Pakistan. Proteste contro Usa e governo per condanna ‘Lady al-Qaeda’
24 Settembre 2010
di Redazione
Numerosi manifestanti sono scesi in strada a Peshawar, Lahore e Karachi e in altre città del Pakistan per protestare contro la sentenza di un tribunale di New York che ha condannato la neuroscienziata pakistana Aafia Siddiqui, nota come ‘Lady al-Qaeda’, a 86 anni di carcere per il tentato omicidio nel 2008 di agenti dell’Fbi e di ufficiali dell’esercito Usa in Afghanistan. Lo riferisce il sito web dell’emittente Geo.
Nel corso della manifestazione a Peshawar sono stati bruciati pneumatici e lanciati slogan contro gli Usa, il presidente pakistano Asif Ali Zardari e il primo ministro Yusuf Raza Gillani. Alcuni dimostranti hanno lanciato delle scarpe contro cartelli con l’immagine del presidente americano Barack Obama. "Questa sentenza è uno schiaffo in faccia ai nostri governanti che avevano promesso di appoggiare Aafia", ha affermato da Karachi, nel sud del Pakistan, Fauzia Siddiqui, sorella della scienziata condannata.
Critiche al governo di Islamabad sono state rivolte in una conferenza stampa anche dal senatore pakistano Talha Mehmood, membro della commissione parlamentare che lavorava per il rilascio della Siddiqui. Secondo Talha, Zardari e Gillani non si sono "deliberatamente" attivati per la sua liberazione. Il senatore ha anche avanzato il sospetto che l’ambasciatore pakistano a Washington, Husain Haqqani, "abbia avuto un ruolo nella condanna di Aafia".
La Siddiqui, originaria di Karachi, dopo un periodo di studi negli Usa, nel 2002 era tornata in Pakistan, dove aveva sposato un operativo di al-Qaeda parente di Khalid Sheikh Mohammed, uno dei responsabili degli attentati dell’11 settembre. Dal 2003, dopo l’arresto del marito, fino al 2008 la Siddiqui fece perdere le sue tracce insieme ai tre figli. Nel frattempo l’Fbi aveva inserito il suo nome nella lista nera dei super terroristi.
Due anni fa la donna venne arrestata fuori dalla residenza del governatore della provincia di Ghazni, in Afghanistan, perchè sospettata di preparare un attentato suicida. A Ghazni, dove era detenuta, la Siddiqui riuscì a impossessarsi di un mitra, sottratto a una delle guardie, e aprì il fuoco contro alcuni agenti dell’Fbi e dell’esercito americano, prima di essere fermata con un proiettile all’addome. Ieri un tribunale di New York l’ha condannata, in relazione ai fatti accaduti in Afghanistan, a 86 anni di carcere con l’accusa di tentato omicidio.
