Pdl, se ci sei batti un colpo!
18 Luglio 2011
Tacciono. Tacciono gli intellettuali, gli opinionisti, i solitamente guardinghi osservatori delle dinamiche del centrodestra. E tacciono pure i dirigenti di primo piano di quella che doveva essere la invincibile armata politica dei moderati italiani. Tacciono tutti di fronte alla devastata maggioranza che soltanto tre anni fa appariva come un luminoso miracolo politico: la più vasta e coesa e inattaccabile del dopoguerra. Mettetevi l’anima in pace, voi che ancora vi aggrappate all’aritmetica parlamentare: i numeri in democrazia valgono meno di quanto ottimisticamente si è portati ad immaginare. La democrazia vive di idee, confronti, polemiche, scomposizioni e ricomposizioni. C’è qualcosa di tutto questo nel Pdl, nella coalizione, in quella che definiamo ancora maggioranza?
Non mi pare. E per questo mi sconvolge il silenzio dei tanti solitamente ciarlieri che non s’interrogano su una crisi profonda evidenziata dal malessere palpabile e da una politica economica che ha trovato nella manovra votata dal Parlamento la compiuta espressione dell’abbandono di quella certa idea dello sviluppo che avrebbe dovuto segnare la storia d’Italia. Incoerentemente l’ho votata anch’io, per spirito di parte, per disciplina di partito, per limitare i danni: non saprei. So soltanto che non sono stato contento di farlo.
Sì, tacciono tutti. Ma proprio tutti. A parte qualche voce dissonante che non ne può più dell’unanimismo, delle difese d’ufficio dell’indifendibile, delle pratiche oligarchiche che pure ritenevamo archiviate con la plebiscitaria elezione di Angelino Alfano a segretario del partito. Niente. Tutti afoni. In attesa della caduta finale, forse, alla quale almeno chi scrive non vuole e non può rassegnarsi. Come non mi sono rassegnato, ben prima che i sussurri o i boatos di questi giorni sconvolgessero il centrodestra, al declino di un mondo politico, dopo aver visto franare quello da cui provengo, la destra italiana le cui tracce sono state coperte dalla polvere e la cui memoria vive nelle anime di tanti consapevoli che, comunque, le radici profonde non gelano. Non è molto, ma è già qualcosa.
Sia come sia, resta il fatto che il partito mai nato, forse solo abbozzato, sembra si stia squagliando nella calura estiva. Eppure soltanto diciotto giorni fa avemmo l’impressione che un nuovo inizio fosse possibile. Poi il partito degli onesti è rimasto impigliato nelle frasche spinose di inquietanti inchieste. "Se Berlusconi è un perseguitato, non tutti lo sono", disse Alfano, all’atto della sua investitura, facendo tremare di entusiasmo l’Auditorium della Conciliazione. E infatti…
Quindi, sotto i colpi di maglio della crisi economico-finanziaria internazionale è stata approntata una manovra dalle colossali incongruenze, a tacer d’altro, che mai una coalizione liberale, conservatrice e popolare avrebbe dovuto mettere in campo se soltanto negli anni passati il governo avesse assunto provvedimenti impopolari tali da evitare i rischi che si stanno correndo in queste settimane: aveva la forza, l’autorevolezza, il consenso per farlo. Sappiamo come è andata.
E quando anche i pochissimi giornali amici del centrodestra (ne conto quattro o cinque in un panorama affollato dalla pubblicistica di segno contrario, ed anche questo dovrebbe pur significare qualcosa per le distratte gerarchie del Pdl evidentemente soddisfatte e appagate nel sedersi nei salotti televisivi, ma poco inclini a farsi promotrici di strumenti culturali), lo hanno fatto osservare nei mesi scorsi, sono stati scansati con fastidio. Avevano ragione, ma la ragione in questo adorato e dannato Paese è sempre dei fessi.
Con che cosa la facciamo, caro Alfano, la Costituente popolare, con i residui del malcontento, del grigiore e della paura, del servilismo e degli errori mai ammessi?
Ho saputo che nei prossimi giorni il segretario del partito convocherà i coordinatori regionali. Francamente, dopo le disfatte della scorsa primavera, in tanti si attendevano che azzerasse la classe dirigente periferica, la ridefinisse quantomeno, segnasse una discontinuità con il non esaltante recente passato. Niente. Forse è presto. Speriamo non sia tardi. Soprattutto ci auguriamo che si sia ancora in tempo per ristrutturare il partito intorno ad un nucleo di idee e di prospettive (qui sull’Occidentale tante volte indicate sia pure come ipotesi di discussione pubblica) da lanciare in quella che dovrebbe essere la seconda fase del Pdl.
Perciò preoccupa ed intristisce il silenzio di tanti intellettuali, osservatori, dirigenti che sembra abbiano smarrito il gusto della verità, oltre a quello dell’eresia, per scuotere un mondo che sembra essersi addormentato in compagnia di un incubo. Li vorremmo più ricettivi, maggiormente attenti, sia pure indignati, ma non assenti.
Quanto poi a quella che fu la mia destra, permettetemi di spendere, approfittando della generosità del direttore, tutta l’amarezza che mi pervade per la sua totale abdicazione a svolgere il ruolo che pareva le dovesse competere in una coalizione di uguali. Dove sono finiti i progetti di riforma dello Stato, il presidenzialismo, la rappresentanza organica dei ceti produttivi, lo sviluppismo sostenibile in un contesto ambientale protetto dalle scorribande dei mercatisti? La stessa visione spirituale della vita, le idee forti o le "idee senza parole" che maestri andati lasciarono sulla via del ritorno alla casa del Padre che fine hanno fatto?
Non trovo più niente. Non riconosco più niente. Sarà l’estate, stagione crudele, ma è disperante la compagnia del nulla che mi assedia.
