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Passaggio ad Est. Alla ricerca della letteratura balcanica

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Collocate agli antipodi dello Stivale, una nell’estremo nord e l’altra nell’estremo sud, guardano entrambe a est: Zandonai e Besa sono due case editrici che hanno tra le loro missioni quella di far conoscere in Italia la narrativa prodotta nei Balcani. Ciascuna partendo dalle aree a sé più vicine, per poi incontrarsi su un terreno comune. Zandonai ha la sua sede a Rovereto, in provincia di Trento, Besa a Nardò, in provincia di Lecce. Sono editori piccoli e radicati in territori un po’ marginali dal punto di vista della produzione libraria, ma hanno la nobile pulsione a sopperire alle pigrizie dei “grandi”. E quindi traducono e pubblicano con foga letterature poco conosciute in Italia.

Zandonai è nata da pochissimo. Il primo volume ha visto la luce nel settembre 2007, ma la giovane fondatrice, Emanuela Zandonai, ha già alle spalle la creazione, sempre a Rovereto, delle edizioni Nicolodi (ora estinte) e affianca alla casa principale l’attività di Egon, che pubblica volumi di storia locale e cataloghi d’arte. La punta di diamante del giovane catalogo Zandonai è lo scrittore italiano di lingua slovena Boris Pahor. Riprendendo e rimaneggiando traduzioni già pubblicate da Nicolodi, l’editore roveretano ha anticipato con il romanzo “Il petalo giallo” il successivo boom dello scrittore triestino, avvenuto con la pubblicazione presso Fazi del suo “Necropoli”. In catalogo non ci sono soltanto autori balcanici, ma i narratori della ex Jugoslavia ne sono il pilastro portante. Dalla slovena Brina Svit, al croato (nato in Bosnia) Ivica Djikic, fino ai serbi Dusan Velickovic e Dragan Velikic (quest’ultimo è l’ambasciatore di Belgrado a Vienna). In aggiunta, ci sono scrittori ancor più di confine, come lo stesso Pahor o David Albahari che vive da anni in Canada ma ha profonde radici nella comunità ebraica stanziata in Serbia. Giuliano Geri, editor che si occupa per Zandonai della narrativa slava, insiste sulla nozione di confine, sul ponte che lega il Trentino a Trieste e ai Balcani, sulla vocazione di quei territori a essere luoghi di passaggio e di dialogo. “Ognuno dei nostri autori sembra uscito da una centrifuga di lingue, culture, famiglie e spesso drammi differenti”, spiega Geri. Fino ad arrivare a Pahor, “che è un confine vivente”. Per il 2009 sono previsti sedici nuovi titoli e all’ottanta per cento si tratterà di narratori nati nella ex Jugoslavia. Molti autori nuovi e la riproposta di Albahari, cui si affiancherà la pubblicazione dei racconti di Filip David, un’altra delle anime più autorevoli della presenza ebraica nei Balcani.

Nato in terra salentina per iniziativa di Livio Muci, l’editore Besa ha invece una storia più lunga. I suoi esordi risalgono ai primissimi anni Novanta e da allora in catalogo si è accumulato uno sterminato numero di titoli. Narrativa, poesia, saggistica. Con attenzione per la cultura del Salento, a sua volta luogo di confine, ma anche una viva attenzione per i dirimpettai al di là dell’Adriatico e in genere per le letterature dell’Europa sud-orientale. In realtà Besa pubblica di tutto e ha tradotto scrittori di ogni parte del mondo. Ma la narrativa balcanica e in particolare albanese, pur non godendo di una posizione esclusiva, ha un’importanza particolare nel catalogo dell’editore di Nardò. D’altronde, il primo libro pubblicato è stato “Dal paese delle aquile”, un volume che annunciava fin dal titolo l’interesse per la cultura schipetara. Ai numerosi autori albanesi si sono aggiunti libri di scrittori bulgari, serbi, bosniaci, romeni. L’impressione è che la trentina Zandonai sia partita alla scoperta dei Balcani partendo dal nord e dalla Slovenia, mentre Besa abbia compiuto il percorso opposto partendo dal sud e dall’Albania e poi estendendo il suo interesse. Niente di strano d’altronde nel privilegiare, almeno all’inizio, le aree più vicine. Besa aveva tra i suoi obiettivi quello di scardinare il luogo comune secondo cui il profugo porta solo disordine. Spesso porta, invece, anche culture diverse. D’altro canto, pur relazionandosi con gli altri, è opportuno mantenere le identità e Besa punta dichiaratamente a esaltare il valore della diversità, più che quello dell’omogeneità. E vanta il primato di aver scoperto da tempo la cosiddetta letteratura migrante (“Ora è uno sport che fanno tutti, anche i grandi”, dice Livio Muci). Così, in catalogo si trovano da tempo autori albanesi come Artur Spanjolli e Amik Kasoruho che hanno scritto i loro libri direttamente in italiano.  

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