di tempo, anche perché negli ultimi mesi ha perso le principali leve del suo potere: il comando delle forze armate, il controllo del Parlamento e l’appoggio incondizionato di Washington.

Se i giudici della Corte Suprema dovessero essere effettivamente reintegrati, la sua elezione alla presidenza rischia seriamente di essere annullata. Già a metà 2007, Iftikhar Chaudry, presidente destituito dell’Alta Corte pakistana, aveva sottolineato l’illegalità dell’eventuale rielezione di Musharraf alla presidenza, nelle vesti ancora di capo delle forze armate. Al presidente pakistano rimane al momento un’unica carta: condurre una battaglia di retroguardia per dividere i suoi avversari politici. L’accordo di domenica riduce però inesorabilmente il suo spazio di manovra.  

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