Paradisi fiscali. Nella lista nera Costa Rica, Malaysia, Filippine e Uruguay

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Paradisi fiscali. Nella lista nera Costa Rica, Malaysia, Filippine e Uruguay

Paradisi fiscali. Nella lista nera Costa Rica, Malaysia, Filippine e Uruguay

03 Aprile 2009

Come è ormai noto, ieri sono stati individuati dal G20 i cosiddetti "paradisi fiscali". In serata è arrivata anche la lista dei 4 stati, pubblicata dall’Ocse, che riportiamo: si tratta di Costa Rica, Malaysia, Filippine, Uruguay, che non si sono impegnati ad applicare in nessun modo gli standard fiscali internazionali. Seguendo la definizione tecnica data dall’Ocse, sono stati con "imposte insignificanti o inesistenti, assenza di trasparenza fiscale, assenza di scambio di informazioni fiscali con altri stati e tendenza ad attirare società offshore con attività fittizie".

La lista grigia, ovvero quella dei paesi che hanno sottoscritto accordi per il rispetto degli standard fiscali ma non li hanno finora "sostanzialmente" applicati, comprende, sempre per l’Ocse, 38 paesi: Andorra, Anguilla, Antigua e Barbuda, Aruba, Bahamas, Bahrain, Belize, Bermuda, Isole Vergini Britanniche, Isole Caimano, Isole Cook, Repubblica Dominicana, Gibilterra, Grenada, Liberia, Liechtenstein, Isole Marshall, Monaco, Montserrat, Nauru, Antille olandesi, Niue, Panama, St Kitts and Nevis, Santa Lucia, Saint Vincent & Grenadine, Samoa, San Marino, Isole Turks and Caicos, Vanuatu, Austria, Belgio, Brunei, Cile, Guatemala, Lussemburgo, Singapore, Svizzera.

In questa lista sono finiti molti stati considerati estranei a questi meccanismi, dalla Svizzera, al Belgio, dall’Austria al Lussemburgo. Nelle ultime settimane molti di questi stati avevano cercato di correre ai ripari, dando garanzie e promesse di buona condotta per evitare di finire nell’elenco.

In particolare Belgio, Austria, Lussemburgo, Svizzera, Liechtenstein, Andorra hanno promesso che il segreto bancario non sarà più così rigido. Il Belgio aveva inoltre fatto sapere di voler anticipare dal 2011 al 2010 la soppressione del segreto. Lussemburgo ed Austria hanno invece accettato di cooperare con gli altri paesi scambiando informazioni bancarie nel caso di sospetto di frode fiscale.

Infine, l’Ocse elenca anche i paesi che hanno "sostanzialmente applicato" gli standard internazionali. Fra questi figurano grandi potenze come Italia, Argentina, Cina, Francia, Germania, Giappone, Olanda, Russia, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti, in compagnia di piccoli atolli come Seychelles o Isola di Man. Rientra in questa lista anche la Cina, ma solamente perchè Pechino non si è opposta alla crociata contro i paradisi fiscali in cambio del passaggio delle sue due amministrazioni speciali, Hong Kong e Macao, dalla lista nera a quella grigia.

Le reazioni dei paesi inseriti nelle liste non si sono fatte attendere. Il primo a ribellarsi è stato l’Uruguay, dichiarando che non è affatto un: "paradiso fiscale". Lo ha sostenuto il governatore della Banca centrale dello stato sudamericano, Mario Bergera, in una conferenza stampa. Bergera ha sottolineato "solidità e serietà" del sistema finanziario del paese, garantite dalla riforma fiscale del 2007 voluta dal presidente Tabarè Vazquez. Il presidente della banca centrale ha detto che il paese dispone ormai di norme severe in tema di "supervisione e regolazione", fra cui la soppressione delle società anonime di investimenti finanziari (Safi). Il governatore ha comunque riconosciuto che: "il tema del segreto bancario è molto complesso e che tutti i paesi hanno una qualche forma di segreto". Il Lussemburgo, finito nella "lista grigia",  giudica "incomprensibile il trattamento riservato ad alcuni paesi". A dirlo è il primo ministro e presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker all’ingresso della riunione informale dell’Ecofin. Juncker, nei giorni scorsi, aveva ricordato come nella lista dei paradisi fiscali non figurassero alcuni stati degli Usa come il Delaware, la cui legislazione è particolarmente permissiva.

Anche la Svizzera si è rammaricata della decisione dell’Ocse che ha inserito lo stato elvetico nella "lista grigia". Il presidente della Confederazione e ministro delle finanze, Hans-Rudolf Merz, ha detto: "di aver preso atto della nuova lista", ma ha criticato la decisione e "disapprovato i criteri" con cui è stata compilata la lista, sottolineando che la Svizzera, che a marzo aveva modificato il segreto bancario, tentando di conformarsi in extremis agli standard dell’Ocse, "non è un paradiso fiscale". In un comunicato, Merz ha inoltre spiegato che “le autorità svizzere stanno cercando di ottenere che anche altri stati migliorino la trasparenza dei propri mercati finanziari”.

A conclusione del giro di dichiarazioni è intervenuto il nostro ministro degli esteri, Franco Frattini, secondo cui: "L’accordo per mettere uno stop ai paradisi fiscali è importante, ma ora bisogna far sì che davvero oltre alle decisioni si passi ai fatti". Secondo il titolare della Farnesina, raggiunto l’accordo, bisognerà ora portare "una pressione diplomatica molto forte" sugli stati che hanno "caratteristiche sospette altrimenti – ha proseguito – sarà stato un proclama inutile".