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Pd e referendum mettono Prodi in una morsa

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Prima della nascita del Partito Democratico in Parlamento c’era il gruppo unico dell’Ulivo. Oggi, a fusione avviata, i gruppi si avviano a essere tre. Quello di Mussi e gli altri che si separano in nome dell’ancoraggio a sinistra e del richiamo al Pse; e quello promosso da Willer Bordon, con la squadra dei “delusi dal Pd” che lamentano lo strapotere delle oligarchie e chiedono maggiori aperture al “popolo dei gazebo”. 

Sul versante opposto Willer Bordon ha fatto la sua personale scissione. Il presidente dell’assemblea federale della Margherita, dopo aver scalpitato durante tutto il congresso, ha dato notizia della nascita del “coordinamento parlamentare per la Costituente dei cittadini per il Pd”. Una denominazione interminabile che raggruppa senatori di varia provenienza – dipietristi compresi – attorno allo scontento di vedere la nascita del nuovo partito egemonizzata dal binomio quercia-margherita. “Prima si afferma il principio 'una testa un voto' – ha detto Bordon -  ma poi si parla esclusivamente di Ds, Dl e personalita' non iscritte a nessun partito. Da dove usciranno queste personalita', dalla testa di Giove? Si vuole imporre il principio che chi e' titolare del processo decide chi rappresenta la societa' civile?”.

Il Pd nasce perdendo consensi e creando una lunga scia di malumori e risentimenti, che non sembrano affatto compensati dall’emergere di nuove aree di adesione o di attenzione. I sondaggi più benevoli lasciano il Pd sulla soglia del 25-27 per cento contro il 31, 3 della raccolta alle scorse politiche, e segnalano una bassissima capacità di attrazione verso nuove fasce di elettorato. Senza contare che le scissioni annunciate avranno come primo effetto quello  di sottrarre all’area del Pd un ministro, 10 senatori e 22 deputati. Senza contare quelli, come Peppino Caldarola, che se ne sono andati già da un pezzo.

Insomma la fusione fredda per il Pd lascia sul terreno una preoccupante quantità di scorie destinate a rendere ancor più radioattivo il territorio politico su cui si muove il governo.

L’area della sinistra radicale è in piena turbolenza, non solo per gli abbracci e gli applausi raccolti dal Berlusconi a Firenze e a Roma, ma per il sospetto che il Partito Democratico voglia forzare a suo favore gli equilibri di governo sin da subito. Rifondazione e Pdci sono a lavoro per preparare ogni possibile controffensiva a questa ipotesi. E intanto progettano la conquista della vasta area che si creerà a sinistra del Pd, priva ormai di un presidio credibile.

Tra i centristi spicca invece l’affaccendarsi di Clemente Mastella, che ha prestato un orecchio platealmente distratto alle vicende del  Partito Democratico, per poi condannarlo senza appello: “doveva servire a contendere il centro a Forza Italia e ai suoi alleati, ma la fusione tra Ds e Margherita segna l’abbandono di quella sfida”. L’Udeur di Mastella si sente dunque chiamato – potremmo dire nel suo piccolo – a raccogliere il testimone e ad accelerare incontri e progetti con l’amico Casini.

Su questo panorama già pesantemente martoriato da scismi e ricatti, plana infine la minaccia del referendum elettorale che investe frontalmente la tenuta del governo. All’avvio ufficiale della raccolta firme erano presenti tre ministri di rango: Giovanna Melandri, Arturo Parisi e Giulio Santagata, oltre a molti esponenti di prima linea della maggioranza, come Bassolino, Illy, Claudio Martini e molti altri.

Il referendum di Guzzetta e Segni, che attribuisce il premio di maggioranza alla singola lista che prende più voti, ha sull’Unione un effetto di ulteriore e incontrollabile frammentazione. Mette tutti gli uni contro gli altri: non solo i piccoli contro i grandi, ma potenzialmente anche Rutelli – fermamente contrario – e Fassino molto più possibilista. Fa imbestialire Mastella  e Pecoraro Scanio, arriva persino a turbare quell’empireo di perfetta soddisfazione in cui da tempo vive Fausto Bertinotti. E per finire ha l’effetto di mettere tutti contro Prodi.

Il governo ha oggi una maggioranza ancora più frastagliata e instabile, un gruppo di leader in perenne competizione e la spada di Damocle del referendum che gli pende sul capo.

Per essere solo ai suoi primi vagiti, sono già molti quelli che vorrebbero  strozzare il neonato Partito Democratico nella culla.

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