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Partito unico, pensiero confuso

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Tra i tanti inconvenienti di continuarlo a chiamare «partito unico» anziché «Filippo» o qualsiasi altro nome, vi è certo anche quello di evocare lo spettro del pensiero unico, che comunque la si metta non è mai una bella cosa. Ma questo rischio il centro destra italiano proprio non lo corre. Non solo per la alta propensione al litigio ma soprattutto perché il suo pensiero sul nuovo partito anziché unico appare confuso. Confuso sui tempi innanzitutto. Perché il nuovo soggetto o nasce per le elezioni del 2006 - e possibilmente per vincerle - oppure, a babbo morto, è altra storia. Ne riparleremo quando e se verrà il momento e dalla prospettiva di allora.

Confuso poi per il quadro istituzionale nel quale lo si vorrebbe inserire. In particolare in tema di legge elettorale. Maggioritario attuale? Abolizione dello scorporo? Proporzionale? Al momento tutte lucette che si accendono e si spengono a giorni alterni.

Confuso infine per la definizione dei suoi rapporti con la Lega. Il nuovo partito infatti dovrebbe servire anche per incanalare in una cultura di governo le pulsioni sociali - non certo quelle grettamente localistiche e antinazionali - che la Lega esprime.

La si vuole dentro o fuori?

Proviamo allora a rimettere ordine in questo guazzabuglio. Si parta innanzitutto dalla proposta politica. Si faccia in modo che essa sia all'altezza dei problemi posti dalla modernità e dalle difficoltà dell’Italia di oggi. Fin da adesso si definiscano i tempi, le forme di organizzazione almeno provvisorie, gli organismi dirigenti, i passaggi per l’identificazione della leadership. E tutto in vista della scadenza elettorale ormai prossima.

Solo in questo caso, forse, potrà nascere un nuovo partito del centro destra. E a quel punto si potrà persino fare a meno di chiamarlo «unico».

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