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Passano per il mercato i limiti dell’alleanza tra cattolicesimo e liberalismo

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È ben possibile, come sostiene Dino Cofrancesco, che “non pochi liberali, leggendo sui giornali il discorso tenuto da Papa Ratzinger a Velletri il 23 settembre scorso, abbiano arricciato il naso e aggrottato le ciglia”. Sono tra quelli, lo confesso; e aggiungo anche che non soltanto non ne sono rimasto stupito, ma che ne ho pure goduto. Questo, per il fatto che tale discorso ribadisce posizioni già note, consente di focalizzare la differenza tra la dottrina economica cattolica e l’economia di mercato, e, a chi vuole intendere, permette di percepire con chiarezza quelli che possono essere i limiti di una ‘alleanza’ non richiesta ma soltanto proposta e, forse, da una parte, mai presa in seria considerazione.

Non è la prima volta che mi capita di sostenere che il punto critico del progetto dei due ultimi Pontefici di ricollocarsi come la forza culturale centrale dell’Occidente è rappresentato dal loro atteggiamento nei confronti del mercato e quindi della tradizione liberale. Nel caso del discorso di Velletri, ovviamente, non si tratta di contestare le motivazioni di un giudizio negativo, ampiamente scontato, sui singoli operatori del mercato (i cosiddetti ‘capitalisti’) o sui difetti dell’’istituzione mercato’. Le vicende di quell’istituzione e dei suoi protagonisti sono da secoli oggetto di attenta osservazione, ed ogni loro intento apologetico sarebbe soltanto fuori luogo se non anche ridicolo.

Cofrancesco ha ragione: bisogna difendere il mercato non solo dai politici e dai profeti ma anche da imprenditori e finanzieri. Sul fatto che lo si possa difendere con gli strumenti concettuali forniti o deducibili da quelli che egli definisce “liberali doc”, come Kant, Tocqueville, Berlin, ho - come Dino sa da molti anni senza che ciò turbi la nostra amicizia - molti dubbi. Soprattutto perché se il liberalismo viene distinto e separato dall’economia di mercato esso diventa qualcosa di indistinguibile dalla democrazia, o da una socialismo umanitario.

Ridurre il liberalismo ad una tecnica per il controllo del potere significa sterilizzare quello che era il suo progetto più ambizioso (anche se discutibile): l’eliminazione del problema politico tramite mezzi economici. Formula in cui manifesta una filosofia politica originale ed audace che non consente di considerarlo come il prodotto secolarizzato del cristianesimo e che, comunque si voglia o possa valutare il mercato, ha avuto l’innegabile pregio di favorire una mobilità sociale (l’opportunità di passare da uno stato di indigenza ad uno di relativo benessere) che, non dimentichiamolo mai, non ha uguali in altre civiltà, in altre epoche della storia occidentale, e che in questi decenni si è anche accentuato (sia pure producendo delle conseguenze inaspettate e non sempre positive). Ai tanti difetti del capitalismo, difetti che chi difende l’economia di mercato conosce da sempre, si contrappone quindi quello di aver dato vita ad un’inedita mobilità sociale, senza la quale - essendo connessa alla creatività individuale e alla velocità con cui il processo di mercato riesce a cogliere e a trasmettere le novità facendole proprie - il mercato e le istituzioni cui ha dato vita non potrebbero sopravvivere. E che tale scomparsa possa essere più equa, rispettosa dell’ambiente e vantaggiosa per i poveri e gli sfruttati, attende ancora dimostrazione. Anche perché i tentativi di sostituire il mercato con altri modelli economici, sia pure ispirati ad alti ideali religiosi ed etici, si sono dimostrati a dir poco fallimentari.

Ma il problema non è questo, quanto che la critica di Ratzinger all’istituzione mercato (“mammona”?), di inaspettata crudezza, mette in evidenza, e bisogna dirlo con analoga crudezza, una sorprendente incomprensione dei fondamentali del medesimo. Un’incomprensione che si ammanta di richiami emozionali negativi come quello sulla “logica del profitto” che incrementerebbe la “sproporzione tra ricchi e poveri” ed il “rovinoso sfruttamento del pianeta”, e positivi come quelli alla “logica della condivisione e della solidarietà”, dello sviluppo equo, per il bene comune di tutti”.

È certo che il mondo e la vita non son giusti (ed ancor meno lo erano quando la Chiesa aveva quel potere di influenza che ora lamenta di non avere), ed è evidente che - con le parole del Pontefice - se “in fondo si tratta della decisione tra l’egoismo e l’amore, tra la giustizia e la disonestà, in definitiva tra Dio e Satana”, l’idea che il mercato (mammona) sia ridotto ad egoismo, a disonestà e a Satana, non può incontrare consenso tra quei liberali che a partire dai discorsi di Ratisbona e di Verona hanno coltivato la speranza che la distinzione e, perché no, la serrata critica da parte della Chiesa a certi aspetti della cultura economica liberale, ripartisse con serenità sulla base di elementi di tecnicità.

In altre parole, che quella sintonia manifestatasi a partire dalla critica alle conseguenze sociali e politiche del relativismo e dello scientismo (critica che molti liberali hanno da sempre nel proprio Dna), dello stravolgimento dei diritti naturali nella dimensione degli illimitati diritti umani che caratterizza un ateismo di massa di stampo godereccio, potesse estendersi, appunto tramite una reciproca fiducia e una maggiore conoscenza reciproca, anche al campo dell’istituzione mercato. Anzitutto analizzandone quei pregi e quei difetti sui quali i liberali che riconoscono il proprio antecedente teorico in Carl Menger (anche perché già nel 1871 aveva scritto che il compito della scienza economica era insegnare a distinguere i bisogni razionali da quelli irrazionali perché il suo scopo era di riprodurre quanto veniva consumato), conoscevano per lo meno dai tempi di Mandeville, di Smith e di Hume e della loro impietosa analisi della natura delle passioni che muovono gli uomini. Passioni che son risultate difficilmente modificabili sia tramite l’educazione, sia tramite la coercizione. Modalità comunque ed ampiamente sperimentate.

Nonostante l’ottimismo di quei cattolici liberali che imperterriti sostenevano si trattasse soltanto di problemi di terminologici, chi aveva dimestichezza coi testi in cui veniva esposta la dottrina sociale della Chiesa avvertiva che sul tema dell’economia c’era qualcosa che alla fine avrebbe marcato una differenza col liberalismo classico. E che questo qualcosa, ed in specie il ruolo dell%E2

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