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C'è molto di più rispetto all'analisi di Di Vico

Partite Iva, potrebbe davvero scoppiare una bolla?

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Dario Di Vico è una delle "punte d’eccellenza" del Corriere della Sera. Le sue inchieste individuano sempre dei terreni di approfondimento, nuovi e stimolanti.

Alcuni anni or sono, nel bel mezzo della crisi che colpì il Paese (come il resto del mondo) tra il 2001 e il 2006, Di Vico aprì il capitolo delle difficoltà economiche – sbrigativamente definite alla stregua di un vero e proprio impoverimento - dei quadri e dei dirigenti. Lo spunto ebbe un tale successo che per alcune settimane tutti i media si scapicollarono nella ricerca di ex dirigenti industriali ridotti a dormire sotto i ponti, di medici ospedalieri che non potevano più permettersi di cambiare l’auto ogni anno, di insegnanti costretti a recarsi in qualche paesino sperduto sulle montagne abruzzesi dove avevano la cattedra. Ovviamente da queste inchieste venne un assist formidabile per trasmissioni come "Ballarò", sempre alla ricerca di casi sociali da imputare al Governo.

Nuova crisi, nuove inchieste, nuove categorie di cui nessuno si occupa. Nel corso del 2009 Di Vico si è interessato, in prima battuta, dei liberi professionisti, mettendo bene in evidenza come nelle professioni si annidi un’occupazione sostanzialmente precaria, di parcheggio, in attesa (spesso vana) di occasioni di lavoro stabile, corrispondenti al corso di studi intrapreso. Una condizione più seria e preoccupante del noviziato tradizionalmente richiesto ed imposto ai giovani laureati che scelgono di incamminarsi sui sentieri impervi della libera professione. Anche perché è in atto in tali categorie "ordinistiche" una tendenza a rinchiudersi a protezione degli insiders, a costo di smantellare le prime misure di liberalizzazione introdotte negli ultimi anni. Basterebbe citare il caso della professione forense per il riordino della quale sono all’esame provvedimenti legislativi molto conservativi, criticati persino dalla Commissione Antitrust. Così, i servizi giornalistici di Dario Di Vico hanno fatto emergere (e in parte evocato) una "voglia di Stato" (ovvero di assistenza sociale di mano pubblica) diffusa in queste categorie, specie tra i giovani che non riescono a conseguire un reddito adeguato.

Proseguendo nella sua ricerca Di Vico (si veda la sua inchiesta sul Corriere on line) è approdato al caso dei soggetti con partita IVA, chiedendosi che cosa potrebbe succedere se scoppiasse proprio questa "bolla" del mercato del lavoro. "Da scelta soggettiva ad alta mobilitazione di energie – sostiene Di Vico – la partita IVA è diventata un’opzione rifugio. Quasi un’iscrizione al mercato del lavoro come una volta si andava all’ufficio di collocamento. In qualche caso – prosegue il giornalista – l’apertura della partita IVA è diventata la ‘conditio sine qua non’ per poter accedere a un rapporto di lavoro". E’ vero: la casistica è ampia e riguarda anche situazioni professionali particolari come gli edili, le comparse nelle fiction e tanti profili nel novero delle collaborazioni. Si tratta di processi che non sono necessariamente negativi. Spesso l’apertura di una partita IVA consente di regolarizzare – sul piano fiscale e contributivo – dei rapporti fino ad ora svolti in nero. E’ un po’ la medesima logica dei voucher prepagati che includono pure la quota di contribuzione sociale per talune figure come le colf, i lavoratori saltuari in agricoltura, ecc.

Nel caso delle partite IVA esiste, poi, una motivazione specifica riconducibile alle modalità di versamento dei contributi previdenziali degli iscritti alla Gestione separata presso l’Inps. Come è noto le fattispecie sono di due tipi. Se il collaboratore non è titolare di partita IVA il corrispettivo dell’aliquota contributiva è posto a carico del committente in ragione di due terzi con diritto di rivalsa dell’ulteriore terzo sul collaboratore stesso. Se invece quest’ultimo dispone della partita IVA diviene titolare dell’obbligazione contributiva per intero, salvo la possibilità di fatturare il 4% al committente, in aggiunta sul compenso pattuito. Essendo l’aliquota IVA pari al 28% (più lo 0,70% per la previdenza minore) a partire dal prossimo 1° gennaio, è agevole comprendere come sia preferibile per il committente la seconda modalità di versamento (e quindi la sollecitazione nei confronti del collaboratore ad aprire la partita IVA). In realtà, non vi sono particolari ragioni di carattere economico. In questa tipologia di rapporti, il prelievo contributivo finisce sempre   a carico del collaboratore.

