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Pdl. Campi: “Scissione non esclusa, Fini alzi la posta in gioco”

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Silvio Berlusconi mostra i muscoli e manda un secco ultimatum a Gianfranco Fini, intimandogli di rientrare nei ranghi pena la separazione. Il premier ha annunciato che "da lunedì prenderà la situazione in mano" rassicurando i suoi elettori con un meneghino "ghe pensi mi".

Sul rapporto con Gianfranco Fini, i toni sono da 'redde rationem'. Lo dice apertamente Fabrizio Cicchitto: "Al punto in cui siamo, in un lasso ragionevole di tempo, o si definiscono in modo serio i termini di una convivenza oppure sarà più ragionevole definire una separazione consensuale", avverte il capogruppo del Pdl. Per Berlusconi sembra che il tempo delle trattative sia finito. O si scioglie il nodo con l'ex leader di An, sarebbe stato il suo ragionamento nel corso del vertice a palazzo Grazioli, oppure meglio dirsi addio. Il premier avrebbe usato parole pesanti all'indirizzo di Fini, accusato di tradimento e di atteggiamenti folli. Ma al di là delle espressioni colorite, il dato politico è che ormai nel Pdl nessuno esclude una rottura. Anche in tempi brevi se è vero che un ufficio di presidenza potrebbe essere convocato già la prossima settimana.

Per Alessandro Campi, politologo vicino a Gianfranco Fini e fondatore della 'Rivista di politica', "una separazione non può essere esclusa, purché sia chiaro su che cosa ci si separa". Lo dice in un'intervista a Repubblica a proposito dei dissensi interni al Pdl. "Se ha ambizioni di leadership - aggiunge parlando del presidente della Camera -, gli conviene alzare la posta, non passare solo per l'eterno bastian contrario". In realtà, spiega, "in pochissimo tempo" la posta in gioco è già "cambiata completamente": "Se all'inizio la questione era la democrazia dentro il partito", ora "la possibile intesa o il possibile motivo di divorzio vengono su valori e principi non negoziabili, primo fra tutti la legalità".

Ecco allora l'errore che Fini dovrebbe evitare: che il "possibile divorzio venga fatto passare per una questione di risentimenti personali, caratteriali". Al contrario, aggiunge, "deve essere chiaro che ci si allontana, al caso, per questioni dirimenti, per valori irrinunciabili, per un diverso modo di intendere regole formali e procedurali della democrazia". Il "ghe pensi mi" di Berlusconi, conclude, "è un modo di chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Quando si gioca a fare i grandi statisti bisogna ricordare che i grandi statisti affrontano i problemi, non li rimuovono".

Dal vicecapogruppo Pdl al Senato, giunge invece un monito: "Una delle ragioni d'essere del Pdl è stato andare oltre la partitocrazia. Non vorrei che si arrivasse alla correntocrazia". Lo dice in un'intervista al Corriere della Sera Gaetano Quagliariello, per il quale "le decisioni interne devono avere un significato obbligante per il partito" altrimenti, aggiunge rivolgendosi direttamente a Fini, "lasciamoci così, senza rancore". Bene per il senatore la presenza di fondazioni e circoli, ma "a patto che non siano correnti mascherate". "Fino a qualche giorno fa - aggiunge - facevo un ripasso quotidiano dei siti dell'opposizione interna. Ora ho smesso di farlo, perché mi sembrano clave che hanno come obiettivo solo la polemica quotidiana interna". Lo "scontro" con i finiani, prosegue, è soprattutto "un errore politico". "Abbiamo da rispettare gli impegni presi con gli elettori - precisa - e l'unità interna è una risorsa. Se il prezzo da pagare è una lenta consunzione del Pdl, per quanto dolorosa, allora è meglio la soluzione prospettata da Fabrizio Cicchitto: la separazione consensuale".

Il senatore difende il testo sulle intercettazioni, spiegando che "la dignità della persona viene prima delle esigenze dello Stato" anche se, afferma, "non è la Bibbia, può essere modificato e anche profondamente". Tuttavia, ricorda, "è stato approvato all'unanimità, finiani compresi". Sul caso Brancher e la Lega il senatore si dice convinto che sulla vicenda "si è pagato un prezzo alla logica di coalizione" e che "Berlusconi troverà un modo per riportarla nei giusti binari".

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