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La querelle tremontiana sullo spread spagnolo

Pdl e Lega attivano il timing su riforma costituzionale e legge elettorale

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Andiamo per titoli: Tremonti e Calderoli. Tradotto: le parole del superministro sullo spread spagnolo lette come un presagio sinistro sull’Italia, il pacchetto sviluppo, la riforma costituzionale che dopo l’ok del Colle approda in Senato e apre la fase della modernizzazione dello Stato toccando il terreno ((per ora scivoloso) della legge elettorale. Sono i temi in agenda, ma sono anche i dossier su cui nei prossimi mesi si misurerà la tenuta della maggioranza e il destino della legislatura.

Da Bruxelles le dichiarazioni del ministro del Tesoro irrompono nei palazzi della politica con un effetto deflagrante. Alla domanda sul perché lo spread tra titoli spagnoli e bund tedeschi viaggi a velocità ridotta rispetto agli altri paesi dell’eurozona, Italia compresa, premette: “Difficile dire, l’andamento dipende da molte varianti”. Una di queste “potrebbe dipendere anche dall’annuncio di elezioni anticipate, che di per sè è una prospettiva di cambiamento e quindi una apertura al futuro. Lo dico così per dire”. Ma a Roma il collegamento è presto fatto: Tremonti auspica il voto anticipato. E su questo sospetto si innesta il resto: probabilmente punta sulla sconfitta del centrodestra e sul fatto che solo così Berlusconi si farà da parte, per poi mettersi lui alla testa del centrodestra che verrà.

Lettura maliziosa nei ranghi pidiellini (in politica già è difficile fare previsioni oltre i sei mesi), specie in tempi di anti-tremontismo galoppante che fa il paio con un’altra frase del superministro: “I conti pubblici dell'Italia sono in 'sicurezza' anche con crescita economica zero”. Controlettura: in questa fase le misure della crescita non sono dirimenti. Fa il paio con un ddl sviluppo ancora in stand by, almeno fino alla prossima settimana.

Per ora, si fa intendere in ambienti ministeriali, l’orientamento sarebbe quello di predisporre un decreto calibrato su infrastrutture (allo studio l’ipotesi di agevolazioni fiscali al posto di alcuni contributi per imprese del settore) e semplificazione amministrativa. Un decreto che – si dice - dovrebbe essere a saldo zero. Per interventi di sostanza, come ad esempio il capitolo pensioni, il ragionamento è aperto anche se Tremonti non ha fatto mistero del fatto che oggi, non serve agire in questa direzione perché la situazione italiana e quella dei paesi dell’eurozona dipendono da fattori esterni, difficili da prevedere.

La priorità, dunque, è “la tenuta dei conti pubblici”, poi si penserà alla crescita. Una posizione che non è quella del Cav. il quale, invece, punta molto sulle misure per la crescita considerate strategiche sul piano contingente per rispondere alle sollecitazioni dell’Europa e rimettere in moto l’economia, ma altrettanto valide sul piano politico per ridare slancio all’azione di governo. Ecco perché le parole di Tremonti ieri hanno aumentato il livello di irritazione nella maggioranza, premier compreso.

Dal canto suo, Tremonti chiude la querelle riaffermando una consuetudine: nessun riferimento all’Italia quando è all’estero. Regola che vale sempre e vale anche in questo caso, ha spiegato, chiarendo di non aver fatto alcun riferimento al nostro paese. “Il governo italiano ha fatto le cose giuste al tempo giusto, questo ci viene riconosciuto dall’Europa”, ha tagliato corto. Eppure, per placare gli animi c’è voluta prima la nota del portavoce, poi quella del ministro.    

Versante riforme. Se c’è un effetto immediato che il referendum elettorale ha provocato è l’accelerazione della maggioranza sulla riforma costituzionale dell’assetto istituzionale, meglio nota come ddl Calderoli e che rispetto alla prima versione sulla quale il capo dello Stato aveva espresso più di una perplessità, contiene alcuni ‘ritocchi pidiellini’ come ad esempio l’aver dato soluzione al problema legislativo collegato all’impianto del Senato federale. Lo spirito del ddl è trasformare l’ultima parte della legislatura in una fase costituente in cui inserire anche la revisione del sistema di voto. L’obiettivo, è il dimezzamento del numero dei parlamentari e la modifica della forma dello Stato e del governo (con maggiori  poteri al premier).

