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Pakistan, in bilico l’alleanza con l’Occidente

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Dopo l’11 settembre 2001, il regime del presidente Pervez Musharraf è divenuto uno degli alleati più importanti per gli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo di matrice islamica. Il suo governo si trova in una posizione chiave per affrontare i terroristi fuggiti dall’Afghanistan ed ha contribuito a rafforzare nell’esercito pakistano la componente secolare su quella islamica. Anche se Washington ha spesso chiesto al Pakistan di fare di più contro i talebani nella zona di frontiera, Musharraf ha sempre goduto di una certa fiducia da parte degli americani. Ma l’attuale crisi politica interna mette in dubbio la tenuta del suo regime e l’Occidente potrebbe riconsiderare la sua posizione nei confronti d'Islamabad.

Il drammatico peggioramento della situazione interna è cominciato il 9 marzo, in seguito alla decisione di Musharraf di sospendere il presidente della Corte suprema, Iftikhar Chaudhry. Ironia della sorte, nel 2000 è stato proprio Musharraf a promuovere Chaudhry alla corte suprema e poi a nominarlo presidente nel 2005. All’epoca Chaudhry era considerato un sostenitore di Musharraf, tuttavia nell’ultimo periodo ha preso decisioni che hanno irritato il governo, come il tentativo d’investigare sulle sparizioni sospette di diversi individui che erano sotto la sorveglianza dei servizi segreti.

La questione che ha più allarmato il governo riguarda il futuro politico dello stesso Musharraf. Il generale vorrebbe ottenere un altro mandato come presidente senza rinunciare all’incarico di comandante supremo delle forze armate. In febbraio, Chaudhry si era detto contrario alla possibilità che Musharraf continui con il doppio incarico anche nel corso del suo terzo mandato da presidente. In molti considerano questo il vero motivo della sospensione.

La sospensione di Chaudhry viene largamente vista come un atto anti-costituzionale, perchè il presidente non ha il diritto di intervenire d’autorità negli affari della Corte più alta del paese. L’episodio ha determinato una crisi profonda all’interno del mondo politico pakistano che Musharraf probabilmente non si aspettava. All’inizio, l’establishment giudiziario ha organizzato nel paese numerose manifestazioni di protesta che si sono estese fino a coinvolgere tutte le diverse forze che si oppongono al regime. La tensione ha raggiunto il suo massimo nello scorso fine settimana, quando violenti scontri tra i manifestanti e i gruppi armati filogovernativi hanno causato la morte di 49 persone a Karachi. Nel giorno di lunedì, l’opposizione ha protestato contro lo strage organizzando un enorme sciopero in diverse parti del paese. 

Il settimanale inglese The Economist ha messo in evidenza il fatto che nelle ultime settimane Musharraf ha perso la fiducia di alcuni tra i gruppi politici che l’avevano sostenuto in passato, incluso il potente partito islamico, il Muttahida Majlis-e-Amal (MMA). Marvin Weinbaum, già esperto di Pakistan presso il Dipartimento di Stato americano, pensa che il grande errore di Musharraf sia stato quello di aver fornito all’opposizione un argomento su cui protestare, favorendone così il ricompattamento.  L’opposizione è sempre stata molto frammentata ed è grazie a questo che Musharraf è riuscito finora a mantenere la stabilità interna. Inoltre, grazie alla ripresa economica il governo aveva cominciato a godere di una qualche popolarità. Facendo in modo, però, che si scatenasse una crisi istituzionale, ha permesso all’opposizione di trovare un minimo comune denominatore e di mettere il governo in seria difficoltà. Nawaz Sharif, l’ex primo ministro fuggito in esilio dopo il golpe che ha portato al potere Musharraf nel 1999, ha già annunciato in un’intervista al Times di sentirsi pronto a tornare e ha definito Musharraf “un uomo del passato”. Anche se le speranze dell’opposizione non potranno realizzarsi nell’immediato, l’autorità del regime è gravemente compromessa. Weinbaum ipotizza che la leadership dell’esercito per ora manterrà l’appoggio a Musharraf, ma che è anche pronto a ritirarlo se la sua popolarità dovesse scendere a un punto tale da danneggiare il prestigio dell’esercito stesso. Weinbaum non esclude neanche la possibilità che l’esercito proclami la legge marziale, mettendo a serio rischio lo svolgimento delle elezioni parlamentari previste tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008.

Ed è proprio questo possibile scenario di un governo puramente militare a rappresentare un rischio per gli Stati Uniti. Se il governo americano decidesse di sostenere una dittatura militare, Washington verrebbe accusata di schierarsi contro la democrazia, attirando l’ira non solo dei fondamentalisti islamici ma anche dei gruppi più riformisti. Weinbaum crede che in questo momento gli Stati Uniti dovrebbero cercare di riconsiderare la loro politica verso il Pakistan, cercando di attenuare la loro dipendenza da Musharraf come interlocutore unico. Un’idea più facile da sognare che da mettere in pratica. Ad ogni modo, c’è sempre un fatto che gioca a favore degli Usa: è impensabile, infatti, che l’esercito perderà il controllo del paese ed è altrettanto impensabile che l’esercito volterà le spalle agli americani. Questo certamente non per simpatia nei confronti dell’America, ma per la grande paura che gli Usa potrebbero puntare sull’India come alleato chiave in Asia con ripercussioni sulla questione del Kashmir sfavorevoli ad Islamabad.

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