Se si sceglie la prima forma (in ragione rispettivamente di 2/3 e di 1/3) il collaboratore riceverà in busta paga un netto più basso; se si opta per la seconda modalità il netto sarà più elevato, ma il collaboratore dovrà vedersela con l’Inps per un ammontare del 24%. Mentre il committente si evita gli adempimenti formali (che rappresentano pur sempre un costo). Di per sé la scelta di un contratto di collaborazione non è sempre scorretta. Certo non è regolare usare questo rapporto per assumere, in un cantiere – come purtroppo accade – un edile, magari straniero. Ma la stipula di un contratto di collaborazione a progetto viene suggerita, ad esempio, per regolarizzare il rapporto di un deputato con il suo assistente parlamentare.

In altri casi – sono state ricordate le comparse cinematografiche – sarebbe più pertinente avvalersi del "job on call", dal momento che per un contribuente è pur sempre oneroso aprire una partita IVA. Dario Di Vico ha comunque ragione quando afferma che "il tema è assai poco studiato". Andrebbero meglio approfondite anche le situazioni di coloro che per legge sono tenuti ad iscriversi alla Gestione separata presso l’Inps (che è la cassaforte del sistema pensionistico italiano grazie ai suoi eclatanti saldi attivi dovuti al semplice fatto che per ovvi motivi sono in tanti a pagare, mentre sono pochissimi ad incassare la pensione). Le tipologie professionali connotate da differenti regole contributive sono tre: gli iscritti in via esclusiva che pagheranno dall’anno prossimo il 28% (ora sono al 27%); coloro che sono iscritti contemporaneamente ad un’altra gestione di carattere obbligatorio (ma sono tenuti a versare contributi alla Gestione separata per particolari attività da loro svolte); i pensionati che continuano a lavorare con un rapporto di collaborazione: ambedue le ultime fattispecie versano il 17%.

Nel primo aggregato sono incluse figure molto diverse tra di loro: dal giovane con un rapporto di collaborazione a progetto, al venditore porta a porta, all’impiegato "non stabilizzato" in un call center, fino al professionista "non regolamentato", così definito perché, per la sua figura, non sono previsti né un ordine né un collegio, ma solo eventualmente una libera associazione. Sono proprio questi ultimi soggetti (su cui grava il contributo del 28% del fatturato) a protestare contro l’iscrizione alla Gestione separata. A loro avviso, il carico previdenziale che devono sopportare li mette fuori mercato rispetto alle professioni "ordinistiche" chiamate a sostenere – nelle loro Casse – un onere contributivo di circa la metà.

Il discorso è complesso e richiama il dibattito sulla riforma delle professioni, anche dal punto di vista della tutela del cliente. Non c’è dubbio, tuttavia, che i cosiddetti professionisti non regolamentati (consulenti finanziari, esperti informatici, ecc.) vantano delle buone ragioni (anche perché non sono loro riconosciute le altre prestazioni previdenziali). Mesi or sono la Camera approvò un ordine del giorno in cui veniva auspicata l’individuazione di un profilo specifico per queste categorie pur nel contesto della Gestione separata presso l’Inps. Sulla scia di quel voto sono state presentate delle proposte di legge ora all’esame della Commissione Lavoro della Camera, le quali prevedono la costituzione di una gestione a contabilità separata pur nell’ambito della Gestione dei parasubordinati e la riduzione al 22% - a regime - dell’aliquota contributiva IVS (più uno 0,50% per la cosiddetta previdenza minore: malattia, maternità, ecc.).

Il Governo ha, per ora, bloccato l’iniziativa per un motivo del tutto evidente: la diminuzione del gettito che ne sarebbe derivata. Esiste poi un problema di carattere più generale che riguarda la protezione in caso di perdita del lavoro. Il Governo ha imboccato – limitatamente ai collaboratori in regime di monocommittenza - la via della erogazione una tantum di un’indennità di reinserimento. Anche in questo caso, però, si potrebbe fare di più.

Perché non pensare, ad esempio, di rendere strutturale tale intervento mediante l’adozione di un nuovo prelievo contributivo (si è calcolato in misura dell’1,2%)? Per le categorie dei professionisti, invece, si potrebbero immaginare soluzioni privato-collettive e mutualistiche, istituite dalle associazioni rappresentative e sostenute da benefici fiscali.

 

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