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Pakistan: Musharraf sconfitto, opposizione al governo

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I risultati delle elezioni in Pakistan per il rinnovo della Camera Bassa dell’Assemblea Nazionale e delle Assemblee provinciali hanno rispecchiato le attese, con i partiti di opposizione largamente vittoriosi nella contesa del 18 febbraio. Un primo aspetto positivo per il popolo pakistano è il fatto che le elezioni si sono svolte regolarmente. Non pochi nel Paese erano convinti che il presidente Pervez Musharraf avrebbe cercato sino all’ultimo un modo per posticipare nuovamente l’appuntamento elettorale.

Lo spauracchio dei possibili brogli elettorali è stato poi in larga parte ridimensionato: media locali e internazionali, osservatori elettorali e le stesse forze politiche impegnate nella corsa hanno parlato di un processo elettorale sostanzialmente equo, soprattutto se paragonato a quelli celebrati nel passato. Un fattore che va ricondotto al timore del governo che la percezione di un risultato falsato avrebbe scatenato delle violente reazioni popolari.

Non sono mancati episodi di violenza e discriminazione (seppur in regresso rispetto al passato). Nella giornata si contano una ventina di vittime e circa 150 feriti. In molte aree del Paese si devono anche registrare fenomeni di intolleranza nei confronti dell’elettorato femminile, costretto a non votare in seguito alle minacce dei gruppi radicali islamici e a sotterfugi burocratici.

Oltre ai 268 seggi attribuiti con un sistema elettorale maggioritario (quattro non sono stati assegnati), altri 70 riservati a donne e minoranze religiose sono stati distribuiti in proporzione ai voti ottenuti dai singoli partiti. Salvo limitate modifiche dell’ultima ora, il Pakistan People’s Party (Ppp) è risultato il trionfatore della contesa con 113 seggi conquistati. Un risultato importante, che avrebbe potuto assumere contorni anche maggiori se le elezioni si fossero svolte come originariamente previsto l’8 gennaio e se il clima di paura e intimidazione non avesse limitato l’affluenza alle urne a circa il 40% degli aventi diritto al voto (su 81 milioni). Ha dominato nelle aree rurali del Sindh, il suo tradizionale bacino di influenza e si è difeso benissimo nel Baluchistan e nella North-West Frontier Province (Nwfp), tradizionali feudi dell’islamismo conservatore.

Chi ha ottenuto il risultato migliore rispetto alle previsioni iniziali, è il Pakistan’s Muslim League-Nawaz (Pml-N) dell’ex premier Nawaz Sharif. I suoi 84 seggi sono frutto di una grande vittoria ottenuta nel Punjab, dove ha surclassato il filo-governativo Pakistan’s Muslim League-Quaid-e-Azam (Pml-Q), attestatosi sui 55 seggi. Il disastroso risultato del Pml-Q riflette un voto di protesta alla politica di Musharraf. Fa impressione che tra le sue fila non siano stati eletti il suo presidente Chaudhry Shujaat Hussain, il candidato premier Chaudhry Pervaiz Illahi, oltre a diversi ex ministri e stretti collaboratori del presidente pakistano.

Altro esito largamente preventivato – e di cui gli Stati Uniti possono ben rallegrarsi – è stato il crollo verticale dei partiti di matrice islamista. Il Muttahida Majlis-e-Amal (Mma), la coalizione formata dai sei gruppi conservatori islamici, non solo è stata spazzata via dal contesto nazionale (solo sette seggi conquistati), ma ha subito pesanti perdite anche nelle Assemblee provinciali della Nwfp e del Baluchistan, dove hanno trionfato i nazionalisti pashtun dell’Awami National Party (Anp), che hanno condotto una campagna elettorale all’insegna della anti-talebanizzazione di queste province. 

Il Ppp non ha ottenuto i numeri per poter governare da solo. Il suo co-presidente Asif Ali Zardari (consorte di Benazir Bhutto, ex premier e leader del Ppp) ha annunciato la disponibilità del partito a formare un governo di coalizione con tutte le forze democratiche. L’ipotesi più probabile è che sia il Pml-N l’altra gamba di questa compagine governativa, che si avvarrebbe anche dell’apporto dell’Anp. Queste tre forze non riuscirebbero però a controllare i 2/3 dei voti della Camera Bassa, necessari per avviare un eventuale procedimento di impeachment ai danni di Musharraf.