Su questo Pdl e Lega hanno un timing serrato che Maurizio Gasparri mette in chiaro quando dice che sul testo Calderoli “da oggi siamo operativi e aperti al confronto” e tuttavia la “volontà politica della maggioranza è procedere in maniera intensa e spedita”. Verosimilmente, l’idea è concludere la prima e la seconda lettura nei due rami del parlamento tra dicembre e gennaio. A quel punto, avendo già raggiunto il giro di boa dell’iter previsto dalla riforma costituzionale, si potrebbe aprire il cantiere della legge elettorale nei novanta giorni che porteranno all’approvazione definitiva del ddl. Una sorta di crono-programma che ha più di un perché: da un lato consente di portare a compimento una riforma fondamentale che sta a cuore a Berlusconi che l’aveva promessa come tratto distintivo di questa legislatura e a Bossi per centrare il secondo obiettivo leghista dopo il federalismo, sul quale magari far leva in vista del 2013 (cioè le politiche).

Altro motivo, è mettere in campo una seria revisione della legge elettorale, senza restare appesi al nodo della Corte Costituzionale che a gennaio dovrà pronunciarsi sull’ammissibilità dei quesiti referendari che ripropongono il mattarellum. In che modo? Non dare per scontato il via libera della Suprema Corte alla consultazione popolare. Sostenere come fanno i referendari, il concetto della ‘reviviscenza’ della norma – ovvero il fatto che se a prevalere dovessero essere i sì si annulla l’attuale legge e si ripristina direttamente ciò che c’era prima – non vien considerato un passaggio automatico perché c’è il rischio concreto di creare una “vacatio legis”.

E’ la tesi che sostiene Fabrizio Cicchitto e con lui molti autorevoli esponenti del suo partito: “I referendari vogliono abrogare il porcellum, per far rivivere il mattarellum, ma nel nostro diritto, stando alla giurisprudenza della Corte costituzionale, il 'miracolo di Lazzaro' non si può verificare. Se, per ipotesi, nell'eventuale consultazione referendaria prevalessero i 'si'', ci sarebbe un vuoto normativo, il che, secondo la Corte costituzionale ma anche al semplice lume del buon senso, è del tutto inammissibile”.

In quest’ottica, il presidente dei deputati Pdl condivide la posizione di Calderoli per il quale la materia elettorale non va trattata come questione a sé, bensì inserita in una riforma costituzionale organica, secondo i “principi della governabilità, del bipolarismo e dei diritti dell’opposizione, sul modello delle più antiche democrazie parlamentari europee”. Da questo punto di vista, Cicchitto boccia l’idea di un ritorno alle preferenze ma nel partito c’è chi non la pensa così e non è un caso se Alfano ha aperto un giro di consultazioni tra le varie anime pidielline e sta sondando gli ambienti centristi.

Il rischio di un ‘vuoto normativo’ nel caso in cui passasse il referendum, si segnala anche dal Pd come fa Luciano Violante che nell’intervista ad Affaritaliani.it manda un avviso, in realtà diretto ai suoi: “In base ai precedenti della Corte mi sembra molto difficile pensare ad un'ammissibilità: si rischia di aprire un meccanismo di instabilità permanente dell'ordinamento giuridico”, proprio perché la materia “è suscettibile di interpretazioni di più varia natura”. Pure Violante dice no alle preferenze e auspica che dalla maggioranza arrivi una proposta che apra a una formula che “aiuti a fare una legge seria in cui i cittadini scelgano i propri rappresentanti senza meccanismi che favoriscano l'inquinamento del voto”. A ben guardare, un altolà ai referendari che militano nel suo stesso partito.

Quanto alla Lega, l’intento è quello di approvare in via definitiva il ddl entro l’estate, condizione – si vocifera negli ambienti della maggioranza -  per garantire il prosieguo della legislatura fino alla scadenza naturale. Potrebbe essere questo lo snodo per arrivare a un accordo col Pdl sulla legge elettorale, prima del count down referendario. Che potrebbe interessare lo stesso Casini, contrario al mattarellum e per questo l’unico (eccezion fatta per Di Pietro) a rincorrere il voto anticipato.

 

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