Per superare la magica soglia dei 228 seggi, occorrerebbe il soccorso del Muttahida Quami Movement (Mqm), un partito dai tratti localistici, che ha guadagnato 25 seggi (esclusivamente nelle grandi aree urbane del Sindh, come quella di Karachi). Il Mqm ha ritirato il suo appoggio a Musharraf prima delle elezioni, ma per il momento sembra interessato a formare una coalizione con il Ppp solo per il governo locale del Sindh.

Molti nutrono però ancora scetticismo sull’alleanza tra Ppp e Pml-N. Sharif ha mostrato più volte di essere favorevole a una coalizione con il partito di Zardari, auspicando, inoltre, che sia Aitzaz Ahsan (esponente del Ppp e leader agli arresti domiciliari del movimento anti-Musharraf degli avvocati pakistani) a occupare la poltrona di primo ministro.

L’ex premier ha ribadito di volere in cambio il reintegro dei giudici della Corte Suprema, destituiti il novembre scorso dal presidente pakistano. Nei suoi commenti a caldo, Sharif è parso disponibile ad accantonare l’ipotesi impeachment per Musharraf, chiedendo però che siano i giudici dell’Alta Corte nazionale a esprimersi sulla validità o meno della sua conferma alla presidenza.

Zardari ha escluso ‘per il momento’ che nella futura coalizione di governo possa entrare anche il Pml-Q. Alcuni osservatori considerano ambigua questa affermazione, perché lascerebbe aperto ancora qualche spiraglio agli alleati di Musharraf, in particolare se le trattative con Sharif dovessero naufragare. La sconfitta subita da alcuni degli esponenti più inflessibili e compromessi del Pml-Q renderebbe questa ipotesi meno traumatica per l’elettorato del Ppp. Rimane da chiedersi, però, perché Zardari dovrebbe rinunciare all’apporto di una forza come il Pml-N, che ha ottenuto un grande risultato elettorale, per allearsi con un partito fortemente screditato e indebolito.

Ai microfoni di Geo Tv, Shaikh Rashid Ahmed, esponente di punta del Pml-Q ed ex ministro, ha riconosciuto la sconfitta del suo partito, ma ha dichiarato di non aspettarsi vita lunga dal governo di coalizione che verrà. A parer suo, i contrasti tra Ppp e Pml-N saranno difficilmente sanabili, mentre Sharif cercherà l’appoggio di qualche deputato del Pml-Q per negoziare da una posizione migliore con Zardari. Sempre secondo Shaikh Rashid, nonostante il contesto sia ancora poco chiaro, il suo partito, la Anp e il Mqm saranno cruciali per la formazione di qualsiasi governo.

Dai risultati traspare l’impressione che la contesa elettorale abbia assunto i contorni di un referendum sull’operato di Musharraf. Sebbene i pakistani temano che Ppp e Pml-N  possano ripetere le pessime performance degli anni Novanta, quando governarono con inefficienza, favorendo clientelismi e corruzione, è forte il sollievo nel vedere il dittatore sconfitto. In particolare, i pakistani contestano al loro presidente di aver trasformato il Paese in uno strumento di Washington nella guerra al terrorismo internazionale. Sul punto, Zardari e Sharif hanno ribadito a urne chiuse il loro impegno a trasformare la guerra al radicalismo islamista in uno sforzo nazionale libero dai diktat americani.

Sharif ha reclamato a gran voce che Musharraf si faccia da parte, ma il presidente pakistano ha rispedito al mittente la richiesta. Per il presidente pakistano sarà in ogni modo difficile mantenere il potere al cospetto di un Parlamento apertamente ostile. Un Musharraf indebolito e a rischio di sopravvivenza politica obbligherà gli Usa a cercare nuovi interlocutori tra i vincitori di queste elezioni. Nel caso in cui gli sviluppi interni in Pakistan dovessero metterne in pericolo l’agenda regionale, Washington – che ha salutato il buon esito del voto come un ulteriore passo del Paese verso la democrazia – potrebbe comunque giocarsi il suo asso nella manica, che ha il profilo pragmatico di Ashfaq Pervez Kayani, nuovo comandante in capo delle forze armate pakistane.

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